Cultura

02 Mag 2020


IL VINO: UNA BEVANDA ANTICA

Il vino, “frutto della vite e del lavoro dell'uomo”, bevanda considerata più antica di tutte, ha ricoperto un'importanza fondamentale nella storia dei popoli. Esso testimonia la capacità dell'uomo di dominare la natura e trasformare i prodotti che essa dona, è, infatti, una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del frutto della vite, l'uva.

Fu l’antica civiltà greca a diffondere la coltivazione della vite in tutta Europa, che denominò “bevanda di Dioniso”. Secondo la leggenda, fu proprio il dio greco Dionisio, o Bacco per i romani, a insegnare agli uomini le tecniche di coltivazione della vite e a trasformare i chicchi di uva in vino. 

La bevanda acquistò sempre maggiore importanza nel mondo greco, tanto che, produrlo di qualità, era segno di cultura e civiltà, e il vino raggiunse un’importanza tale da essere contrapposto alla birra, bevanda caratteristica del mondo barbaro.

Il vino con l'acqua accompagnava le feste dionisiache e i simposi (letteralmente “bere insieme”), ovvero eventi durante i quali oltre a bere e mangiare, si discuteva riguardo ad argomenti politici e filosofici. Durante il loro svolgimento, ai partecipanti, sdraiati su una specie di sofà, veniva offerto vino, non puro, ma mescolato ad acqua.

Nella civiltà greca il vino aveva anche un significato religioso; l'ubriachezza e la conseguente perdita della ragione, permetteva alle persone di entrare più facilmente in contatto con le divinità. A tale riguardo si ricorda il proverbio “in vino veritas” attribuito al poeta greco Alceo, secondo il quale, il vino aveva forza liberatrice da ogni falso ritegno e aiutava l'uomo a comunicare la verità senza vergogna.

Per Platone, invece, l'uso di vino poteva essere considerato uno strumento pedagogico: un esperimento che permetteva di conoscere gli altri, rendendo possibile il miglioramento della loro natura.

Nella Bibbia si narra che il primo coltivatore di vite fu Noè, dopo il diluvio universale.

Nella vita di Gesù invece, il vino assume importanza elevata. E' bevanda che accompagna sia la gioiosità dei banchetti di nozze (a Cana[9] in Galilea, al momento che il vino viene a mancare Gesù compie il primo miracolo trasformando l'acqua in vino), sia le cene tra amici, come l'ultima di Gesù nel corso della quale il vino è benedetto e offerto insieme al pane ai discepoli.

In quella cena il vino, per le caratteristiche del colore, è associato al sangue di Cristo ed è per questo che, unito al pane (rappresentante il corpo), diviene, nel memoriale della religione cristiana, fattore di comunione di Dio con l'uomo attraverso il rito della consacrazione.

Analizzando gli elementi storici e culturali cogliamo che il vino ha la funzione di favorire la convivialità nei pranzi e nelle cene. Tuttavia, l'uso incontrollato può avere effetti devastanti sull'organismo: assuefazione, sonno o euforia incontrollabile. Queste qualità erano attribuite soprattutto a un vino d'annata, permesso solo a una categoria sociale ristretta (aristocratica e sacerdotale), mentre al popolo erano concesse bevande a base di orzo, o un succedaneo del vino come l'idromele, o una miscela di acqua e aceto.

Nelle fiabe il vino, come l'acqua, accompagna i viaggiatori durante il cammino verso una meta o in una missione. È servito nei banchetti nuziali o nei pranzi di circostanza, è offerto agli invitati come simbolo di potenza economica del signore. Esso accompagna la selvaggina o le carni cotte e al sangue nei pranzi degli esseri sovrumani (orchi o giganti).

Nella fiaba di Puccettino Perrault racconta che la moglie dell'orco aveva preparato un montone arrosto al sangue e che il marito rientrando a casa le chiede se “la cena era lesta e il vino levato di cantina.

Dalle fiabe si ricavano anche informazioni sul vino in uso nelle varie epoche: Nella versione della fiaba di Cappuccetto rosso raccolta dai fratelli Grimm, la bimba porterà alla nonna “un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino. Si ipotizza che questa bevanda sia il “vino di Maggio[1], con poteri curativi, perché la nonnaè debole e malata e si ristorerà.

Questa bevanda si pensa sia il tradizionale Maitranck, vino bianco aromatizzato con erbe appena raccolte nel bosco, che si prepara durante il mese di maggio per festeggiare l'arrivo della bella stagione, ossia il trionfo della luce sul buio, e si beve nelle scampagnate, in un contesto allegro e conviviale.

Nelle narrazioni fiabesche riguardo a figliolanza, vino, birra e cibo cotto in padella o semplicemente nella cenere del focolare, diventano elementi per distinguere il grado di preferenza e gerarchia, Solitamente il figlio maggiore è trattato con più considerazione, rispetto al minore che subisce angherie di ogni tipo, salvo poi riscattarsi.

In L'oca d'oro, racconto dei Grimm, la madre prepara al maggiore dei figli “una bella frittata e una bottiglia di vino”, mentre al minore, considerato poco saggio“una focaccia fatta con acqua e cotta nella cenere, e per giunta una bottiglia di birra acida”.

In alcune fiabe di magia, il vino è sostituito dall'acquavite, ovvero una bevanda aromatizzato con spezie.

In La vecchia scorticata di Basile, si cita il vin greco, paragonandolo per il suo colore, alla bocca di una fanciulla… “macina amorosa dove le Grazie pigiavano contentezza e ne ricavavano vino Greco dolce e babà saporiti”.

In altre si cita la capriata, miscuglio di vino rosso e bianco caratteristico del Piemonte, o il vin cotto, mosto di uva fresco cotto. Nei rituali dei matrimoni o dei funerali si cita il punch: un liquore molto alcolico con qualità digestive.

Le fiabe danno molta importanza alle bevande unitamente ai cibi, e il vino è una di queste. È usato come mezzo per l'oblio o per distruggere chi sembra più minaccioso; inoltre in esse vengono citati anche i conseguenti effetti che provoca l'alcol nel corpo, come rossori localizzati sul naso e sulle gote: infatti nella versione di Perrault, La Bella addormentata, l'autore descrive cosa osserva il principe appena entra nel castello, ovvero le “gote vermiglie dei guardia-portoni.

Anche nel romanzo La freccia nera di Luis Stevenson, il vino è usato come alleato per i propri scopi: il protagonista Dick e il suo complice Senzalegge, lo usano per ubriacare il capitano di una nave e sottrargliela per una giusta causa. In un altro capitolo vengono descritti gli effetti devastanti dell'alcol sul fisico di Senzalegge: “(...) una voce volgare, rotta o inasprita dal troppo bere[24] e poi sull'aspetto “rosso come un pomodoro, gli occhi iniettanti di sangue, le gambe che non lo reggevano, veniva avanti oscillando penosamente[25].

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[1] Per approfondimenti vedi: Calabrese S., Feltracco D., (a cura di). Cappuccetto rosso: una fiaba vera, Maltemi ed, Roma, 1988

[24] Stevenson R.L., La freccia nera, trad. Muffi Q.,, Oscar Mondadori,, Milano, 2009.

[25] idem






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