Cultura

02 Gen 2021


LA CUCINA: LUOGO DEL CUCINARE E SIMBOLO DELLA DISTINZIONE SOCIALE

Storicamente la cucina rappresenta il centro del sistema alimentare. Nelle case di campagna antiche, la cucina si aggiunge ad altri spazi circostanti l’abitazione, ovvero l’aia, il granaio, la stalla, il pollaio, il porcile, il pozzo, il forno. Nelle case di città, invece, la cucina si collega oltre al cortile, alla dispensa, alla cantina, alla legnaia[1].

La cucina ricopriva un ruolo duplice: luogo concreto di raccolta della famiglia e stanza dove avvenivano le sperimentazioni culinarie, dove si mescolavano odori, sapori e colori che l’occhio prima e il palato poi potevano apprezzare. I fumi si sprigionavano liberi nell’aria inebriando gli animi sia dei componenti della famiglia, sia dell’ospite che arrivava, accompagnando uno stato di allegria, serenità e soddisfazioni per tutti, grandi e piccoli.

Nella cucina (detta “stanza del fuoco” da Camporesi) avveniva un’azione che l’uomo ripeteva sin dall’era paleolitica, ovvero quella di dominare e controllare l’energia del fuoco per cucinare le pietanze. Qui, la fiamma diventava l’elemento di unione tra due mondi: quello solare e potente degli dei e quello degli inferi e della morte[2]. Il concetto è ricordato sia dal filosofo e critico russo contemporaneo Michail Bachtin sia da Perrault nella fiaba Enrichetto dal ciuffo”. In essa, la principessa promessa sposa del protagonista, mentre passeggia, ode “sotto i suoi piedi un rumore soffocato come di molte persone” e quando la terra si apre per magia sotto i suoi piedi, ella vede “un’immensa cucina, tutta piena di cuochi, sguatteri e ogni sorta di gente affaccendata ad allestire uno splendido banchetto”.

Nelle fiabe si descrivono cucine ben accessoriate con oggetti domestici unici e indispensabili per la preparazione e la cottura di alimenti, costruiti con diversi materiali, poiché se nelle cucine più umili sono di legno, in quelle delle classi più elevate sono in metallo.

La descrizione strutturale delle cucine prevede anche la loro pulizia. Un esempio ci viene offerto dalla scrittrice inglese Charlotte Bronte nel suo romanzo più conosciuto, Jane Eyre”, del 1847. La protagonista, stanca e affamata dal lungo viaggio intrapreso, si accosta a una finestra di una casa e narra: “Vidi una stanza con il pavimento di legno, tirato a lucido, una credenza di noce con piatti di peltro allineati regolarmente, che riflettevano il rosso bagliore di un fuoco di torba; (…) un tavolo di legno bianco, sedie[3]. La protagonista, narrando in prima persona, ci fa quasi vedere dal vivo la cucina, presentandola come un luogo ben arredato non solo destinato alla preparazione del cibo ma un posto accogliente, ordinato, caldo e curato che sembra attenderla. Infatti, alla luce di una candela vede una donna “anziana, d’aspetto rozzo, ma scrupolosamente pulita come tutto quello che la circondava” la quale “faceva la calza”. Questo tipo di cucina appartiene a una società più elevata e raffinata. Al contrario di quella descritta in una delle versioni della fiaba della “Bella e la Bestia” nella quale l’autrice Jeanne Marie de Beaumont, narra che la protagonista “preparava una buona cena in una cucina accogliente e pulita, ornata di stampi di rame scintillante, un indice di povertà dignitosa, ma non ancora estrema.

Un tipo di cucina rurale, caratteristica di una società povera, ci viene descritta dai fratelli Grimm. Nella fiaba “Rosabianca e Rosarossa”, la cucina non ha uno spazio definito per la preparazione e la cottura dei cibi ma è un luogo non totalmente diviso dalla stalla o dalla piccionaia. In essa si riuniscono di sera le figlie con la madre per leggere un grosso libro, mentre per terra giacciono “un agnello e su un bastone, un piccioncino bianco con la testa nascosta sotto l’ala”.

Dalle fiabe emerge anche l’organizzazione della cucina degli ambienti contadini. In esse ogni membro della famiglia aveva un proprio ruolo in relazione all’età, al genere e alle sue energie. Mentre la donna, oltre a cucinare, riordinare la casa e accudire i figli, raccoglieva le verdure dell’orto e andava a prendere l’acqua al pozzo, le altre azioni relative alla sopravvivenza della comunità familiare, ovvero il tagliare la legna e l’andare a caccia erano compiti affidati agli uomini.

L’arredamento delle cucine poi prevedeva specifici mobili usati per lavorare e conservare gli alimenti particolarmente deperibili, prima del loro consumo. Tra essi ricordiamo la madia per lavorare il pane e la dispensa.

In alcuni racconti del folklore la cucina e gli oggetti che ne fanno parte divengono quasi umanizzati. Fino a diventare validi aiuti in sfide tra donne che ambiscono a un principe.

Nella fiaba la figlia del sole di Calvino, la protagonista riceve gli ambasciatori del figlio del re nella cucina, dove potrà dare spettacolo della sua bravura con l’aiuto degli accessori domestici, compreso il fuoco e la legna, i quali diventano vivi e pronti a rispettare i suoi precisi ordini: “(...) Legna va nel Fuoco! Fuoco accenditi! E tutto fu fatto in un attimo (...) Padella, va’ sul Fuoco! Olio, va’ nella Padella! E quando friggi chiamami! Dopo poco l’olio chiamò.

Se nelle cucine delle classi sociali più povere, la padrona di casa era la moglie la quale cucinava e sbrigava le faccende domestiche, nelle cucine delle classi sociali più elevate vi era il personale esclusivo e ognuno di loro aveva un preciso compito. Nella fiaba dei Grimm, “Rosaspina”, abbondava il personale di servizio: camerieri, cuochi e sguattere. Il loro numero rappresentava lo status e la potenza economica detenuta dal padrone in casa e nella società.

Un esempio ci viene descritto nella già citata fiaba “Enrichetto dal ciuffo” dove la principessa, vede i preparativi culinari nella cucina del principe: “(...) un’immensa cucina tutta piena di cuochi, sguatteri e ogni sorta di gente affaccendata ad allestire uno splendido banchetto. Ne uscì una squadra di venti o trenta rosticceri, tutti con la loro brava leccarda in mano e la coda di volpe sull’orecchio, i quali andarono a piazzarsi davanti a una lunghissima tavola e si misero a lavorare a tempo di musica, sul motivo di una canzone armoniosa”.

Anche Andersen, nella sua fiaba “Il sale”, descrive come il protagonista Ivan, seduto in un cantuccio della cucina vede: “Chi manipolava la pasta, chi rimestava, chi puliva i pesci, chi faceva rosolare l’arrosto: Cuochi e cuoche aggiungevano nelle vivande erbe aromatiche e spezie di ogni genere (…). Quando il pranzo fu pronto tutti uscirono per imbandire la mensa”.

---

[1] Camporesi P., Alimentazione, folklore e società, Pratiche Editrice, Parma, 1980;
[2] Idem
[3] Bronte C., Jane Eyre, trad. di Relai L., Oscar Mondadori, Milano, 1996.





ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok