Goma: il viaggio continua… (II)

Da Kigali (Ruanda) a Goma (Congo), nella casa salesiana.

Mattinata serena ma frizzante. Il maglioncino è d’obbligo per sentirsi a proprio agio. Dopo una rapida colazione, comprensiva di saluto ai salesiani presenti e di obolo per l’ospitalità, in attesa dell’auto che ci porterà a Goma mi aggiro per il piccolo ed ordinato giardino della comunità. La struttura è disposta su tre lati e consta di due piani. Quello a terra possiede un ampio porticato esteso lungo tutta la costruzione e sfocia in un grande parcheggio. Il primo piano è provvisto di una profonda veranda, all’interno della quale numerosissime camere dalle grandi e luminose vetrate fanno bella mostra di sé con i loro infissi bianchi e le tende candide. Il tutto, dentro e fuori, è di una pulizia esemplare, come pure tutta Kigali, città modernissima, che ho avuto modo di ammirare dal finestrino dell’auto che ci sta portando alla “Grand Barriere”, il posto di frontiera tra Ruanda e Congo.

Il Ruanda è una nazione particolare. È chiamata “la terra dalle mille colline”. Si è ripresa pian piano dai nebulosi e mai chiariti fatti tremenda del ’94 (eccidio di più di un milione di persone, pare, come pulizia etnica). Ora la situazione sembra tranquilla sia nelle città che nelle montagne, dove la mano dell’uomo (soprattutto di donna) si nota prepotentemente per la precisione geometrica delle coltivazioni, estese incredibilmente fino alla sommità delle alture. Il paesaggio è fantastico e, a tratti, mozzafiato. La strada si snoda larga e sinuosa e ben asfaltata, arrampicandosi aggressiva per poi ridiscendete delicatamente tra colline lussureggianti, intervallate, senza soluzione di continuità, da piantagioni di banane, fagioli, riso e verze.

Il viaggio è piacevole e l’autista prudente. Arriviamo nella zona di confina verso mezzogiorno. Dal lato congolese, si sta inaugurando la nuova dogana (finalmente!), costruita sui dettami di quella ruandese. Sul piazzale antistante sono schierati la banda dell’Esercito ed un plotone militare, in attesa dell’arrivo, per l’“imprimatur” dell’opera, niente meno che della moglie del Presidente Kabila, che, dicono, sia nata da queste parti. Passiamo oltre, senza attendere l’evento. Con pochi franchi congolesi (una miseria), Jean Marie ottiene che lo sguardo dell’obesa poliziotta doganale sia rivolto altrove, mentre transita la mia valigia. L’unico obbligo è il lavaggio delle mani con un liquido che ha assonanza con la nostra candeggina e la misurazione della temperatura corporea con una strana pistola di plastica che viene puntata alla tempia a mo’ di roulette russa. Questa è l’unica forma di prevenzione adottata dallo Stato per l’Ebola che sta creando non pochi problemi nel nord della provincia.

In breve ci ritroviamo in Congo e più precisamente tra le braccia di père Hervè, il nuovo salesiano che ha sostituito père Kizito, un caro amico, trasferitosi da poco tempo nella comunità di Lubumbashi. La casa salesiana è “toutjour là”, nulla è cambiato. Mi sembra di essere partito ieri. Diamant, il tutto fare, seduto sul suo sgabello, sta lavando i panni con due “radar” per occhi che controllano qualsiasi movimento. Justine, il cuoco, sta tagliando le verdure con la sua divisa bianca, come si addice ad uno “chef” di classe, e lui di classe ne ha da vendere, specialmente in riferimento alle gustosissime zuppe serali! Il pranzo si prolunga fin quasi alle 15.00. I fratelli salesiani sono già al lavoro, li rivedrò tutti in serata. La comitiva si è molto rinnovata. Oltre all’anziano Honorato, quello spagnolo, Jean Marie, che nel frattempo ha lasciato ufficialmente la carica di Preside dell’Istituto Superiore ITG per assumere quella di Rettore e Supervisore della nostra Scuola Amani Maria Ausiliatrice, resta nella squadra il bibliotecario Gilbert e subentrano i nuovi Hervè, che prende il posto di Kizito come insegnante all’atelier della saldatura, e Jean Pierre, nominato Economo. A questi, in sostituzione di Christian e Jeremie, aspiranti ormai con impronta salesiana, si è aggiunto un nuovo giovanotto che si chiama David. È una squadra che, come noterò nei giorni di permanenza, si amalgama perfettamente e lavora in grande sintonia.

La camera è la solita. In un baleno disfo i bagagli ed accompagno Jean Marie all’Ospedale Diocesano per far visita ad una partoriente della sua parrocchia. Intanto il cielo riversa su Goma una pioggia torrenziale di breve durata ma di grande intensità.

Concludiamo il pomeriggio con una birra di benvenuto in un “buco” incredibile e di difficile descrizione. Un locale lillipuziano, gestito da una gentilissima signora i cui tre figli studiano tutti all’Istituto Superiore. Senza marito, sparito anni or sono, con viso scavato da rughe di fatica e di tristezza, ella porta avanti questo lavoro che le permette di pagare (non sempre) gli studi ai figli e di sopravvivere alla miseria. Tre sedie sgangherate, due tavoli, la cui età dovrebbe risalire ai tempi del dittatore Mobutu, con sopra, credo, ancora la polvere dell’epoca. La donna ci accoglie con rassegnata gentilezza, portandoci le birre che beviamo direttamente dalla bottiglia. Rientriamo per cena e per il saluto di benvenuto con i confratelli, e poi a letto, senza luce, senza acqua e senza connessione telefonica.

SONO ARRIVATO IN CONGO!!!

Continua...

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)





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