Benvenuti alla Mondaresca!

Un servizio di residenzialità comunitaria unito a una progettualità di agricoltura sociale per persone appartenenti alla cosiddetta marginalità sociale evoluta. Lo conosciamo dalla viva esperienza di chi ne ha vissuto appieno la quotidianità.

Molto spesso non si è a conoscenza di quello che offre il nostro territorio e io, in prima persona, residente nel Comune di Tarzo, non sapevo bene dove fosse collocata la fattoria sociale “La Mondaresca” presente tra le colline del mio comune di residenza. Ecco quindi che ho deciso di cogliere l’esperienza davvero propizia del tirocinio universitario per fare ciò che da tempo mi ero ripromessa: conoscere la Fattoria Sociale “La Mondaresca” per persone adulte con problemi di tossicodipendenza e di marginalità sociale e ho, come dice il famoso proverbio, unito l’utile al dilettevole. Il mio tirocinio curriculare, necessario per il conseguimento della Laurea Magistrale, ha avuto la durata di 250 ore durante le quali ho assistito e vissuto appieno la quotidianità all’interno di una comunità residenziale. Sono entrata quindi fin da subito in relazione con chi ci abita all’interno ovvero persone appartenenti alla cosiddetta marginalità sociale evoluta, autosufficienti dal punto di vista dei bisogni primari, con risorse personali e lavorative discrete e implementabili, ma che necessitano di un contesto protetto per un tempo medio o lungo, con possibilità di assumere un ruolo proattivo e produttivo per sé e per la società. L’esperienza di tirocinio si è definita progressivamente giorno dopo giorno, ed è stato come un gioco di conquiste di spazi, luoghi e rapporti da parte mia. Non è facile conquistare la fiducia delle persone e ancora più difficile lo è conquistarla di quelle persone che hanno avuto un passato “difficile”, penso però che il compito dell'educatore sia proprio questo: riuscire a creare una relazione significativa e per significativa si intende il riconoscimento, lontano da ogni giudizio, dell'umanità di ciascun individuo.

Ma cosa si fa esattamente all’interno di una comunità/fattoria di questo tipo? Ecco che qui entrano in gioco alcuni dei ragazzi che ci vivono:

C. è da poco entrato all’interno della Mondaresca e racconta come lo abbia colpito l’autogestione (non quindi del mero assistenzialismo). Ad esempio la cucina è gestita a turni (“è anche molto buona, io sono ingrassato 4 kg”) e lo stesso vale per la pulizia degli spazi in comune (scale, corridoi, bagni, sala da pranzo). Anche la lavanderia è gestita dai ragazzi che lavano e stendono i vestiti di tutti. Alcuni si occupano invece delle capre. A tal proposito L., uno dei ragazzi che gestisce la stalla, racconta quali sono le sue mansioni: dar da mangiare, pulire la stalla, mungere e, proprio in questo periodo, occuparsi della gestazione con i relativi parti. “Prendermi cura delle capre mi tiene occupato, non ci sono né sabati né domeniche, perché le bestie, si sa, non si fermano. La cosa che ho riscontrato come positiva è il legame che si è creato nel trovarsi tutti insieme alle 6 del mattino e svolgere le mansioni necessarie. Nel gruppo si crea unione e complicità nonostante le varie difficoltà”. Parte del latte prodotto dalle capre viene lavorato in comunità, con la produzione di formaggi acquistabili in loco e parte viene conferito alla Latteria Sociale Cooperativa del Comune di Tarzo.

È inoltre presente una grande serra per la coltivazione di ortaggi. Ci sono anche delle piante di ribes per fare delle marmellate ed è in atto un progetto per piantare delle fragoline di montagna per produrre sempre marmellate.

Vivendo in una comunità, non si condividono solo gli spazi e i tempi, ma anche i compleanni tanto che A., un altro ragazzo che si occupa delle capre riferisce con entusiasmo il fatto di festeggiare i vari compleanni con i dolci, rigorosamente serviti con il tè delle 17.00. Anche lo sport è molto seguito, soprattutto il calcio e nonostante ci siano juventini, milanisti e interisti, si cerca di accontentare un po’ tutti turnando la visione delle partite.

“All’interno di questa comunità, una volta passata l’ansia dell’incognito, ho capito di non essere in una struttura carceraria. Sento che questo è il posto giusto per me, per riconquistare la mia quotidianità con le varie regole, ma senza manie, paranoie ed eccessi. Qui ho la possibilità di lavorare su di me per superare sensi di colpa a volte portati all’eccesso, ad avere più autostima, a non sentirmi insignificante e fallito”.

Per verificare tutto ciò… Venite a trovarci!

Lorenza Dal Bo






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok