Con il vento gentile in poppa! (Parte I)

Intervista a Guido Stratta, (primo) Imprenditore della Gentilezza

«Non mi chiamate più Direttore del Personale del Gruppo Enel, ma Scalda Cuori». Esordisce così Guido Stratta in un webinar organizzato dall’Associazione “Cor et Amor” nell’ambito del Progetto Nazionale Costruiamo Gentilezza. L’affermazione mi cattura. Seguo e prendo appunti. Si va controcorrente: la fabbrica non esiste più, ci sono persone e relazioni; meno imposizioni più motivazioni; l’attenzione non è rivolta solo al risultato ma anche alle emozioni, alle vocazioni; non più rigidi schemi ma circolazione di idee. E il cuore (davvero) si scalda. Chiuso il collegamento, cerco di avere il suo contatto, per rivolgergli personalmente alcune domande. Guido Stratta, gentilmente, mi risponde. A patto che gli dia del “tu”.  

Con il tuo libro Ri-evoluzione. Il potere della leadership gentile ti fai pioniere di un nuovo approccio imprenditoriale all’insegna della Gentilezza. Perché è importante introdurre la Gentilezza nel mondo del lavoro?

Ho sviluppato un concetto triangolare che mette in correlazione il risultato con il benessere e la motivazione. Sto cercando di dimostrare che soltanto attraverso un coinvolgimento delle persone e una partecipazione motivazionale e di senso nelle cose il risultato di un’organizzazione potrà andare avanti nel tempo, essere sostenibile ed eccezionale. Invece, se le persone non sono messe nella condizione di esprimere i loro punti di forza, quell’organizzazione diventerà triste, perderà smalto e sarà giudicata negativamente dai clienti.
Io credo profondamento nell’umano come fattore strategico e competitivo: la tecnologia si può copiare, i prodotti e i servizi si possono copiare, le emozioni, la bravura, gli occhi che brillano delle persone non si possono copiare! Quindi sto spostando la teoria della competizione sulla fioritura delle persone come differenziazione dalla concorrenza e fattore di successo nel tempo. Intendo abbinare al fare, che non voglio negare, il sentire, che diventa la barriera di plus valenza di un’organizzazione.

Il 21 giugno 2021, con il “contratto viola”, nasce una nuova figura sociale e tu sei stato nominato 1° Imprenditore della Gentilezza. Cosa vuol dire esattamente?

Sì, sono stato nominato primo Imprenditore della Gentilezza a Ivrea, città delle mie origini, dove ho respirato l’aria di Adriano Olivetti, imprenditore che fu folgorante nelle sue intuizioni ancora attuali; ho siglato il patto per dire alle imprese che questa è una via nuova, praticabile. Come ci fu la “qualità totale”, il biologico nell’alimentare, ora vediamo di far passare la moda della gentilezza con atti concreti! Questa è la sfida. Chiunque desideri farsi promotore della Gentilezza nel mondo del lavoro può firmare il contratto [al sito www.costruiamogentilezza.org, ndr], impegnandosi a fare un atto concreto di gentilezza ogni mese. Io, all’atto della firma, mi sono impegnato a valorizzare e a praticare il concetto che le idee non hanno gerarchia: a inizio settimana ogni reparto convoca una riunione sintetica e costruttiva in cui tutte le persone – dallo stagista, all’impiegato con esperienza al manager – sono coinvolte nell’informare e nel dare opinioni; chiunque può dare un’idea ed essere ascoltato. In un mondo che comanda solo ed è aggressivo, l’ascolto attivo è fondamentale!
In un anno ogni imprenditore “gentile” dovrà fare quindi dodici iniziative gentili, una al mese, che siano di valorizzazione della relazione umana. E queste saranno certificate da un’organizzazione incaricata con questionario anonimo.
Questa è la prima mossa, che io poi vorrei estendere ai prodotti gentili. Un’impresa deve avere un rapporto “gentile” con l’interno, ma anche i suoi prodotti e i suoi servizi devono essere “gentili”, che vuol dire: rispettare il cliente, dare quello che si promette, gestire un reclamo in maniera garbata e onesta, chiarire i dubbi; anche qui si andrò a certificare la Gentilezza con una survey dei clienti.

Come si riconosce l’Imprenditore Gentile? Da quali caratteristiche?

L’imprenditore gentile sostanzialmente ha questi tratti: 1) crea la possibilità per l’individuo di esprimersi prima di ricevere un’indicazione, quindi fa domande prima di dare risposte; 2) Si occupa delle vocazioni delle persone, quindi chiede quale futuro vorrebbero sviluppare della propria persona; 3) ha gratitudine per il team, dimostra vulnerabilità e sa perdonare qualcuno dopo un conflitto che è avvenuto. L’ultimo tratto è non preoccuparsi se non lo è: essere gentili è un processo. Io combatto l’idea della gentilezza come biologia, come attitudine innata, che diventa alibi (o ce l’ho o non ce l’ho). Ne parlo piuttosto come di un allenamento alla relazione, un allenamento all’avvicinamento della diversità. È difficile, ma tutti si devono allenare. L’Imprenditore della Gentilezza si assume quindi l’impegno ad allenarsi verso un miglioramento. E nessun deve dire “non sono Gandhi e non lo diventerò mai”. Ognuno deve fare un metro in più verso gli altri partendo dalla propria posizione.

Come possono stare insieme leadership e gentilezza?

È la mia sfida. Perché la ridefinizione della leadership, per me, è fondata di nuovo sulla figura del triangolo e sui tre vertici: dare direzione, gestire emozioni, creare senso. Questa è la leadership, che sta ovunque – in uno stagista, in un impiegato, in un manager… – è distribuita, e te la devono misurare gli altri: chi in quel momento sa dare direzione, gestire emozioni e creare il senso di quello che accade è, proprio in quel momento, il leader. Non si è leader per sempre. Si è leader nel qui e ora, con gli altri che ti seguono perché li hai fatti entusiasmare. Questo dà molto fastidio ai miei colleghi, perché credono che una volta che sei diventato “qualcuno” te lo porti via per sempre. No. Ogni ora devi essere all’altezza di quello che transitoriamente ti è stato attribuito.

E pensare che l’essere gentile vien preso comunemente per un segnale di debolezza! Da quello che dici è proprio il contrario…

Ti faccio un esempio dalla Natura. L’acacia è una pianta che, quando nasce, sembra un cactus: un piccolo filamento di tronco pieno di spine. Ce le ha perché è debole: quando è così snella, sarebbe divorata dai ruminanti. Poi, questa pianta cresce, mette un tronco nodoso, diventa molto accogliente, e non ha più una spina. Ecco, questa è una metafora dell’animo umano: gli animi deboli, critici curano le proprie debolezze e paure con l’aggressività verso gli altri; la persona molto forte, molto capace, molto realizzata, invece, è assolutamente garbata verso gli altri. La debolezza interiore si trasforma in aggressività, la forza interiore in gentilezza.
La mia battaglia è questa: far sì che atti di gentilezza non siano ostacolati neanche sul lavoro e non si viva la gentilezza come debolezza, come difficoltà a fare i risultati, ma, anzi, come un moltiplicatore etico per tirare fuori il talento dalle persone e migliorare nel tempo i risultati.
 
“Ciò che non riesce a fare il martello che rompe, l’onda e il vento gentile riescono a scolpire”
(K. Gibran)

Continua...






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok