Amici del Mondo per il Congo. Viaggio a Goma (1.1)

Renato Da Ros condivide con noi il diario del suo ultimo viaggio/lavoro nella Repubblica Democratica del Congo. Prima tappa: lunedì 6 febbraio 2017 - ARRIVO A GOMA

Mi sembra ieri, ma è già passato un anno! Il terminal aeroportuale non ha subito cambiamenti. Il solito capannone caldo umido con un piccolo “baracchino” di legno dove siedono due militari addetti al controllo passaporti. Un terzo gendarme, un po’ più anziano, cerca con fatica di disporci su due file con un’espressione indecifrabile. Jean Marie è già lì ad aspettarci. Saluti e abbracci a non finire, ma presto veniamo risospinti in fila dalla “mummia” in divisa. Eravamo, come un tempo gli ebrei, ammassati e forzatamente ordinati in attesa di essere caricati su un carro bestiame, per poi essere trasferiti in una delle ben note destinazioni finali dell’epoca.

La lentezza e l’incompetenza degli addetti ai lavori si evidenzia sin da subito. Finalmente è il nostro turno. Elsie, con il suo passaporto diplomatico, riesce a passare, non senza qualche difficoltà. Gianfranco ed io naturalmente, unici “muzungu” (termine dispregiativo che, in lingua swahili, identifica coloro che hanno la pelle bianca) senza importanza, veniamo bloccati da un individui alto e segaligno, occhi da rapace ed espressione truce, il quale giustifica questo improvviso “stop” con la mancanza di un documento di invito nei nostri passaporti. Questo signore, capo dell’Ufficio Immigrazione, sta cercando di crearci delle difficoltà inesistenti al solo scopo di intascare una piccola tangente. Dopo un’estenuante trattativa, Jean Marie ci fa riavere i passaporti alla modica somma di 20 dollari a testa! Anche questo è il Congo!!!

Siamo entrati ufficialmente nel paese delle mille contraddizioni: dalla natura bellissima e selvaggia alla povertà e alla desolazione indescrivibili; dalla dolcezza nello sguardo e dal felice sorriso dei bambini, alla malinconica rassegnazione del sopravvivere quotidiano della gente comune contrapposta alla ferocia e alla crudeltà di intenti di chi stupra e uccide nei villaggi indifesi.

L’arrivo alla Casa Salesiana è rapido, data la sua dislocazione nei pressi dell’aeroporto. Il decollo continuo di velivoli militari si tocca quasi con mano. La Casa ha le sembianze di un fortino. Circondata da solide mura, si compone di un ingresso-cortile molto ampio con annessa tettoia per il ricovero automezzi, dove un’Audi amaranto fa brutta mostra di sé già da qualche anno, occupando metà dello spazio: ruote sgonfie, vetri rotti ed una tappezzeria alquanto rovinata fanno capire che la rottamazione è da tempo la sua giusta destinazione. Jean Marie guida un piccolo fuoristrada, rigorosamente del sol levante, in condizioni appena sufficienti per muoversi - valutazione che sarà in seguito smentita alla vista degli altri veicoli che circolano nelle caotiche strade cittadine. Gli unici automezzi nuovi, nel vero senso della parola, sono tutti fuoristrada in dotazione all’ONU, dal costo di parecchie migliaia di dollari, prelevati ad una nazione con l’economia in ginocchio da tempo.

Tornando al “bunker” salesiano si denotano subito ordine e pulizia. Ci sono camere a sufficienza anche per noi, con tanto di cartello di benvenuto sulla porta; quasi tutte si affacciano su un secondo cortile interno pieno di verde e circondato da un ampio porticato che permette di raggiungere qualsiasi punto della casa senza bagnarsi in caso di pioggia. Le stanze sono sufficientemente spaziose e parecchie dispongono di servizi interni. La “maison” è dotata, inoltre, di una cantina per le cibarie, di una piccola stireria, di una spaziosa cucina, anche se la maggior parte del cibo viene posta in cottura su una veranda coperta nel retro in contenitori cilindrici pieni di braci e tipicamente congolesi. Infine, c’è uno spazioso refettorio-soggiorno con tavolo profondo (i salesiani sono i otto) ed una coppia di lunghi divani dalla struttura lignea per il relax dopo cena. Un ambiente tranquillo e rilassante, tenuto in ordine da un cuoco e da un giovane “tutto fare” (lava stiro e pulizie) a cui è affidato l’intero immobile poiché i fratelli salesiani insegnano presso un loro Istituto Superiore (ITG), dislocato poco distante.

La sera, al loro ritorno, ci fanno una festa incredibile, condita da tenere tartine al formaggio di Goma (speciale) e piccolissime arachidi tostate (superlative). Non manca del vino rosso sudafricano ma, al termine, grande accoglienza e “standing ovation” vengono riservate a una bottiglia di “Erba Luisa” che abbiamo portato per Jean Marie da parte dell’amico Marcello, purtroppo assente tra le nostre fila per motivi di salute. La sera, seppur stanchissimo, faccio fatica ad addormentarmi, un po’ per l’emozione ma anche per quella “bronchitella” che ancora non accennava a sparire.

Renato Da Ros

Continua…

 






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