“ATTRAVERSARE I MURI – UN’AUTOBIOGRAFIA” DI MARINA ABRAMOVIC

Il lato sconosciuto e intimo della maggior rappresentante mondiale di performance art

Chi è appassionato di arte, anche se non ama l’arte contemporanea, non può non conoscerla. Le sue opere hanno fatto il giro dei cinque continenti, la fondazione che porta il suo nome promuove progetti in tutto il mondo, il suo talk a TED ha avuto quasi due milioni di visualizzazioni su YouTube. Lei è Marina Abramovic, la Regina della performance art.

Marina è una donna austera, con un volto spigoloso e una personalità complessa. È un’artista che non ha paura di sperimentare e rompere gli schemi, estremamente professionale, determinata e con un gran fiuto per gli affari. Si può amare o si può detestare Marina-la-donna e si può amare o si può detestare Marina-l’artista. Non esistono le vie di mezzo. Tuttavia, “Attraversare i muri” offre la possibilità di comprendere meglio alcuni aspetti, e alcune scelte, della persona e dell’artista. Magari non farà cambiare opinione, ma permetterà di vedere Marina Abramovic sotto una prospettiva diversa.

Il libro, scritto con l’ausilio di James Kaplan, percorre la vita di Marina, dall’infanzia ad oggi, in un contino alternarsi tra sfera privata e sfera lavorativa. Lo stile narrativo scelto è scorrevole e il tono intimo, sembra quasi di ascoltare le confidenze di un’amica. Pertanto la lettura è veloce: pagina dopo pagina, si giunge alla fine del libro senza quasi rendersene conto.

Marina Abramovic nasce nel 1946, a Belgrado, in pieno periodo post-bellico e cresce sotto il regime comunista di Tito. I genitori sono partigiani, ex eroi di guerra, divenuti poi membri di spicco del partito comunista. In casa mancano l’amore, il calore, la serenità. Disciplina, aridità sentimentale, violenza sono, invece, presenti in abbondanza. Oltre alle punizioni corporali inflittele dalla madre, uno degli episodi che forse colpisce maggiormente è legato a un’abitudine dei genitori: entrambi dormono con una pistola carica sul comodino. Pertanto non sorprende che l’infanzia e la giovinezza di Marina non siano periodi felici. All’età di venticinque anni ha ancora l’obbligo di rientrare a casa alle 22.00, tutte le sere, nessuna eccezione. Tuttavia Marina sembra quasi ringraziare i suoi genitori, e in particolare la madre, per le regole umilianti imposte e per le percosse ricevute. Queste esperienze le hanno permesso di diventare la persona che è oggi, capace di rimanere imperturbabile di fronte al dolore fisico durante le sue perfomance e di lavorare con rigore. L’unica luce presente in quella casa è l’arte: la madre è direttrice del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado e ha sempre spinto la figlia verso l’arte.

Quando Marina inizia a muovere i primi passi da artista, si avvicina alla pittura, ma in poco tempo comprende che non è la sua strada. La pittura è troppo limitante e troppo classica per il suo io. Marina ha bisogno di sperimentare, di trovare nuovi mezzi di espressione, di andare oltre i limiti. Così, all’inizio degli anni ‘70 comincia a creare arte performativa, partendo dalle installazioni sonore. Poi, nel 1973 arriva la sua prima vera performance: Rhythm 10. Per quest’opera Marina utilizza un foglio bianco, dieci coltelli di varie dimensioni e due registratori. Mette la mano con le dita allargate sul foglio posato su un tavolo e con l’altra mano impugna i coltelli e colpisce velocemente gli spazi tra le dita. Ogni volta che sbaglia, e si ferisce, emette un gemito, che viene catturato dal registratore, e passa al coltello successivo. Dopo aver terminato con i dieci coltelli, avvolge il nastro del primo registratore, lo fa ripartire e comincia a registrare con il secondo, ricominciando con il primo coltello. Questa volte cerca di ferirsi nello stesso momento degli incidenti precedenti. Al termine, riavvolge il nastro del secondo registratore, preme il tasto play e abbandona il luogo della performance. Marina dichiara di avere vissuto l’esperienza di libertà assoluta, di aver sentito che il suo corpo è senza limiti e confini e che il dolore non ha importanza. Con questa performance comprende quale sarà la sua strada nel mondo dell’arte.

In “Attraversare i muri”, Marina non si risparmia nemmeno quando si tratta di condividere la sua vita sentimentale. Il primo grande amore è Ulay, un artista tedesco che diventerà il suo compagno, nonché partner di lavoro, per dodici anni. Il secondo grande amore è Paolo, un artista italiano. Anche con lui la storia d’amore dura dodici anni. Entrambe le relazioni finiscono a causa del lavoro e della personalità ingombrante di Marina e a causa della sua difficoltà di trasmettere amore, fardello che probabilmente si trascina appresso dall’infanzia.

L’autobiografia di Marina contiene anche una descrizione delle sue opere principali. I temi sono sempre i medesimi: andare oltre la soglia di dolore, dominare la propria mente, coinvolgere il pubblico, provocare, comunicare attraverso il proprio corpo. Per riuscire a rispettare tutto questo, Marina sente spesso la necessità di staccare e di ritrovare equilibrio e pace. Così si mette in viaggio e si reca in Asia o in Brasile, in solitudine, per incontrare sciamani, guru e guaritori. Tra le sue opere più famose, controverse e amate, si possono citare Balcan Baroque e The Artist is present. La prima viene presentata alla Biennale di Venezia del 1997 e premiata con il Leone d’Oro. In occasione della premiazione Marina dichiara che «l’unica arte che mi interessa è quella in grado di cambiare l’ideologia della società… L’arte che insegue valori esclusivamente estetici è incompleta». La seconda viene eseguita nel 2010 al Moma a New York. Per otto ore al giorno, ogni giorno per tre mesi, Marina rimane seduta su una sedia nell’atrio del museo, senza interruzioni e senza muoversi, senza poter bere, andare in bagno o alzarsi. Chi lo desidera, può sedersi sulla sedia di fronte a lei e sostenere il suo sguardo. Tra le persone che si siedono davanti c’è anche Ulay; s’incontrano di nuovo dopo 23 anni dall’ultima volta. In questo unico caso Marina infrange le regole: piange, si avvicina a lui e gli stringe le mani.

Con il crescere della fama di Marina, aumentano anche i viaggi in giro per il mondo. Si tratta di viaggi di lavoro, ma anche di viaggi per ritrovare se stessa.

Concludo segnalando che il 21 settembre, a Firenze, a Palazzo Strozzi, è stata inaugurata la mostra “Marina Abramovic. The cleaner”, una retrospettiva che ripercorre la sua intera carriera. Non lascatevi sfuggire questa opportunità! La mostra resterà aperta fino al 20 gennaio 2019.






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