Don Antonio Mazzi: ogni uomo è una promessa

La periferia, vista dal centro, è degrado, declassamento. Eppure, mentre chi sta al centro si sente responsabile di mantenere l’ordine precostituito, chi sta ai bordi mette alla prova quell’ordine per vedere se regge alla presa della realtà. Tutti i problemi di cui si discute in centro, nella periferia sono cose che accadono, e, accadendo, sprigionano un’energia creativa che diventa fucina di idee; lì, ai margini, c'è un battito capace di riaccendere la vita: è il battito dell’uomo che non si accontenta di pensieri già-pensati ma interroga il destino. Per questo, come non si stanca di ripetere papa Francesco, per capire la realtà, per parlare al cuore dell’uomo bisogna partire dalla periferia. Don Antonio Mazzi ha scelto di abitare il sottoscala della città: da ragazzo scapestrato a sacerdote senza abito talare, pronto a vivere il suo impegno nella costante difesa degli ultimi e degli emarginati in maniera diretta, provocatoria ed estremamente autentica.

Don Antonio, ha da poco conseguito un importante traguardo anagrafico: cosa c'è dietro i suoi 91 anni? 

C’è la meraviglia di essere arrivato sin qui in una maniera che non avrei mai pensato, perché le scelte più importanti, quelle che hanno orientato la mia vita, sono state scelte non mie. Io non avrei mai pensato di fare il prete, perché ho sempre avuto un carattere difficile, indisciplinato.

A quindici mesi rimasi orfano di padre. Mia madre, che non smise mai il lutto, riusciva a campare malamente la famiglia: c’era la guerra, la povertà. Io andavo a scuola nei convitti dei preti per bambini poveri, e non ero certo un alunno modello, venni addirittura bocciato per cattiva condotta. Detestavo i preti e le loro prediche, ma intanto a scuola imparavo a scrivere e a cantare: speravo di fare il musicista. Finito il liceo, riuscii a frequentare l’Università e il Conservatorio a Bologna senza pesare su mia madre, lavorando come educatore nella Città del Ragazzo di Ferrara, nata da un’idea del vescovo di quella città, dove il seminario era rimasto senza aspiranti preti. Ero lì, a Ferrara, nel 1951, quando ci fu l’alluvione del Po, e quel tragico avvenimento mi stravolse. Io, che ero arrabbiato con il Padreterno perché mi aveva preso il papà, mi trovai davanti a bambini e ragazzi che dalla sera alla mattina avevano perso casa, mamma, papà, tutto. Ed in quel momento la mia vita cambiò. Siccome quell’esperienza di perdita l’avevo vissuta io sulla mia pelle, non feci altro che incarnarmi nella loro storia. A 20 anni sentii che dovevo diventare io padre degli altri, più padre che prete, forse, anche se è difficile distinguere le due cose. Non volevo assolutamente fare il prete di parrocchia, il prete-impiegato, ma stare in mezzo alla gente e lasciarmi provocare dai poveri, dalle bestemmie dei disperati. Da Ferrara finii a Primavalle, che negli anni ‘60 era uno dei quartieri più malfamati di Roma. Poi mi lasciai affascinare dal problema dei disabili: sull’onda delle idee di Basaglia, negli anni ’70, a Verona, avviai un centro per togliere i cosiddetti “ritardati” dagli ospedali psichiatrici; nel centro di accoglienza si faceva formazione, si insegnava un mestiere, si viveva in piccole comunità. Negli anni ’80 mi chiamarono a Milano, dove stavano imperversando droga e terrorismo. Ero lì per dirigere l’Opera don Calabria, un grande centro con migliaia di ragazzi disperati e violenti, ma mi ritrovai davanti il Parco Lambro, che all’epoca era il più grande mercato europeo di sostanze stupefacenti. Mi misi quindi a risanare la zona coinvolgendo gli stessi tossicodipendenti, le forze dell’ordine e i cittadini (Progetto Exodus, ndr); da quell’iniziativa nacquero le prime comunità residenziali per il recupero di ragazzi tossicodipendenti ed ex-carcerati (oggi sono una quarantina i centri di accoglienza e recupero presenti in Italia e nel Mondo, ndr).

Tutte queste cose mi sono capitate così, non perché le ho scelte. Arrivo a 90 anni e, voltandomi indietro, mi viene da ridere perché credevo di essere io che decidevo la mia vita, invece la mia vita è stata felicemente decisa da situazioni impensabili. È questa la cosa bella e straordinaria. La vita ti porta dove vuole. I miei 90 anni sono belli perché non ho deciso mai io, e se non mi fossi ritrovato a fare il padre dei disperati secondo me oggi non avrei 90 anni. Se ho 90 anni è perché sono stato con quelli lì: i disperati mi hanno fatto vivere, mi fanno vivere, non ho tempo di pensare se ho mal di pancia o mal di testa o se ho la febbre.

Non è faticoso?

Non faccio nessuna fatica a fare quello che faccio, a vivere notte e giorno con i ragazzi che accolgo. Non sarei capace di fare il prete in modo diverso. È troppo comodo parlare di povertà tenendosi a debita distanza e facendo l’elemosina ogni tanto. Io vivo ogni giorno e ogni notte da 35 anni in comunità, sono con loro, vivo con loro. E loro vedono: è l’esempio che trascina, la semplicità, la chiarezza della propria condotta, non l’intervento sporadico o le chiacchiere. Le scelte devono essere scelte radicali. Se vuoi stare con i poveri devi farti uno di loro. Non c’è l’opzione part-time. E poi si parla sempre di periferie come qualcosa di accessorio, come se quel che succede lì non ci riguardi. Invece è proprio la periferia la città vera, non il centro. Milano non è Piazza del Duomo, quella è la crosta superficiale. Milano è Quarto Oggiaro, non perché è un quartiere, ma perché è lì che scorre la vita, è lì che vive la gente. Le grandi città con le loro vie centrali si sono date un bel vestito, una bella apparenza, ma sotto non c’è anima. E quella è più difficile trovarla, perché c’è da mettersi in discussione e guardare bene anche dentro la sofferenza.

Quali sono, secondo lei, le cause del disagio giovanile oggi?

Oserei dire che i nostri giovani non si amano. E quando cercano la droga, l’alcol… è perché sperano di trovare in quelle cose lì quello che non hanno dentro. C’è una grande solitudine e c’è una grande incapacità di leggere la ricchezza che ciascuno di noi ha dentro. Se un giovane si vuol bene sa cosa fare, è quando non si vuol bene che tenta di tutto, perché spera che là dove cerca prima o dopo trovi quello che in realtà ha già ma non ne è consapevole. I giovani che sanno di avere già quello che altri cercano sono i giovani che poi cambiano la storia. Io ho scritto un libro dal titolo “Amo i ragazzi cattivi” perché se incontri un ragazzo che ha spacciato, che ha ammazzato, che ha fatto di tutto, se ci parli insieme e piano piano gli fai capire che dentro la sua anima c’è la bontà, è messa lì nell’angolo ma può tirarla fuori, quando fai questo anche il peggiore dei ragazzi nel giro di pochi mesi diventa uno dei migliori. Sono i ragazzi peggiori che poi diventano i migliori. Sta a noi adulti essere sereni, guardarli in faccia, smetterla di fare noi i dottori o i maestri, perché insieme si trova la strada. Quando un ragazzo dei miei viene a parlare con me, che ho 90 anni, e vede che io parlo come lui, a un certo punto si meraviglia e io rispondo: “Sì, a 90 anni ho ancora i dubbi che hai tu”. Non è perché io ho 90 anni, sono prete, i giornali parlano di me… allora sono sicuro, no. Ogni sera ai piedi del letto piango qualcosa: puoi immaginare seguo 10-15 mila ragazzi sparsi nel mondo è difficile che fili sempre tutto liscio. Dicono che ho salvato tanta gente, però, sai, io a quelli che ho salvato non ci penso, io penso a quelli che ho perso.

