Goma: il viaggio continua… (I)

Un contributo importante. Si (ri)parte!

“Habemus Papam”. Queste le parole pronunciate al telefono da Romano Volpato, “deus ex machina” dell’Associazione Famiglie Rurali di San Giacomo di Vittorio Veneto, in un afoso pomeriggio di metà luglio. Ricordo che ero seduto su uno sgabello nel retro della fioreria gestita da mia moglie e da sua sorella Vanda.

HABEMUS PAPAM - Il sobbalzo fu così rumoroso che vennero a vedere cosa fosse successo. Queste parole, in codice, mi fecero venire i brividi lungo tutto il corpo e gli occhi si inumidirono dalla gioia mentre riuscivo a farfugliare e ad emettere solo un rauco suono gutturale che voleva essere un ringraziamento.

In buona sostanza, l’amico Romano mi stava confermando che tutti gli sforzi fatti nell’ultimo anno insieme al fratello Jean Marie, erano andati a buon fine. Tutto il materiale raccolto per merito delle efficaci “dritte” che ci sono state fornite da Famiglie Rurali riguardo alla domanda di finanziamento presentata alla Conferenza Episcopale Italiana (si tratta del famoso 8 per mille della denuncia dei redditi distribuito alla Chiesa Cattolica) aveva trovato favorevole accoglienza presso la Commissione del Servizio Interventi Caritativi a favore del Terzo Mondo. La minuziosa descrizione della finalità dell’opera, le innumerevoli planimetrie, i prospetti, le fotografie, le lettere in originale dei Vescovi di Goma e Kinshasa, etc. etc., insomma, un contenitore di documenti precisi e ordinati corroborato dalle nostre continue preghiere, consapevoli che, nel mondo, come associazione, e siamo pressoché sconosciuti, tutto ciò ha fatto il miracolo: “Habemus Papam”, il finanziamento è stato approvato! Il denaro sarebbe stato versato in un contro corrente istituito a Goma e intestato alla Scuola Amani Maria Ausiliatrice (immagine di copertina) con possibilità di movimentazione solo dal richiedente e cioè da père Jean Marie.

Incredulità, emozione, soddisfazione e orgoglio al momento della notizia si sono riversati su di me contemporaneamente, lasciandomi stordito e capace soltanto di proferire quell’incomprensibile “grazie” via etere.

Questa è la premessa necessaria a spiegare la ragione per la quale mi trovo, ancora una volta, catapultato a dodicimila metri di altezza, all’interno di un potente Boeing diretto a Kigali, capitale del Ruanda, e da lì, nella Repubblica Democratica del Congo. Questa volta viaggio da solo, munito di biglietto acchiappato in fretta e furia con un invito dell’ultimo momento, ma con idee ben precise su che cosa vado a fare a Goma. Ora, con un considerevole finanziamento in tasca, si fa sul serio. Nei prossimi diciotto mesi, necessari per il completamento della scuola, ci saranno dei documenti obbligatori da presentare alla C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana), quali pezze giustificative di qualsiasi movimento di denaro (fatture con relativi bonifici, assegni, relazioni sui lavori eseguiti). Il mio compito sarà quello di istruire Jean Marie e chi di dovere sulle modalità di esecuzione di questa minuziosa ma necessaria contabilità. Intanto mi godo il viaggio, rilassato e felice di tornare dopo così breve tempo [siamo a settembre 2018, l’ultimo viaggio risale ad aprile dello stesso anno, ndr] in quella che ormai considero la mia seconda terra: il Congo. Lo spirito di adattamento non mi manca, un insignificante sacrificio di fronte alla gioia e alle emozioni che questa gente, questi figli e questo Paese suscitano nel profondo della mia anima.

La fortuita ma fortunata presenza di un addetto aeroportuale che conosce l’italiano, mi fa sbrigare immediatamente le formalità di uscita dall’aeroporto di Kigali (Ruanda), prendendo in controtempo anche père Jean Marie che, avendo fatto i calcoli sull’orario della mia venuta con don Mario di settembre dell’anno prima, non era ancora pronto per il “rendez vous”. Comunque solo pochi minuti di attesa ed eccolo, accompagnato da padre Jean Pierre, salesiano di Kigali. Il sorriso luminoso sul suo viso rotondo, la gamba corta e la solita pancetta prominente, è proprio lui, che mi abbraccia forte, mi ringrazia e mi dice che l’Associazione Amici del Mondo avrà sempre un posto speciale nel suo cuore per quello che ha fatto e che sta facendo per i suoi ragazzi.

Ci portiamo subito sulla collina, al centro della città, per una veloce cenetta, vista l’ora tarda, prima di recarci alla Comunità Salesiana per la notte. “Brochettes” (spiedini di manzo), patate fritte e una birra fresca, questo sembra essere il pasto tradizionale di tutta l’Africa Equatoriale, oltre, si intende, alla capra e al pesce, pietanze che ti vengono servite nei migliori ristoranti della zona. Per la povera gente, invece, non cambia nulla: cenano con “fufù”, manioca lavorata e cucinata con polenta, “lenga lenga”, erbe cotte tipo spinaci ma molto più amare, e qualche volta riso con fagioli. La stanza in Comunità è quella dell’ultima volta, spaziosa e comprensiva di un ulteriore locale con doccia e wc. L’acqua è calda e ne approfitto abbondantemente, chissà quanto mi ricapiterà nell’arco della mia permanenza qui!

Continua...

 

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)





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