Cultura

06 Dic 2019


IL CIBO COME ELEMENTO DELLA NARRAZIONE

Seconda parte del viaggio dentro le fiabe popolari europee alla scoperta del significato del cibo.

Le fiabe, da sempre considerate patrimonio della letteratura per l’infanzia, seppur relegate in posizione subalterna rispetto ad altri testi, attualmente sono state rivalutate dalla scienza antropologica nell’ambito dello studio sulle tradizioni popolari e culture orali.

Nel tempo, l’atto del narrare è gradualmente divenuto contenitore di memoria, conoscenza, affetti, usi e costumi delle società primitive, dei riti dei campi, dei cicli stagionali, del rapporto uomo-natura, uomo-donna, vita-morte, ovvero il vero “vivere e sentire”[1] dell’umanità.

Alcune narrazioni, in particolare, sono testimonianza viva degli eventi storici e della distinzione sociale poiché raccontano le misere condizioni e la mancanza di cibo, affiancando a queste sogni di pranzi luculliani e infiniti che appaiono magicamente.

Nei racconti del folklore, il cibo rappresenta il denaro (un tempo solo chi lavorava era ricompensato con una razione di cibo), mentre sul piano morale rappresenta la speranza cristiana (assenza di pane terrestre oggi, ma presenza di pane celeste ed eterno domani).

Il binomio fiaba e cibo è presente in ogni cultura narrativa: non ci sono fiabe dove non si porti in dono, si consumi, si cerchi, si perda, si acquisti o si usi del cibo. Basti ricordare le fiabe di Cappuccetto rosso, il Gatto con gli stivali, Pollicino, Pinocchio solo per cintarne alcune.

Il cibo riveste un ruolo sociale importante nel favorire un alto livello di integrazione tra gli individui e le culture. Attraverso la commensalità si crea il legame tra coloro che partecipano ad un pasto rispetto a coloro che non vi partecipano, con i quali non si mangia e non si vuole mangiare[2].

In alcuni casi, il cibo permette di riconoscere l’identità storica e antropologica di un popolo; infatti ogni comunità caratterizza la sua identità territoriale attraverso la coltivazione, la preparazione e il consumo dei cibi caratteristici di quel territorio e di una classe sociale che lo consuma.

Nella sua raccolta di fiabe, “Il Pentamerone”, Gian Battista Basile cita diversi cibi caratteristici della tradizione partenopea: la pastiera, dolce a base di grano e riso, uova e ricotta con aggiunta di aroma di fiori d’arancio e canditi, che si prepara durante le feste di Pasqua. Secondo il mito è un dolce elaborato dalla Dea Partenope con i doni ricevuti dagli abitanti di Napoli; il casatiello, torta salata; polpette, maccheroni, lasagne e timballo di maccheroni.

I cibi distinguono anche le classi sociali. Nei racconti emerge che gli alimenti maggiormente elaborati erano destinati ad una classe sociale elevata, mentre quelli poveri, derivanti dalle attività agricole (frutta e verdura), erano destinati ad una classe sociale povera, delineando così due modelli di alimentazione che sono entrati nella tradizione. Il modello del superfluo e quello di sussistenza non sono distinti solo per la quantità, ma anche per la qualità, la cottura e la presentazione a tavola, che diveniva sempre più sofisticata a mano a mano che si risaliva la scala sociale.

Nelle fiabe le riunioni a tavola diventano occasione dove poteva succedere di tutto: riconoscere un padre (come nella fiaba Amore di sale), ritrovare un innamorato, punire qualcuno (come nel La piccola guardiana di oche) o smascherare un colpevole (come ne Lo sposo brigante). Il banchetto assume così la funzione di un tribunale, ove rendere giustizia al protagonista e distinguere la bugia dalla verità.

Nelle fiabe di magia, invece, il cibo non è elemento solo nutritivo, ma diviene strumento che assolve a diverse funzioni: è il mezzo di offesa e difesa, di trasporto e di aiuto nella ricerca della strada perduta, di premio e prova, fino a divenire l’ingrediente principale per “costruirsi” uno sposo perfetto.

Intorno al cibo ruota la vita, la morte, il bene, il male, l’amore e l’odio.

Racconti senza tempo e luogo, le storie sono imbevute dell’umore della gente e della terra in cui si sono sviluppate, riflettendone stili di vita e pratiche antiche, ma rinnovabili, tanto che, attraverso uno stile narrativo semplice e immediato, sono divenute un tesoro unico e insostituibile per l’essere umano, poiché offrono, risposte a tutti, grandi e piccoli.

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[1] Per approfondimenti vedasi il sito www.lefiabe.com, nonché Grimm J. e W. Rosabianca e Rosarossa, Panini ragazzi, Bologna 1993, 14 ss.
[2] Angelini P., A tavola con gli Dei. Alimentazione e simbologia. Il cerchio iniziative culturali, Rimini, 1996.





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