Amazzonia: un bene da tutelare

La testimonianza missionaria di padre Angelo Casadei
C’è un uccello in Amazzonia, il cui canto silenzia l’intera foresta: è un richiamo ai suoi bisogni. Allo stesso modo, il Sinodo dei Vescovi convocato da papa Francesco per la Panamazzonia, ci richiama a quelli che sono i bisogni di questo immenso territorio; anche noi dovremmo stare in silenzio e ascoltare.
Silenzio partecipato quello che, il 5 novembre scorso, ha riempito l’Oratorio di San Vendemiano per ascoltare la testimonianza di padre Angelo Casadei, Missionario della Consolata in Colombia.
Invitato dal Gruppo Stili di Vita su un palco che richiamava, per l’occasione, la calda atmosfera latino-americana, padre Casadei ci ha condotto alla scoperta di un mondo tanto affascinante quanto fragile. Dalla sua conservazione dipende non solo la sopravvivenza dei popoli che lo abitano, spesso dimenticati (33 milioni, di cui 3 milioni autoctoni) ma anche il futuro dell’intera umanità: la foresta amazzonica è un “polmone” di fondamentale importanza per il nostro pianeta e dai suoi fiumi viene il 20% dell’acqua dolce che noi consumiamo (un bicchiere d’acqua su cinque lo dobbiamo all’Amazzonia). È necessario dunque porre un freno alla logica consumistica che quel territorio vuole solo sfruttare, ed entrare nella logica di “ecologia integrale” promossa dal papa, volendo includere tutti quei popoli e quelle realtà sociali più povere, dimenticate, messe da parte, quindi farsi loro alleati nella cura del territorio e farne un bene di tutti.
La missione in cui è impegnato padre Angelo Casadei, l’area di Caquetá, comprende 100 villaggi su un territorio di 64 mila metri quadrati con ovvie difficoltà di comunicazione: non ci sono strade, solo fiumi. A ciò si aggiungono tutti i problemi portati dalla colonizzazione (l’allevamento intensivo, i cercatori di miniere petrolifere, il narcotraffico che sfrutta le piantagioni e i contadini locali...) dentro una situazione politica tuttora instabile: dopo anni di guerriglia violenta e di immigrazione forzata, ora ci sono i dissidenti politici che fomentano i giovani, rendendoli la fascia della popolazione più a rischio.
«Come missionari – spiega p. Casadei – cerchiamo di promuovere una presa di coscienza e un cambiamento di mentalità, vivendo a stretto contatto con la gente, accompagnandola; rispettiamo la cultura locale e, al tempo stesso, ci impegniamo a portare l’annuncio del Regno di Dio».
I primi Missionari della Consolata arrivano in Colombia nel 1947 (tra questi il sanvendemianese Gioacchino Pessotto, cui non è mancato un omaggio a inizio serata). Sono anni violenti, e i missionari si trovano davanti a un popolo da consolare. Vengono creati seminari per preparare sacerdoti, fondati vicariati che, col tempo, diventano diocesi. Si punta molto sull’educazione: la scuola diventa luogo di ritrovo per la comunità, dove si celebra anche la S. Messa. I missionari che attraversano la terra amazzonica vedono in essa un seme di Dio da coltivare. E sicuramente, grazie alla loro opera, questo seme oggi sta germinando.
«La Chiesa è l’unico ente presente in tutti i territori dell’Amazzonia – spiega p. Casadei – non possiamo sprecare questa opportunità». Già nel 2014 nasce, per volere del papa, la REPA (Rete Eclesiastica Panamazzonica) con l’auspicio che, come la conca amazonica è in rete attraverso i suoi fiumi, così anche le circoscrizioni ecclesiastiche della Panamazonia si mettano insieme e collaborino alla realizzazione di un progetto di vita buona. Ora, con il Sinodo, si vuole porre l’attenzione del mondo intero su questo lavoro silenzioso, ma fruttuoso, e rispondere alle esigenze del territorio e delle persone che lo abitano.
Anche noi possiamo collaborare alla missione, padre Casadei ci spiega come: «La prima grande collaborazione è la preghiera, poi dare la propria vita, perché c’è sempre bisogno di evangelizzatori, quindi ben vengano gli aiuti economici e la buona informazione attinta alla fonte. Ma l’appello, non dimentichiamo, è anche a rivedere il nostro stile di vita, perché tutti siamo schiavi del consumismo».
Forse qualcosa da imparare ci viene proprio da quei popoli indigeni, che vivono in armonia con la natura e uniti tra loro (non avendo proprietà privata, ma tutto in comune): come evidenzia padre Casadei, la missione non è solo dare, ma anche - soprattutto - ricevere.





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