Giornalisti per un giorno: i bambini di Mareno intervistano il Mago Flip

Una tappa importante del Progetto Hope, percorso di educazione alla pace, alla solidarietà e alla cittadinanza attiva che coinvolge tutti, grandi e piccini.

Sala gremita sabato 9 marzo al Centro Culturale di Mareno di Piave (TV) per lo spettacolo di magia con il Mago Flip. Ma chi è questo mago viaggiatore, impegnato soprattutto a portare il Sorriso ai bambini nei campi profughi e in altre zone del mondo svantaggiate? Lo abbiamo conosciuto sabato sera, prima dell’inizio dello spettacolo, attraverso le domande curiose dei bambini della Scuola Primaria “Gianni Rodari” di Mareno di Piave. L’intervista integrale sarà pubblicata nella nostra prossima rivista cartacea (#7), intanto ne pubblichiamo qui un estratto.

- Quando e come è iniziata la tua carriera da mago?
Facevo il Clown negli ospedali per i bambini. Un giorno ho visto un bambino che stava tanto male e tutto quello che i medici provavano a fare per aiutarlo non funzionava. Un’amica, che faceva Clownterapia con me quel giorno, ha fatto un gioco di magia e questo bambino si è illuminato, e anch’io mi sono illuminato perché non avevo mai visto prima un gioco di magia: ho visto il bambino ed è stato come guardarsi allo specchio. Uscito dall’ospedale ho detto alla mia amica: io voglio fare questo, voglio fare magia. Così ho cominciato a fare il mago negli ospedali, e non pensavo di poter essere pagato per una cosa che mi piaceva tanto fare, anzi mi sembrava quasi strano. Ho cominciato a fare i primi spettacoli retribuiti a 21 anni. Mi è rimasta però l’inclinazione a fare volontariato e a regalare un sorriso a chi ne ha più bisogno: con Paola Viola e l’associazione “Una mano per un sorriso – For Children” abbiamo ideato il progetto MILESXSMILES, uno spettacolo di magia itinerante che è fatto di tutti i ricordi, gli sguardi, le emozioni, le parole dette e scritte ma soprattutto i tanti sorrisi raccolti nelle nostre missioni in situazioni di disagio; questo progetto tocca per la raccolta fondi varie città d’Italia, e non solo, per portare un messaggio di gioia e di speranza.

- Il tuo primo viaggio è stato in Bielorussia. Qual è stata la reazione dei tuoi familiari quando hai deciso di partire? Come ti sei sentito tu quando sei partito e quando hai visitato gli Internats (orfanotrofi, ndr)?

Quando ho deciso di partire e l’ho detto a mia nonna e a mia sorella loro erano un po’ preoccupate, perché di questo Paese non sapevano niente, sapevano soltanto che era molto povero e che c’erano tanti bambini che stavano male. Erano anche tristi perché non mi avrebbero visto né sentito per un po’, però al tempo stesso sapevano che era una cosa che mi sentivo di fare e alla quale tenevo tanto. Io mi sono sentito molto male all’inizio, perché quello è un Paese che è stato molto sfortunato, ha subito il disastro nucleare di Chernobyl ed essendo molto povero non aveva i mezzi per curare la popolazione, soprattutto i tanti bambini rimasti orfani. Mi ha colpito il modo in cui vivevano quei bambini, proprio abbandonati a loro stessi. Vedendo questi bambini crescere senza genitori, io, che come loro sono cresciuto senza genitori, ho realizzato quanto sono stato fortunato a nascere in Italia, perché se fossi nato in Bielorussia io oggi mi troverei là tra quei bambini...

- In quanti luoghi sei andato fino ad ora? Qual è stato il viaggio più emozionante? Qual è il ricordo più forte?

Tanti, dovrei mettermi a contarli… Noi volontari seguiamo dei progetti: andiamo in uno stesso Paese più volte, perché seguiamo gruppi di bambini e li aiutiamo nel tempo. Il viaggio che mi è piaciuto di più, quello che mi è rimasto più dentro, è sicuramente il viaggio in Libano nel 2014, perché lì ho conosciuto una bambina, Sidra, quella bambina che mi abbraccia nell’immagine di copertina del mio libro. Ero in un campo profughi ed ero responsabile dell’adozione a distanza dei 68 bambini. Mi ero molto affezionato a questa bambina… avete presente quando incontrate qualcuno e subito a pelle vi trovate bene? Ecco a me è successo questo, anche se non parlavo la sua lingua, anche se con lei non avevo niente in comune. Abbiamo legato molto. Poi ho scoperto che aveva un brutta malattia, un tumore al rene. Per la prima volta mi sono sentito responsabile di qualcuno: lei non aveva il papà, non aveva nessuno che pensasse a lei, io mi sono sentito come il suo papà e mi sono detto “adesso ci penso io a lei”.

- Cos’è per te la magia?

È una domanda che mi faccio da quando ho cominciato a fare magia, e non ho ancora la risposta: oggi ti direi una cosa, domani te ne direi un’altra. La cosa che mi viene più spesso da dire è che la magia non è in me o non è negli oggetti che uso, è negli occhi di chi mi sta davanti: è quella sensazione di stupore… Oramai viviamo in un mondo dove lo stupore è veramente raro: con il telefonino possiamo conoscere un sacco di cose senza neppure muovere un passo, ma lo stupore è veramente difficile da provare. Vi capita mai di salire al buio le scale di casa? Camminate, camminate e c’è un momento in cui siete convinti che c’è il gradino e… il gradino non c’è! In quel momento perdete l’equilibrio; non state cadendo però per un secondo e mezzo voi non pensate a nient’altro che a quello. Per me la magia è proprio un momento in cui non si pensa a nient’altro. Quando io incontro i bambini nei campi profughi e negli ospedali, piuttosto che il pubblico durante gli spettacoli, per 5 minuti, 20 minuti o 1 ora loro non pensano alla loro situazione, ai loro problemi, pensano solo “WOW” e quella per me è la magia.

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L'intervista continua con tante altre domande profonde e curiose, domande “toste”, le ha definite il mago Flip, perché, si sa, i bambini hanno una naturale capacità di scavare dentro... Non ci resta che aspettare il nuovo numero cartaceo di QualBuonVento con l'intervista completa a Mattia Bidoli, in arte Flip. 

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Di seguito il video con alcune anticipazioni:








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