Don Marco e il suo messaggio di gioia e libertà

Don Marco Favret lascia la parrocchia di San Vendemiano, dopo aver notevolmente contribuito – in otto anni di servizio – a renderla vitale e dinamica con una vivacità, uno spirito d’iniziativa, una generosità e una maturità, sia intellettuale che spirituale, decisamente fuori dal comune. A dimostrarlo, le tante persone che si sono riunite in chiesa e, successivamente, in oratorio, domenica 11 settembre, per il saluto ufficiale al giovane cappellano.

Con un po’ di emozione, non lo nascondo, rivolgo alcune domande a don Marco, toccando questioni che, in tanti anni di collaborazione e di amicizia, a dire il vero, non ho mai avuto modo di approfondire…

1. Essere sacerdoti giovani oggi: quali gioie insistono sulla vostra personalità e missione?

La gioia di essere sacerdoti non è diversa dalla gioia dell’essere cristiani, secondo me: è semmai la gioia del cristiano “elevata al quadrato”. Purtroppo però, oggi, l’essere cristiani spesso è visto più come una cosa di cui vergognarsi, che non come una fortuna di cui essere fieri. E il prete, a maggior ragione, è visto come una persona “dimezzata”, un poverino da compatire. In realtà con Cristo non c’è niente da perdere, anzi, c’è tutto da guadagnare! Questa consapevolezza riempie i cristiani e i sacerdoti di gioia e di speranza.

2. Essere al servizio di una parrocchia significa anche confrontarsi con ragazzi e giovani… Come vedi la realtà giovanile nel nostro contesto?

Risparmio ai lettori la solita lamentela sui troppi telefonini, sul poco dialogo, etc. Piuttosto, una cosa che ho notato è la grande insicurezza dei giovani, che li spinge a muoversi in “branco”. Difficile trovare un giovane che abbia le idee chiare e vada avanti per la sua strada, senza lasciarsi condizionare e senza preoccuparsi degli altrui giudizi. Per come la vedo io, è un impoverimento, perché questo conformismo mortifica l’originalità e la specificità di ciascuno. Si fa fatica a vedere qualcuno che emerga dalla “massa” e dal generale grigiore. Questo non vuol dire che manchino talenti: forse manca solo il coraggio di tirarli fuori...

3. Lavorare con loro e per loro è una responsabilità che aiuta a crescere o un gran dispendio di energia?

Entrambe le cose. Sicuramente è una fatica, spesso ingrata, magari apparentemente, perché non sempre i risultati si vedono subito. Però ci sono anche tante soddisfazioni, a volte proprio da chi non te lo saresti mai aspettato. Comunque aiutano a crescere anche le delusioni, non meno delle gratificazioni.

4. È ancora facile parlare ai giovani di “vocazione” e, in particolare, di “vocazione di speciale consacrazione”?

Non è facile, perché viviamo in un mondo che propone la realizzazione di sé (nel senso del benessere), anziché il dono di sé. Eppure l’autentica realizzazione di sé avviene proprio nel fare della propria vita un dono di amore per gli altri. Con una provocazione, direi che Dio ci ha creati non per stare bene, ma per far star bene gli altri. E paradossalmente il vero, profondo benessere lo troviamo non in un egoismo autoreferenziale, ma nel servizio agli altri. Madre Teresa, da poco santa, ci ha mostrato la verità di questo apparente paradosso. La logica vocazionale sta tutta nella convinzione che la vita è bella solo se è donata a Dio e agli altri. Parlare di questo ai ragazzi forse non è facile, eppure è quanto mai necessario!

5. A San Vendemiano hai vissuto la tua prima esperienza dopo la nomina sacerdotale. Quali strategie (strumenti o approcci) sei andato maturando nello svolgere il tuo ministero sacerdotale?