Qual è il metodo che la Comunità Exodus adotta per recuperare i ragazzi alla vita?

Con i tossicodipendenti, con i ragazzi speciali si deve adoperare il metodo normale. Noi non abbiamo voluto creare comunità chiuse, non abbiamo voluto psichiatri e psicologi, abbiamo trattato i ragazzi, che gli altri credono che siano ragazzi difficili, come ragazzi normali. Bisogna avere il coraggio di tirare via le etichette: non esiste il ragazzo buono e il ragazzo cattivo, ma esiste un ragazzo che si chiama Antonio, Giorgio, Andrea… che può aver fatto delle cose, anche difficili, ma bisogna prendere il suo nome e scoprire insieme con lui la bellezza. I nostri sono centri normali dove il lavoro, lo sport, il teatro, la musica sono ciò che li han salvati, non questa o quella terapia. L’educazione avviene attraverso la bellezza. I centri io li voglio belli, puliti, ordinati, non voglio che l’aria puzzi di collegio, ma che ci sia un clima di famiglia. Inoltre abbiamo il Progetto delle Carovane: alcuni ragazzi insieme a degli educatori viaggiano su camper in tutta Italia per dieci mesi e rientrano a Milano per la notte di Natale; anche l’avventura è importante.

Tra le tante storie che ha vissuto come “padre-prete”, ce n’è una che le è rimasta di più nel cuore?

Quella che mi ha impegnato di più è stata la storia di Erika (delitto di Novi Ligure, 2001, ndr) su cui di recente si è tornato a parlare perché la ragazza si è sposata. Accadono nella vita dei fatti che non sono comprensibili o giustificabili, e se ci metti dentro la testa non li supererai mai: sono più grandi della nostra testa e anche della storia di chi li compie. Ci si deve fermare, per maturare quella giusta consapevolezza che consente di continuare a vivere. Io credo che non sia tanto importante ciò che un uomo ha fatto, ma quello che potrà fare, se trova l’appiglio giusto: qualcuno che crede in lui, nella bellezza che si porta dentro. Ci sono anche tante altre storie. Sai, quando vedi un ragazzo che entra qui dal carcere, sta con te un po’ di mesi e poi ricompare due anni dopo con la famiglia e dei bambini, anche queste fortunatamente sono cose che accadono, e sono straordinarie. Queste sono le vere meraviglie, i miracoli della vita.

Oggi dilagano scetticismo e indifferenza. Cosa risponde a chi dice che il mondo non si può cambiare?

Rispondo: “Io sono così stupido che credo che nessuno sia irrecuperabile”. Gli altri mi guardano come se fossi matto, invece è vero. Chi è positivo vince sempre, vince anche quando perde – se perdi perché sei troppo buono, questa non è mai una perdita. Dio entra nei modi più impensati nella vita degli uomini. Cristo, nel Vangelo, vince proprio quando muore! È chiaro che io di ragazzi ne ho persi tantissimi, perché avrei potuto fare come altre comunità, chiudere le porte e non mandarli fuori, invece ho sempre preferito tenere le porte aperte. Se qualcuno mi dice “no, io qui dentro non ci sto, vado via”, io lo lascio andare, e magari qualche mese dopo scopro che è finito in galera o peggio. Sono stato troppo buono, avrei potuto imporre rigore, regole. Ma a me per primo non sono mai piaciute le regole! E poi io sono fermamente convinto che la libertà vale più della verità. E questa è roba ad alto rischio. Mentre per qualcuno la libertà va tutta sacrificata alla verità, io dico no, prima viene la libertà. Per cui uno può anche sbagliare ed io posso convincerlo a non farlo, però ad un certo punto… devo sempre fare i conti con la sua libertà.

(da QualBuonVento n°9 | sett.-dic. 2020)






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