Cultura

09 Mar 2020


IL PANE TRA MITO E FIABA

Probabilmente il primo pane dell’uomo è stata una focaccia non lievitata, fatta di farina di un qualunque cereale, impastata con l’acqua e cotta probabilmente sopra i sassi caldi. Testi antichi e resti archeologici hanno confermato che il pane era usato dagli antichi Egizi, era un alimento comune presso i Greci e faceva parte degli usi alimentari dei Romani”.

Greci e Romani consideravano il pane il simbolo della civiltà, alimento ideale per l’uomo e indicatore dell’identità umana, religiosa e divina, concetto che emerge nei racconti del folklore dove operazioni rituali o magiche accompagnavano le fasi di preparazione e cottura del pane. Poiché rappresenta la vita e la sopravvivenza esso diviene alimento “magico e mistico” che, secondo le credenze contadine, allontana la paura della carestia, della miseria e l’incubo della fame.

Le religioni del Libro conferiscono al pane enorme importanza, poiché si sviluppano nell’area geografica del Mediterraneo. Qui, le grandi civiltà agricole, presenti, basavano la loro attività sulla coltivazione del grano e dei cereali, trasformandoli in pane mediante un processo molto lungo.

È curioso ricordare che in Italia, e in particolare nei paesi del Mezzogiorno, la produzione e la consumazione del pane fosse collegata a gesti, preghiere, riti propiziatori e di ringraziamento: infatti preparare e cucinare il pane assumeva significato sacro, oltre che indicatore di una classe sociale. Se sulle tavole dei ricchi, questo speciale cibo è bianco e appena cotto, fragrante e morbido, gustoso e nutriente, su quelle dei poveri è nero e ammuffito, duro e privo di gusto. Le caratteristiche dipendevano dalla farina usata, poiché quello destinato alla tavola dei ricchi era preparato con farina di frumento, mentre quello dei poveri era preparato con un misto di granaglie (segale, orzo o avena, detti cereali inferiori).

Tuttavia, in tempo di carestia, quando la farina mancava, si preparava un surrogato di pane usando anche radici, cardi e foglie in modo da confezionare un cibo che avrebbe potuto calmare i morsi della fame[1]. In alcune occasioni il pane ha una forma schiacciata, non lievitata, come ricorda Basile in Le due pizzette. Infatti il pane assumeva questa forma presso i ceti minori dove non veniva fatto lievitare per mancanza di ingredienti.

I gesti quotidiani collegati alla consumazione manifestavano il rispetto dell’uomo per questo alimento: un pane involontariamente poggiato sul tavolo dalla “parte rotonda” deve essere rigirato dalla “parte piatta” poiché si pensa che quest’ultima raffiguri il “volto di Cristo”, per cui è anche proibito infilare la punta del coltello su questa parte. È, inoltre, vietato far cadere briciole a terra, poiché una volta morti, non si potrà più trovare pace nell’aldilà e si vorrà ritornare sulla terra per raccogliere il cibo che si è sprecato durante la vita. Risulta così evidente che la civiltà contadina fosse definita come “civiltà del pane” conferendogli una sacralità, ed era proibito sprecarlo perché bene necessario.

Nelle fiabe il pane risulta l’elemento maggiormente presentato in diverse forme a seconda dei momenti; in generale è mostrato come “amuleto apotropaico[2], sostanza vitale, simbolo di luce solare, capace di tenere lontane le forze del buio e della morte[3].

Sono briciole per Pollicino, indicatori della strada verso casa e quindi verso la salvezza, un richiamo al mito del Filo di Arianna che permette a Teseo di uscire dal labirinto, allusione al passaggio dal buio verso la luce, dalla morte alla vita, dall’inverno alla primavera, come nell’avventura di Cappuccetto Rosso la bambina che saltò fuori dalla pancia del lupo.

Per Hansel e Gretel pane e dolci diventano la trappola della strega antropofaga per ingolosirli e catturarli, mentre in alcun casi, la classica pagnotta di pane diventa il salario per il lavoro svolto.

Come nella storia, anche nelle fiabe, il pane definisce le classi sociali. Nella fiaba della Bella addormentata, il principe dice alla madre che “si era perduto nella foresta ed aveva dormito nella capanna di un carbonaio, il quale gli aveva dato da mangiare pane nero e formaggio[4]. In questo caso, il pane è unito ad un altro prodotto, il formaggio, ottenuto mediante una lunga lavorazione che implica il passare del tempo.

Il pane segna la vita delle persone fin dall’alba, come afferma la strega di “Hansel e Gretel”: “Prima di tutto bisogna cuocere il pane. Ho già scaldato il forno e impastato”, ma è necessario controllare la temperatura e per questo la strega ordina a Gretel: “…guarda se è ben caldo…”. Poiché, per ottenere un buon pane, è necessario non solo dosare gli ingredienti, ma è fondamentale la lievitazione lasciando l’impasto al caldo per diverse ore, che gli permette di crescere di volume e diventare morbido. Solo in seguito a questo processo chimico, la pagnotta è posta in forno a una temperatura costantemente controllata. Per questo il pane diventa il simbolo della pazienza e del saper attendere per acquisire un buon risultato.

In L’acqua della vita, le due pagnotte diventano il mezzo per rendere inoffensivi i leoni a guardia della fonte, un chiaro riferimento all’Eneide di Virgilio dove la Sibilla placa Cerbero, il mostro dell’Ade, mondo degli inferi, gettandogli una “focaccia saporosa con miele ed erbe affatturate[5].

In altre situazioni, il colore del pane è collegato a matrigne e figliolanza, una contrapposizione tra pane bianco e nero per indicare discendenza legittima e illegittima. Infatti, nella Gatta Cenerentola, la seconda matrigna dice a Zezolla, ingannandola: “…apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori”, ovvero, tutto filerà liscio poiché la fanciulla recupererà il suo posto in famiglia.

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[1] Per approfondimenti: Teti V., il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Meltemi, Roma, 1999.
[2] “Che serve ad allontanare o ad annullare un influsso magico maligno” vedi la fiaba “L’acqua della vita e delle giovinezza”
[3] Camporesi C. La terra e la luna: alimentazione, folklore e società, Il Saggiatore, Milano, 1989.
[4] Perrault C., I racconti di mamma l’oca, trad. Giolitti E., Einaudi, Torino, 1957.
[5] Virgilio, Eneide, trad. Canali L., Mondadori, Milano 2007





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