In poche parole: andare avanti con chi ha voglia di andare avanti. A San Vendemiano (come un po’ in tutte le Parrocchie) passano tantissimi ragazzi e giovani, ma alcuni, purtroppo, non hanno ancora maturato una vera e propria decisione di fede e quindi facilmente si allontanano (di solito appena dopo la Cresima). Ho capito che è inutile abbandonarsi a sterili lamentele su questa situazione, peggio ancora ricattare i giovani perché vengano. Bisogna rispettare la libertà delle persone e il loro grado di maturità. Piuttosto cerchiamo di fare un bel cammino con chi ha voglia di coinvolgersi. Agli altri auguro di avere presto l’occasione di ripensarci e tornare sui propri passi.

6. Papa Francesco - nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium - parla ripetutamente di sfide da affrontare a tutti i livelli: quali senti più urgenti per un sacerdote?

Una sfida importante è non perdere la propria identità di preti per ridursi a fare tutt’altro. Ogni nostra attività deve diventare un pretesto per annunciare Gesù Cristo e spargere il seme del Vangelo.

7. Restando in tema, è difficile comunicare con gioia il Vangelo oggi? Secondo te, è proprio sulla “gioia” che i sacerdoti si giocano il loro ministero o su cos’altro?

Sicuramente la gioia è un banco di prova importante. Eppure, in realtà, neanche a noi preti mancano motivi per scoraggiarci e incupirci. Purtroppo quella di sacerdoti scontenti è una realtà, ma non bisogna giudicare o condannare, ma piuttosto ci vuole comprensione e affetto. Tutti i cristiani secondo me devono aiutare i loro preti a essere più contenti, aiutandoli e dimostrando loro vicinanza e simpatia.

8. Nella tua esperienza sacerdotale, hai riscontrato un certo bisogno di spiritualità tra le persone? Prevale, a tuo avviso, sensibilità o indifferenza verso il Mistero?

In ogni persona c’è una parte sensibile al mistero e una parte più “opaca”, preoccupata delle cose del mondo anziché di quelle di Dio. Comunque anche nelle persone apparentemente più indifferenti c’è un varco per la grazia di Dio, e spesso sono gli eventi belli o brutti della vita (la nascita di un figlio, la malattia, il lutto...) che fanno venir fuori questa disponibilità a riconsiderare che c’è un “di più” oltre alla vita materiale.

9. L’obbedienza che un sacerdote deve al suo Vescovo è una categoria difficile da accettare ai nostri giorni. Tu come hai preso la decisione del Vescovo?

Molto serenamente. Un prete sa bene di aver dato la disponibilità al Vescovo, anche se non sa quando gli sarà chiesta l’obbedienza e dove andrà a finire... Comunque mi sembra non mi sia andata male, neanche questa volta!

10. Il concetto di “libertà spirituale” che è proprio di un sacerdote perché legato solo al Signore, secondo te, può essere capito dai giovani e dalle loro famiglie? Quanto sarebbe importante in ciascuno di noi un cammino di “liberazione” dalle tante cose che ci avvinghiano?

Sull’obbedienza come libertà, sono pienamente d’accordo: libertà non è fare quello che si vuole, ma volere quello che si fa. O meglio, fare il proprio dovere, ma farlo non per dovere, per costrizione, ma con gioia e profonda convinzione.

11. Umanamente parlando, in questi otto anni di servizio reso alla parrocchia di San Vendemiano, cosa hai ricevuto? Cosa ti dispiace più lasciare?

Credo che la ricchezza più grande siano le persone. Quindi l’eredità più preziosa di questi anni a San Vendemiano sono gli incontri che ho fatto, le persone che ho conosciuto, le avventure che ho condiviso con gli altri. Per questo ringrazio il Signore e i tanti compagni di strada!

 

Don Marco, questa domenica, ha lasciato definitivamente la Parrocchia di San Vendemiano, per recarsi ad Albina, dove è stato nominato Amministratore Parrocchiale. Il suo impegno primario sarà frequentare il Corso di specializzazione in Teologia spirituale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.






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