Goma: il viaggio continua… (VI)

All’eremo di suor Sifa.

Ore 7.30. Saluto ai piccoli allievi. Jean Marie ha ancora qualche impegno con l’ITG. È ancora lui il preside provvisorio finché non arriva il sostituto da Lumumbashi. Ho la mattinata libera. Chiedo notizie di suor Sifa, religiosa conosciuta a Uvira ed ora trasferitasi a Goma. Lui mi suggerisce il nome del quartiere dove vive e opera (Ndosho) ed io, da “novello congolese”, fermo un “motard” (moto-taxi) e, dopo una brevissima discussione sul prezzo della corsa, salto sul suo mezzo e via!

Goma alle 9 del mattino è un inferno. La comodità della moto è unica e non capisco perché nessun bianco ne usufruisca. I “motards” che ci sorpassano (il mio è prudente) fanno delle continue battute sul “muzungu” (uomo bianco) seduto sulla moto. Parlano in swhaili, il dialetto locale, io non capisco, ma li saluto e sorrido, ottenendo sempre risposte gioviali. Attraversiamo la città e ci inoltriamo per una via tutta buchi e spuntoni di roccia. Ricordo il posto per essere stato a trovare suor Sifa l’anno scorso e così do le indicazioni finali al mio autista. Arriviamo davanti ad un portone verniciato testa di moro con un muro di recinzione fatto di mattoni rossi da cui sporgono verdi cespugli. Un signore magro sulla quarantina mi viene ad aprire. Chiedo di suor Sifa, lui mi dice di attendere, e mi fa entrare in una piccola stanzetta per gli ospiti molto ordinata, con una serie di sedie appoggiate al muro ed un tavolo al centro. Pochi minuti ed arriva suor Luisa, la superiora, italiana di Torino, che dirige questo piccolo convento. Mi rivolgo a lei spiegano che sono amico di suor Sifa fin dai tempi di Uvira, quando abitavano in un bellissimo eremo posto a metà montagna nella frazione di Kalundu con vista sul lago Tanganika. Laggiù la visita era d’obbligo, se non altro per mangiare gli spaghetti al ragù e il dolce servito dalle sorelle danzando e cantando canzoni propiziatorie. Nel mentre, ecco che arriva suor Sifa! Tre secondi di perplessità, e poi i suoi occhi si spalancano increduli e, sfoderando il più ammaliante sorriso che la sua perfetta dentatura può permettersi, esclama “oh, Renato!” e corre verso di me, mi schiocca tre baci sulle guance farfugliando “Karibu, che sorpresa, karibu (benvenuto)!”. Sono molto felice anch’io di rivederla. Elegantemente e con discrezione, la Superiora ci lascia soli, ed allora i ricordi rifluiscono alla memoria e ci regalano brividi di emozioni. L’invito per il tè, dentro il loro eremo, è immediato. Il salotto è semplice e ben curato, la cucina è linda ed accogliente. Le sorelle sono cinque e curano un’intera Parrocchia. Sono addette all’insegnamento del cucito ed al recupero scolastico di coloro che sono arrivati tardi all’istruzione. L’invito a restare per il pranzo è spontaneo ed io accetto con entusiasmo. Nell’attesa, Sifa mi porta alla Parrocchia per visitare le aule, gli uffici e soprattutto la chiesa, costruzione imponente e circolare, bellissima fuori e dentro: ariosa e molto spaziosa, con infiniti banchi che oggi sono completamente occupati dagli allievi di tre scuole primarie che stanno assistendo alla Messa di inizio anno scolastico: cantano e ballano all’unisono, è uno spettacolo incredibile e molto coinvolgente. Migliaia di teste che ondeggiano a tempo di musica e migliaia di bocche che cantano a squarciagola. UNICO! Alla fine della funzione si riversano tutti, come cavallette, sul sagrato e, credetemi, ho il mio bel daffare a stringere mani, salutare, accarezzare teste rasate, rispondere a sorrisi di occhioni spalancati e felici. Lasciamo questa moltitudine bianco-blu e ci accomodiamo con le altre consorelle nella ridente cucina per il pranzo. Pasta al pomodoro, fagioli, patate fritte e “bisamugnu” (banane lessate), tutto molto buono con, al termine, due grosse fette di ananas. Durante il pranzo intrattengo la compagnia con il resoconto dei miei viaggi prima ad Uvira e poi a Goma. Mi compiaccio per l’attenzione massima che mi concedono. Alla fine, mi ringraziano per l’entusiasmo che hanno percepito nel mio raccontare. Sono molto felici della mia visita e mi fanno promettere che tornerò a trovarle nel mio prossimo viaggio. Dopo le foto di rito, mi accompagnano sulla strada per prendere la “moto” che mi riporterà alla Casa Salesiana. Suscito la sorpresa della moltitudine presente quando, prima di partire, bacio tutte con trasporto, e via verso Bosconia! Attraverso la città sul sellino posteriore di una moto “cinese” e con migliaia di occhiate sorprese al mio passaggio, poiché “muzungu” in moto parte sia una novità qui a Goma.

Fine serata con la rituale visita parenti. Jean Marie mi porta a salutare i genitori. Stanno abbastanza bene, considerata l’età. Il padre con qualche problemino di prostata, la mamma con un po’ di pressione alta, ma, quando mi vede, spalanca il suo migliore sorriso e mi abbraccia forte forte: “Bienvenu a mon fis italien” mi sussurra baciandomi. Andiamo a bere qualcosa in un piccolo locale non molto lontano, di proprietà di una loro cugina (Jean Marie sembra avere parenti in tutta Goma!). È una stamberga, piccola e dal soffitto basso, molto polverosa, forse perché si affaccia su una strada molto trafficata. Il piccolo banco, costruito con vecchie assi tarlate, sembra crollare da un momento all’altro. Non c’è luce, solo due tavoli circondati da sedie di plastica ormai dal colore indefinito, ma non fa niente. L’accoglienza della cugina è cordiale e sincera. Beviamo nella penombra le nostre bibite, discorrendo. Il buio è pressoché totale. Lo spiraglio della porta aperta sulla strada ci consente di intravedere almeno le bottiglie, evitando così scambi imbarazzanti. Alla fine ci congediamo con un caloroso saluto e rientriamo alla “maison salesienne” per la cena con la solita zuppa fantastica del bravissimo Justine.

Continua…

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)





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