Amboseli, Kenya - Qui Nicole è nata un’altra volta

«Se esiste qualcosa in grado di alleggerire un pochino la sua assenza, è proprio sapere che, in suo nome, qualcosa che profuma di buono è già stato fatto» ha scritto Barbara Pase due anni fa su una pagina online del nostro giornale. Ed ora ci racconta l’emozione di aver visto per la prima volta con i suoi occhi quella scuola che tiene vivo il ricordo della figlia, Nicole Bergamo, la sua gioia di vivere nel sorriso di tanti bambini che, attraverso l’istruzione, hanno la possibilità di costruirsi un futuro migliore.

Il nostro viaggio in Kenya e il progetto della scuola di Niki sono cominciati quasi sei anni fa, nel momento più buio della nostra vita. Avevamo da poco perso la nostra Nicole, che se ne era andata con i suoi bellissimi diciotto anni in un terribile quanto assurdo incidente d’auto. Se qualcuno ci chiedesse adesso dove avessimo trovato allora la forza per cominciare a costruirlo, non sapremmo dare una risposta. A ripesarci oggi viene in mente però una frase dello scrittore Giorgio Bassani che una volta disse: «...vi dirò soltanto che mi lasciai pilotare nel buio da qualcheduno che mi aveva preso in silenzio per mano...».
Ecco, è cominciato così il nostro progetto, nell’arduo tentativo di trasformare il piombo in oro, di convertire un gigantesco dolore in qualcosa che avesse un senso.
Avevamo già avuto modo di conoscere Amref, una onlus no profit che da trent’anni spende energie e passione nelle zone più difficili e problematiche del continente africano, impegnata nel sostegno e recupero dei bambini abbandonati, nella realizzazione di piani sanitari, in progetti per la costruzione di pozzi; subito ci aveva colpito un prospetto per la costruzione di una scuola ad Amboseli e l’importanza che questa scuola poteva rappresentare per la popolazione locale.
Amboseli è incastonata nella famosa terra dei Masai, una popolazione da sempre nomade ma i cambiamenti climatici in corso la stanno costringendo a diventare stanziale nelle totale assenza di strutture. I bambini facevano scuola seduti per terra sotto due alberi di acacia, alberi simbolo di questo paese, che però nulla potevano durante il periodo delle piogge, quando sotto gli alberi fare scuola diventava impossibile, così come quando, durante le lunghissime estati, le temperature salivano senza soluzione di continuità abbondantemente sopra i quaranta gradi per molti mesi. Pertanto, abbiamo deciso che lì sarebbe sorta LA SCUOLA DI NICOLE, adottando subito il progetto e sapendo che un giorno, quella scuola, saremmo andati a vederla. E a distanza di sei anni quel momento è arrivato.
Atterrati a Nairobi, abbiamo incontrato i nostri angeli custodi, Giulia e Andrea di Amref, e con loro Marina, una donna straordinaria che da anni sostiene Amref nella costruzione di pozzi in svariate zone dell’Africa. Insieme abbiamo visitato uno dei centri di Amref dove vengono recuperati i bambini di strada. Li chiamano “ciokora” che nello slang di Nairobi significa “qualcosa che vale meno de l’immondizia”. Amref li recupera, li sfama, li riabilita dai traumi subiti (inimmaginabili!), li ri-socializza e ne cerca un reinserimento sociale.
Una visita stupenda, preambolo del viaggio che, su una lunga striscia d’asfalto, la pittoresca e trafficata “Mombasa road”, ci ha portato ad Amboseli. E lì, sotto la montagna simbolo dell’Africa, il Kilimangiaro, fra giraffe e gruppi di elefanti, finalmente, bellissima, la “nostra” scuola... . Descrivere l’emozione che abbiamo provato è praticamente impossibile; raccontarvi l’entusiasmo con il quale ci hanno meravigliosamente travolto i quasi duecento bambini della scuola di Nicole è altrettanto complicato. Noi sappiamo soltanto che non credevamo di poter ancora provare una felicità così assoluta come quella che abbiamo provato abbracciati da quei bambini. Struggente vederli cantare e ballare per ringraziarci, indimenticabile vedere alcune donne Masai togliersi delle collane per regalarle a noi, meravigliose le parole che ci hanno dedicato, in particolare quando ci hanno detto: «Qui Nicole è nata un’altra volta...».
Ha detto una volta il grande ciclista Gino Bartali: «Il bene si fa, ma non si dice. Sono medaglie che si attaccano all’anima e non alla giacca». Perché abbiamo allora deciso di raccontare su queste pagine la nostra storia? Innanzitutto per ringraziare tutte le persone che ci sono state vicine in questo nostro progetto. A cominciare dalla famiglia, la nostra forza, e i tanti amici che ci hanno sostenuto e aiutato in questi anni a realizzare il nostro sogno; e poi, tutta una serie di sponsor - Impa, Ristorazione Ottavian, Dema Pubblicità e Edilman - grazie ai quali abbiamo potuto distribuire centinaia di penne, segnalibri e matite ai bambini della scuola, materiale didattico prezioso che è merce rara in Africa. L’altro motivo per cui abbiamo deciso di raccontarvelo è che, se il nostro gesto potesse diventare contagioso, c’è un continente, l’Africa, che ha davvero tanto bisogno di aiuto. Ora è possibile, e legittimo, per qualcuno commentare che anche in Italia la situazione non sia semplice. Vero. Ma credeteci, anche se viviamo in un paese a cui non mancano i problemi, quei picchi di povertà che abbiamo potuto vedere con i nostri occhi non sono paragonabili alle nostre difficoltà, fortunatamente lontane da chi, e sono tanti, ancora deve combattere quotidianamente per mettere insieme il pranzo con la cena.
È per questo che abbiamo deciso di continuare a dare, piccola o grande, una mano! Ci sono pozzi da costruire contro una sete che in Africa ancora uccide, ci sono bambini di strada, soli e ultimi fra gli ultimi, a cui dedicare progetti in grado di salvare loro la vita regalando una speranza. Per farlo abbiamo aperto un conto corrente intitolato “Il sorriso di Nicole” (IBAN IT 50 X 07084 61610 002000343340), dove convogliare tutto ciò che riusciremo a raccogliere per poter sostenere il maggior numero di progetti possibile, sapendo che questo è il miglior modo per sentire viva la nostra Niki, ma sapendo anche che, come recita un antico proverbio africano, “il bene fatto non è mai perduto”. Grazie.
Barbara Pase
Paolo Pagotto
 
 
Articolo pubblicato nell'edizione cartacea n°4 della nostra rivista. Di seguito alcuni video:
 
 
 





ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok