Cultura

29 Apr 2019


Un poeta ambulante

“…si narra che nel Medio Evo errassero compagnie di ciarlatani ch’esibivan nelle piazze le loro arti da cialtroni… Cantastorie, maghi e menestrelli, cerusici, musici e azzeccaburgli. Su palcoscenici improvvisati vendevan parole agli innamorati e pozioni agli ammalati, leggean li fati alli citrulli e intonavan li balli e le serenate”.

Nell’Enciclopedia Treccani, è dato per «figura ormai scomparsa: il cantastorie o poeta ambulante era un intrattenitore ambulante (erede del giullare medievale) che girava per le strade dei villaggi recitando o cantando composizioni poetiche popolari, accompagnandosi con la chitarra, l'organetto o un altro strumento musicale». Eppure qui intorno, a ben guardare, può capitare ancora d’incontrare chi veste i panni ora di romantico menestrello ora di simpatico ciarlatano. Noi lo abbiamo incontrato. Si chiama Pier Paolo Pederzini…

Chi c’è dietro l’abito da ciarlatano, menestrello, cantastorie… Chi è Pier Paolo Pederzini?

Credo ci siano urgenze e fallimenti. Urgenze di stare in scena, di raccontare, di empatizzare profondamente con il pubblico. Poi fallimenti. Io non so fare le cose che le mie urgenze chiedono. Fallisco sistematicamente gli studi (faccio tre volte la seconda superiore), i corsi teatrali (mi consigliano di smettere), i percorsi musicali, le collaborazioni, gli spettacoli. Non so recitare, non so cantare, non so suonare, non so studiare, non mi so muovere. Ho una sorta di blocco prestazionale che mi impedisce di essere efficace nelle performance. Ma per fortuna le urgenze hanno il sopravvento e, per caso, scopro l’improvvisazione in rima, che per me significa disattivare il cervello, per così dire, persecutore che inibisce l’espressione. E da lì parte tutto.

RimAttore per professione e per passione… che cosa fai esattamente?

Faccio il RimAttore (nome che mi sono inventato per raccontare quello che faccio) per professione, cioè il comico improvvisatore in rima declinato in tutti gli ambiti: teatri, sagre, rievocazioni, cabaret, matrimoni, compleanni, feste per bambini, rassegne e scuole. L’ambito scolastico mi è particolarmente caro e vi lavoro molto proponendo laboratori nei quali insegno ad imparare tramite le attività espressive. Il progetto si chiama ImparArti. Ovviamente faccio tesoro delle mie difficoltà come studente e cerco, come nei miei spettacoli, di dare Sapore al Sapere.

Come mai l’ispirazione al passato? Come nasce questa passione per le storie, le rime, i canti, le piazze, gli incontri?

Credo che la mia passione per il passato venga dal fatto che sono cresciuto in un piccolissimo paese disperso nella bassa modenese, dove restano tracce - nelle persone, nelle usanze, nella lingua - di un modo di essere, di vivere, di raccontarsi e di prendersi in giro teatrale, elastico, empatico, verace, tipico di altri tempi. Il bar e la piazza sono, in questi contesti, il palcoscenico e le persone i personaggi. E il copione ovviamente non esiste. È il mondo dove nasce e si nutre l’arte giullaresca. E io, da giullaraccio impertinente quale sono, ne traggo profonda ispirazione.

Quanto conta l’improvvisazione nel tuo lavoro (e nella vita)?

Per me è stata la svolta, come ho detto in precedenza. È una chiave di ricerca fondamentale. Ho la sensazione che gran parte delle nostre qualità migliori - la creatività, l’empatia, l’intuizione - nascano fuori dalla razionalità, nello stesso modo dell’improvvisazione.

E il senso dell’umorismo?

Ti rispondo con una frase di Carofiglio: “La qualità più importante per una persona è il senso dell’umorismo. Non l’ironia o il sarcasmo che sono un’altra cosa. Se hai senso dell’umorismo non ti prendi sul serio e allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido e non puoi essere volgare. Comprende quasi tutto”.

L’improvvisazione è una componente essenziale di questo mestiere, che non può tuttavia prescindere dalla conoscenza: ci vuole una grande preparazione culturale. Com’è, in che cosa consiste, la tua formazione?

Consiste nella curiosità. In una voracità ossessiva per i libri. In un bisogno assoluto di essere in viaggio e scoprire il più possibile. Nello studiare i miei attori di riferimento. Ma, soprattutto, in uno stato permanente di tensione - spero creativa - verso il mio lavoro.

Qual è il motto che ben sintetizza il tuo modo di vivere, il tuo approccio alla vita?

Mi ha colpito di recente questa frase della psicologa Arianna Marisa Bellini: “Non è con la tecnica, con l’impeccabilità, con la bravura che si genera transfert (nel mio caso il rapporto con il pubblico) ma è proprio con la mancanza, col proprio dramma interiore, col proprio essere un niente”.

Ce l’hai una rima per QualBuonVento?

Travolti dalle virtuali immondizie
di continue cattive notizie
ci perdiamo nel vittimismo,
nella paura e nel cinismo,
nel vuoto e nell’arroganza,
senza più nessuna speranza.
Quindi l’importanza, QualBuonVento,
del tuo non darti per vinto
è enorme e le tue orme
sian seguite da torme
di emuli del tuo resistere.
Grazie di esistere.

 

Articolo pubblicato anche in versione cartacea su QualBuonVento #4.






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