Cultura

06 Feb 2021


IL SIGNIFICATO DELL’OSPITALITÀ A TAVOLA

Da sempre l’uomo sente la necessità di cercare il suo simile, ed entrare a far parte di un gruppo. Questo fenomeno si concretizza nell’ambito della convivialità. Così, essa assume notevole importanza, fino a farci comprendere come il semplice banchetto possa divenire il luogo d’incontro sociale. Con il banchetto e la convivialità, l’atto meccanico di portare il cibo alla bocca, diventa un gesto con lo scopo sia nutritivo, sia comunicativo, il simbolo di solidarietà, di pura amicizia e di appartenenza ad un gruppo sociale. Da questa premessa possiamo concepire l’ospitalità e l’invito alla propria mensa come qualcosa di sacro. Mentre il rifiuto viene identificato come ostilità e chiusura totale verso il proprio simile.

Il concetto della xenia riassume tutto il concetto dell’ospitalità e dei rapporti tra ospite ed ospitante. Nel mondo greco antico la xenia copriva un ruolo di grande rilievo basandosi su un sistema di prescrizioni e consuetudini non scritte, riassunte in tre regole di base: il rispetto del padrone di casa verso l’ospite, il rispetto dell’ospite verso il padrone di casa, la consegna di un “regalo d'addio” all’ospite da parte dell’ospitante. Questo dono, dimostrava che il padrone di casa era stato onorato di accogliere l’ospite e che l’ospite avrebbe ricambiato.

Sia il padrone di casa, sia l’ospite avevano precisi obblighi e doveri vicendevolmente. Il padrone di casa doveva essere ospitale e fornire all’ospite cibo e bevande, la possibilità di lavare il corpo e indossare vesti pulite. Non era educato porre domande, ma lo si poteva fare solo se l’ospite lo concedeva dopo essere stato ristorato. Questo ultimo concetto era particolarmente importante, poiché nei tempi antichi, si pensava che gli dei potessero assumere sembianze umane e chiedere ospitalità sulla terra. Se il padrone di casa avesse trattato male un ospite dietro le cui vesti si nascondeva un dio, sarebbe potuto incorrere nella collera divina.

Anche l’ospite doveva osservare delle regole: dimostrarsi gentile e non invadente; nel caso contrario si potevano scatenare dei conflitti. Un esempio degli obblighi di entrambe le parti è descritta nell’Iliade, dove Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, viene rapita da Paride, principe di Troia, ospite di Menelao. Questo evento, produce un conflitto su base religiosa.

La xenia comportava anche il dovere di ricambiare l’ospitalità ricevuta e di non tralasciare gli altri ospiti. A tale riguardo, le famiglie si scambiavano dei “simboli”. Un legno o una pietra venivano spezzati a metà; una parte era data all’ospitante, l’altra all’ospite. Quando un discendente delle due famiglie avesse avuto bisogno di un rifugio, le due metà si sarebbero ricongiunte per dimostrare l’autenticità di appartenenza alla famiglia ospite.

Quindi l’ospitalità diventava qualcosa di sacro derivante dal concetto che il dio greco Zeus, fosse individuato con il nome di Xenios, ovvero protettore dei viandanti, garante della xenia (ospitalità). Per questo motivo, si pensava che l’atto di ospitare, si basasse su un obbligo religioso.

Un esempio di ospitalità è quello offerto da re Alcinoo, padre di Nausicaa, ad Ulisse nel VII canto dell’Odissea. Echeneo, il più anziano dei Feaci, esorta Alcinoo a occuparsi dello straniero, per non muovere l’ira di Zeus, il dio che accompagnava i supplici e li voleva rispettati. Solo dopo il banchetto è permesso ad Arete, moglie di Alcinoo e madre di Nausicaa porre domande a Ulisse e conoscere così le sue vicissitudini.

Nella sua terra, invece, Ulisse non riceverà la stessa ospitalità; anzi verrà insultato e colpito da Antinoo che lo crede un mendicante. Questo gesto sarà disapprovato dai Proci, consapevoli delle consuetudini dell’ospitalità.

Di ospitalità e offerta di cibo parla anche il poeta latino Ovidio, nella sua opera “Le metamorfosi”, cioè le trasformazioni. In essa si narra il mito di un’anziana coppia, Filèmone e Bàucide, due anziani coniugi che vivevano in una povera capanna nella zona della Frigia (Asia minore).
Un giorno, Giove e Mercurio, dopo aver assunto sembianze umane, scesero sulla terra e affrontarono un cammino molto lungo. Dopo tanto peregrinare, bussarono alle porte di diverse case per chiedere ospitalità, ma nessuno ascoltò la loro richiesta, poiché erano chiusi nella diffidenza e indifferenza.
Gli unici che dimostrarono sensibilità alla richiesta di ospitalità furono Filèmone e Bàucide. Essi, aprirono le porte della loro umile casa, ospitando e ristorando i due ospiti, ignari di chi fossero realmente. Gli proposero di accomodarsi e lavare in un catino i piedi stanchi e offrirono loro il cibo che avevano a disposizione: spalla di maiale affumicata, olive, verdura, formaggio, uova, frutta, miele e vino.
Il pasto fu poi allietato da tre semplici ma importantissimi sentimenti: generosità, bontà e sincerità. Durante il pranzo, il cibo si moltiplicò e gli ospiti palesarono la loro vera natura ultraterrena. Per ringraziarli della loro accoglienza, proposero ai due coniugi di esprimere un desiderio, per esaudirlo e ricompensarli della loro cordialità.
Filémone e Bàucide, desideravano di poter morire insieme, come insieme erano vissuti. Così accadde: i due anziani furono trasformati in due alberi, una quercia e un tiglio, mentre la loro capanna diventò un tempio.
Da allora gli abitanti della Frigia, mostrano ai visitatori due alberi vicini (i due protagonisti del racconto) e appendono ai loro rami, fiori e ghirlande per onorare coloro che seppero offrire ospitalità a chi la chiedeva.

Quindi la letteratura, le leggende e il folklore, ma anche la religione, ci insegnano che l’atto di ospitare una persona è sacro; è il modo di accogliere un nostro simile e, cristianamente, riconoscere in lui Cristo. L’apostolo Matteo nel Vangelo riferisce che Gesù disse ai suoi discepoli: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”.






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