Goma: il viaggio continua… (VII)

Quell’invisibile confine che nessuno osa oltrepassare

Alzataccia alle 5 per la Messa solenne delle 6.30. Con la resistenza elettrica acquistata al mercato di Birerè e con la fortuna di avere a quest’or, un po’ di corrente riesco ad intiepidire un grande secchio d’acqua preparato per ogni evenienza la sera prima. Usando un contenitore più piccolo, mi scaravento addosso due gavettoni prima, ed altri tre dopo l’insaponamento del piacevole liquido. Con l’acqua fredda, vista la temperatura, avrei rischiato una bronchite.

Oltre duemila fedeli occupano le panche della grande Cappella salesiana. Officia padre Hervé, il nuovo confratello entrato a far parte della scuderia di Bosconia. Questi seguaci di don Bosco assomigliano tanto alle società di calcio. Rinnovano i ranghi ogni due o tre anni con spostamenti improvvisi, inserendo spesso, le loro pedine in contesti differenti dagli studi effettuati. “C’EST LA VIE” (“È LA VITA”). Anche Jean Marie ha il fiato sul collo, ma finché non saranno finiti i lavori della scuola, di cui è il superiore, se ne resterà sicuramente a Goma.

La funzione, della durata di 2 ore, è sempre coinvolgente con i rituali canti e le sinuose danze. Il ritmo e la cadenza del ballo questi congolesi ce l’hanno dentro fin dalla nascita. Anche gli individui di grossa taglia, nel ballo, si muovono con eleganza e leggerezza. Io mi sono limitato a battere le mani a tempo: troppi occhi mi scrutavano, rischiavo di fare la figura dell’imbranato!

Rientro alla Casa Salesiana per colazione, ricevendo il permesso di libera uscita da Jean Marie, impegnato ad officiare la Messa delle 10. Mattinata organizzata in un nanosecondo! Passeggiata rilassante fino alla scuola ITG. Da lì prendo un moto taxi (ormai sono un esperto) e mi faccio portare all’Hotel Ihusi, un “vip” resort appollaiato lungo il lago Kivu. Mi crogiolo al sole sulla terrazza, gustandomi una freschissima birra ed ammirando il lago, leggermente increspato, che si infrange, con solennità, sulle turistiche sponde del Ruanda. Mentre l’acqua lacustre, con il suo regolare sciabordio, prende la cadenza ritmica di un motivo “rap”, rifletto rilassato sul lavoro fatto e su cosa di deve ancora completare. Lunedì e martedì ci saranno gli incontri conclusivi con l’amica Sara per le considerazioni finali sulla precisione del reparto cartaceo e con l’ingegnere Oliver per la messa a punto dei prossimi preventivi e per la data di inizio lavori. Sono talmente soddisfatto che decido di rientrare a piedi alla Casa Salesiana (9 km circa), passando dalla zona “vip” a quella più povera e disagiata. Il mio orologio, collegato al cellulare per quel che riguarda l’esercizio fisico, continua a scrivere, al centro del quadrante, “camminata fantastica”, come se mi leggesse nel pensiero. In questa lunga e afosissima passeggiata, incontro donne bellissime ed eleganti, con tacchi alti, abiti attillati alla moda, trucco ben disegnato e capelli con treccine infilate in minuscoli cilindretti intonati all’abito, accompagnate da uomini alti e snelli, con camicie stiratissime e pantaloni dalla piega impeccabile, scarpe lucide, rigorosamente a punta. Pe mano hanno degli splendidi “bambolotti di cioccolato”, pulitissimi e pettinatissimi, dai grandi occhi spalancati e sorridenti. Per contro, nella seconda metà del viaggio, incontro uomini trasandati e sporchi che con biciclette e carretti trasportano ogni tipo di mercanzia, e donne rugose ed emaciate, con “pagne” (abito caratteristico africano) sbiadito e fazzoletto in testa, intente a caricarsi sulla schiena grandi e pesanti sacchi, oppure sedute sulla nuda terra, con accanto contenitori di frutta e verdura al limite della scadenza; per trucco hanno occhi spenti ed infinite rughe, lo sguardo stanco e rassegnato; i bimbi, scalzi, con magliette strappate dal colore dimenticato, hanno gli occhi grandi e infelici, le manine sporgono con palmi all’insù nell’insistente nenia: “money, money”. Stesso popolo, stessa città, ma separati da un invisibile confine che nessuno osa oltrepassare se non i “motards” ed il contingente ONU. Con gli effettivi dislocati in periferia e gli uffici nella zona “vip”.

Dopo il pranzo in comunità, Jean Marie mi propone una puntatina alla “plage du people” (spiaggia del popolo). Trattasi di uno spiazzo in riva al lago di circa 200 metri di lunghezza dove alberga uno speciale bar all’aperto con video giganti e musica da discoteca costruito per gentile concessione della “first lady”, la moglie del presidente Kabila. Un grande terrazzo si snoda fino al lago ed una enorme tettoia copre il bar mettendo a disposizione degli avventori sedie e tavoli a volontà. Il posto è interessante e molto frequentato, ma solo dalla Goma “bene”. Come al solito, sono l’unico “muzungu” (uomo bianco) e desto parecchia curiosità in virtù del fatto che, oltre al colore dell’epidermide, incontro Gradie, una delle belle cugine di Jean Marie, che mi porta sulla terrazza al tavolo di amici. È molto elegante e mi chiede di fare una foto con lei sul lago. Accetto volentieri, attirandomi, nel contempo, moltissime occhiate di disapprovazione dai tavoli vicini. Restiamo in sua compagnia ed in quella delle altre due sorelle (che nel frattempo Gradie si era premurata di avvisare ed invitare con un sms) fino alle 18, orario in cui a Goma comincia a fare buio. Il fuoristrada fatiscente di Jean Marie (sempre lo stesso) ha un fanale bruciato cosicché, al rientro, sommando questo sfortunato disguido alla proverbiale nomea di un Jean Marie alquanto imbranato nella guida notturna, il tutto provoca lungo il tragitto di ritorno una ridda di strombazzamenti e di severe occhiatacce da tutti i “motards” della città. Arriviamo comunque sani e salvi all’eremo salesiano e, dopo una frugale cenetta (zuppa più resti del mezzogiorno), mi ritrovo in camera per la notte. Sono le 20.30. Provo a leggere un libro, ma, dopo due pagine, mi abbandono tra le braccia di Morfeo.

Continua…

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)





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