Cultura

01 Ago 2020


IL COLORE DEL CIBO NEL FOLKLORE

Nelle fiabe l’aspetto cromatico ed estetico del cibo non è sempre descritto, poiché si fa riferimento maggiormente al bisogno di sfamarsi. Tuttavia in alcuni racconti, si evidenzia il contrasto tra i colori, come nella fiaba “I tre cedri” di G.B. Basile per l’abbinamento rosso-bianco riguardante l’aspetto del volto.

Volendo il principe tagliare per mezzo una ricotta, mentre stava a guardare le gracchie che volavano, si fece per disgrazia un intacco al dito, in modo che, cadendo due stille di sangue sulla ricotta, ne venne una mischianza di colore così bella e graziosa che, o fosse castigo d’Amore, che l’attendeva al varco, o volontà del Cielo, gli venne capriccio di possedere una femmina così bianca e rossa come quella ricotta tinta del sangue suo”.

Il principe cerca una giovane  “tenera e bianca come giuncata, con certe strisce di rosso che pareva un prosciutto d’Abruzzo o una soppressata di Nola”; un chiaro collegamento alla fiaba di Biancaneve dei fratelli Grimm.

In un’altra fiaba di Basile, il contrasto tra i colori è unito a quello di pietre preziose e gioielli. Un impasto elaborato da una fanciulla per costruirsi un marito “Smalto Splendente”, come il titolo della fiaba, modellato con “una grande quantità di pasta di mandorle e zucchero, mischiata d’acqua rosa e profumi” e rifinito con pietre preziose e oro:

Fece i capelli di filo d’oro gli occhi di zaffiro, i denti di perle, le labbra di rubino, e gli dette tanto garbo e grazia che non gli mancava altro che la parola.

Gli accostamenti cromatici del rosso rubino, bianco splendente, azzurro puro e oro, sono audaci, ma allo stesso tempo piacevoli poiché derivanti dai colori dei cibi usati per modellare il proprio sposo, cioè mandorle e zucchero.

Di altra natura è il colore rosso della mela che la matrigna offre a Biancaneve. Un frutto esteticamente bello da guardare, invitante al palato, ma avvelenato. Qui, il colore rosso diventa simbolo del mistero, del pericolo, del sangue, della morte, fino a simboleggiare il trapasso dal regno dei vivi a quello dei morti. Un viaggio d’iniziazione inevitabile.

Storicamente il colore del cibo, indica la contrapposizione tra le varie classi sociali: il bianco differenzia i mangiatori di pane bianco, i ceti benestanti, da quelli di pane nero, i ceti popolari.

Il rosso associato al verde distingue le classi sociali povere, che si alimentavano di erbe verdi e quindi erbivore, da quelle dei ricchi, consumatrici di carni rosse o bianche ovvero carnivore[1].

Simbolicamente, la tonalità del verde si riferisce alla freschezza, alla fragranza, alla vegetazione rigogliosa, alla rinascita primaverile e alla speranza; richiama la terra, la campagna con le attività agricole e di raccolta. La terra dona verdure povere (lattuga, cavoli, rape), spontanee, raccolte per essere consumate crude e scondite (finocchi, cardi), o aromatiche (basilico, prezzemolo, alloro, menta e altre).

Le erbe spontanee dell’orto sono collegate simbolicamente alla Quaresima e al digiuno, alla magrezza e debolezza, poiché, anche se abbondanti, non sono sufficienti per sfamarsi. Tuttavia mantengono il loro potere curativo contro i malanni, e, sapientemente amalgamate dalle donne che ne conoscono le qualità, diventano la base di unguenti o decotti a scopo terapeutico.

Singolarmente, il colore rosso della carne, che rimane tale, anche se cotta, simboleggia una classe sociale elevata, ma anche il sangue degli animali. Non a caso, nella mitologia della Magna Grecia, nelle culture primitive e nelle società tradizionali del sud dell’Italia, il sangue è il misterioso elemento che unisce la vita e la morte, simbolo di forza per l’elevato valore energetico che presenta. In altre culture, come in Algeria, il sangue diventa colore beneaugurante della vita e per tale motivo è collegato alla nascita di un bambino o all’anno nuovo.

In tal modo, il rosso assume una qualità protettiva, non a caso il copricapo della protagonista della fiaba di Cappuccetto, è rosso. Perrault lo sottolinea, specificando che la mamma le aveva fatto fare un cappuccetto rosso per proteggerla dal feroce lupo, simbolo del male, durante l’attraversamento del bosco per arrivare alla casa della nonna. Noto è poi il detto: “Il rosso è contro il malocchio[2].

Oltre che simbolo di sangue e vita, il rosso è il colore del peperoncino e di altri ortaggi (cocomeri, pomodori, cipolle) consumati dai ceti popolari perché considerati gustosi e nutritivi.

L’accostamento bianco-rosso non indica solo cibi particolarmente gustosi e nutrienti, ma segnala anche l’aspetto di una persona in buona salute, come desiderava il principe della fiaba di Basile. È un modo di dire tradizionale della Basilicata, “Il bianco e il rosso entrano dalla bocca[3], ovvero che la salute, il vigore fisico e un buon colorito (bianco e rosso), si ricavano da un buon nutrimento. Ecco perché nella tradizione, questi colori sono considerati positivi e vitali, simboli di vita, luce e solarità.

Il bianco è il colore prevalente nei dolci rituali che simboleggiano la nascita e la sacralità della festa. Lo è lo zucchero, la base che serve a prepararli, come il sale indispensabile in cucina per insaporire il cibo dei ceti ricchi; lo è il latte, che il folklore associa al benessere e alla delicatezza, alla forza e alla bellezza e per tale motivo considerata bevanda pregiata, offerta a bambini, ammalati, partorienti e anziani.

Al colore bianco è associata pure l’acqua, elemento vitale, necessario per tutti gli esseri viventi, simbolo di purificazione, vita e rinascita, presente nei riti sacri.

Potremmo definire due le dicotomie cromatiche che identificano le classi sociali di un tempo e legate al tipo di alimentazione: bianco e rosso per i ricchi, verde e nero per i poveri.

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[1]Testi V., Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Meltemi, Roma, 1999

[2]Giovetti P., Dizionario del mistero. Il mondo dell’ignoto, dell’esoterismo e della parapsicologia, Mediteranee, Roma, 1995

[3]Idem.






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