A passo lento… dentro l’esistenza.

Andrea Vismara, “I giorni di Postumia”.

Andrea, romano di nascita, dopo anni trascorsi dietro la scrivania, sulla soglia dei 50 anni ha deciso di dare una svolta alla sua vita, tornando alle origini, alla riscoperta della natura e di se stesso. Così è diventato un “pellegrino laico”, un camminatore di luoghi e di stati d’animo. In questa pagina ci racconta la sua ultima esperienza: partito a maggio, egli ha attraversato l’Italia da Est a Ovest per 50 giorni, seguendo l’antico tracciato della via Postumia. Da questa esperienza è nato il libro “I giorni di Postumia”, che sarà presentato il prossimo 25 gennaio alle ore 21 alla libreria Canova di Treviso e il 26 gennaio alle ore 18 alla libreria Canova di Conegliano.

  • Andrea, come ti descriveresti? Qual è la tua storia?

Sono un pellegrino fuori dagli schemi, vengo da una vita in cui “go” fatto di tutto, il musicista, il DJ, il fotografo, il libraio e tanto altro, però nasco montanaro, perché fortunatamente i miei genitori mi hanno portato fin da piccolo in montagna, che è una delle scuole migliori in assoluto, dove s’impara il rispetto per la natura e per gli altri e la contemplazione dei grandi spazi. Con il passare degli anni la naturale evoluzione dell’escursione e dell’arrampicata è stata quella di trovare nella lunga percorrenza una dimensione nuova, diversa ma con le stesse radici. Dopo i primi lunghi cammini in Inghilterra, Galles e Scozia negli anni ’90 e dopo un’interruzione dovuta al lavoro, agli impegni e ai mille orpelli della vita quotidiana, ho deciso di ricominciare a Camminare e di farlo in Italia, il mio paese.

  • Come mai hai deciso di intraprendere questo cammino in solitaria?
Cammino in solitaria da sempre, è la dimensione che prediligo perché sono un orso e perché penso che il Cammino sia prima di tutto un ottimo modo per praticare una sana introspezione; Camminare come terapia, come modo di guardare dentro se stessi e, nelle lunghe ore passate immersi nella natura, di dialogare con la propria parte più intima, fare ordine, trovare soluzioni e ispirazioni. E poi Henry David Thoreau diceva “L’uomo che viaggia da solo può partire oggi, chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto”.
Alla soglia dei 50 anni ho mollato Roma, la mia città, il lavoro ben pagato ma logorante, e ho deciso che volevo vivere diversamente, correndo dei rischi ma facendo ciò che mi piaceva, vivendo per me e non per gli altri. Ho Camminato lungo la Via Francigena, ne ho tirato fuori un libro e poi ho camminato ancora e ad ogni passo la mia vita cambiava. Io credo nell’energia: più energia si mette in moto, più cose ti tornano indietro; “I giorni di Postumia”, il mio secondo libro per le Edizioni dei Cammini, uscito da poco, ne è una prova lampante; il fatto che sia diventato responsabile editoriale della casa editrice stessa ne è un’altra.
  • Perché hai scelto proprio il tracciato dell’antica via Postumia?

Perché è un Cammino giovane, ideato da persone che hanno il camminare nel sangue e anche perché sapevo che sarei stato il primo a percorrerlo tutto, da Aquileia fino a Genova, lungo i suoi 932 chilometri. Inoltre il percorso mi avrebbe permesso di vedere città e borghi che non conoscevo come Cremona, Mantova, Castelfranco Veneto e di attraversare zone mai viste, come l’Oltrepò pavese o l’Appennino ligure. La Via Postumia attraversa otto siti patrimonio dell’Unesco, non è poco.

  • Com’è stata l’esperienza?

 Estremamente coinvolgente, sia dal punto di vista paesaggistico e culturale sia da quello emotivo. Ogni Cammino ha la sua ricchezza, a mio parere quella della Via Postumia sta nel fascino degli ecosistemi che si attraversano, passando dalle lunghe distese rurali di Friuli e Veneto, alle montagne boscose e selvagge che si attraversano gli ultimi giorni prima di arrivare a Genova. Ma non c’è solo bellezza nel nostro paese, ci sono anche storture e Camminare vuol dire anche essere testimoni e reporter di ciò che di sbagliato avviene nei nostri territori. Per esempio, vedere le montagne liguri sopra Genova che vengono stuprate per la costruzione di un nuovo oleodotto o di un’alta velocità inutile, con intere fette di bosco fatte di alberi centenari abbattuti in nome di un non meglio identificato “progresso” fa mare al cuore. Ho pianto per quegli alberi, per la loro fine ingiusta e ho raccontato cosa succede in quei luoghi, perché la gente sappia di cosa è capace l’uomo.

  • Quali luoghi e incontri ti sono rimasti più nel cuore?

Un luogo che non scorderò mai è il Cimitero dei Burci alle porte di Treviso, con quegli scheletri di vecchie imbarcazioni che escono dall’acqua come ossa di dinosauri dalla sabbia. Ma anche Palmanova, le mura di Sabbioneta, la valle del Mincio, gli anfiteatri di vigneti quando si comincia a salire lungo le colline dell’Oltrepò e il crinale con i forti militari sopra Genova, battuto da un vento fortissimo, e con il mare e la città laggiù, ormai a pochi passi dalla fine del Cammino. Tanti gli incontri che hanno segnato le tappe di questa lunga avventura, legati più che altro alle accoglienze. Ricordo con affetto Farida, la donna che gestisce Il Campo del Lupo, un B&B pieno di animali a Scorzarolo, lungo la ciclabile del Po, e che fa dell’accoglienza un’arte; oppure Paola, che mi ha accolto nel suo B&B di Bosio, piccolo borgo appenninico, e con cui ho chiacchierato amabilmente. Che dire poi di Roberto, il gestore della Sereta, un meraviglioso agriturismo spartano sperduto fra le montagne dove ho bevuto sciroppo di rose e vino di sambuco. Ci sono persone che hanno l’accoglienza nel cuore e passare una notte da loro può essere una bellissima esperienza.  






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