Amici del Mondo per il Congo. Viaggio a Goma (6.1)

Renato Da Ros condivide con noi il diario del suo ultimo viaggio/lavoro nella Repubblica Democratica del Congo. Sesta tappa: sabato 11 febbraio 2017 – VISITA AL CAMPO PROFUGHI

Dopo pranzo, Elsie si rintana in camera per completare una tesina sulla SOLIDARIETÀ che dovrà presentare al suo rientro; Gianfranco ed io, accompagnati da Jean Marie, decidiamo di far visita al campo profughi di Goma. C’eravamo stati due anni prima e ne eravamo usciti sconvolti per le precarie situazioni di sopravvivenza che avevamo incontrato. Eravamo curiosi di vedere se le cosiddette “grandi organizzazioni umanitarie” avevano migliorato le condizioni di quella povera gente.

Arriviamo nella località del campo, situato lungo una trafficatissima arteria stradale, ma non troviamo anima viva. La gente del luogo, a cui chiediamo informazioni, ci racconta che il tutto è stato smantellato ancora l’anno scorso. Forse, finalmente, una notizia positiva; forse questi derelitti sono stati fatti rientrare nei loro villaggi… SMENTITA IMMADIATA! Tre ragazzi lungo la strada ci svelano che il campo profughi è stato solamente spostato in altro loco, non più visibile al passaggio del traffico veicolare. Per pochi franchi congolesi, salgono in auto e ci fanno strada.

Percorriamo una specie di sentiero caratterizzato da una moltitudine di pietre aguzze di origine lavica, affioranti sulla via. Il cammino è impervio e, a tratti, molto pericolo per le gomme. Dopo un quarto d’ora a passo d’uomo, cominciamo a intravedere i contorni della nuova sistemazione per i profughi.

Dai cartelli all’entrata sembra che il tutto sia opera di una grossa organizzazione umanitaria tedesca. Bah… La prima cosa che mi viene in mente sono “campi di concentramento”. Mancano baracche e filo spinato, ma l’impressione è la stessa. Dante, il sommo poeta, diceva dell’Inferno: “lasciate ogni speranza o voi che entrate!”. Volti emaciati, occhi spenti, rassegnazione totale. Da come ci osservano si capisce che bianchi qui non ne vedevano da un pezzo! Solo i ragazzini, anime innocenti, hanno ancora guizzi di vivacità e ci seguono correndo e gridando: “money, money, donnez moi l’argent”. Facciamo qualche foto e due rapidi video e decidiamo di andarcene in fretta. Qualche tenda più moderna effettivamente c’è, ma non è ciò che cerca questa povera gente. Riunirsi con la famiglia, tornare nella propria terra, la dignità di un lavoro, ecco cosa domandano quegli sguardi vacui e pieni di tristezza. Queste grandi associazioni umanitarie, i cui rappresentanti girano su fiammanti fuori strada e soggiornano nei migliori hotel, che ci fanno vedere sempre gli stessi “spot” televisivi per anni, invece di far suscitare la pietà delle masse verso i loro assistiti, dovrebbero far nascere nella gente un coinvolgimento per uno scopo ben definito.

Delusi, riprendiamo la strada per il rientro, affollata e polverosa. A tratti, visto il traffico considerevole, sembra di essere nel basso rovigotto nel periodo della nebbia. Contribuiscono a ciò, anche gli innumerevoli tubi di scarico di veicoli da rottamare che seminano nell’aere i loro nebulosi veleni. Ci fermiamo per una birra che allevia la nostra gola riarsa e pulisce le corde vocali affondate nella sabbia. Conosciamo, così, una cugina di Jean Marie che gestisce un simpatico locale dove la sera si può ascoltare della buona musica, e prenotiamo un tavolo per la sera seguente, ultimo giorno di permanenza per i miei due compagni di viaggio.

Rapido rientro alla casa salesiana e piacevole cena con i confratelli. Apprezziamo la vivacità di KISITO, la posatezza di HONORATO e la curiosità degli aspiranti JEREMIE e CHRISTIAN. Un gruppo affiatato e coeso che Jean Marie dirige con maestria. Poi a letto. Domani è domenica. Il primo impegno è la S. Messa delle 6.30 dalla ben non definita durata…

Renato Da Ros






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