Goma: il viaggio continua… (VIII)

Ultimi giorni a Goma: un incontro e una cena particolari…

Ultimi giorni di soggiorno a Goma. Non so quando riuscirò a tornare. A fine anno ci saranno le elezioni politiche dall’esito molto incerto. I brogli elettorali, come sempre, saranno all’ordine del giorno e la popolazione, con le conseguenti manifestazioni di protesta, avrà sempre la peggio, contando i propri morti e leccandosi le ferite. Ho promesso agli amici salesiani di rivederli a maggio, ma non so se per allora la vita a Goma sarà tornata alla “normalità”. C’è poi un altro problema da non trascurare, quello legato all’ebola, la malattia dalla morte rapida che sembra stia espandendosi in tutta la provincia del Nord Kivu, di cui Goma è la capitale. In virtù di tutto ciò, cerco di sfruttare al massimo il poco tempo che mi resta per godere della compagnia degli amici congolesi e per ficcare il naso nei posti più impensabili di questa città, agglomerato di miseria e di povertà, non senza un pizzico di incoscienza e di desiderio di avventura.

Torno a incontrare Sara per i saluti e le ultime puntualizzazioni, con la consapevolezza di aver centrato il mio obiettivo: un occhio vigile e fidato sulle opere scolastiche ed una professionale competenza per quel che riguarda l’iter burocratico. Ovviamente arrivo alla Maison Marguerite in moto taxi e poi, approfittando della buona mattinata, rientro a piedi, godendomi appieno la passeggiata, felice di ritrovarmi solo in quell’immensa e caotica “babele” umana. Non vedo “muzungu” camminare per la strada, se non quelli che, dopo aver parcheggiato il fuoristrada, entrano rapidamente in qualche negozio, non senza avermi scoccato una frettolosa, quanto meravigliata occhiata. Non sono minimamente preoccupato, anzi, più mi immergo e mi avvolgo in volti scuri con denti bianchissimi e più mi sento di essere uno di loro, uno come loro.  Vorrei fermarmi a parlare con la donna seduta sul ciglio di uno sbriciolato marciapiede, vestita con un “pagne” color arcobaleno, che mi porge una banana con gli occhi supplicanti, sperando in una facile vendita. Vorrei domandarle della famiglia, certamente avrà figli, uno due tre… Forse vendere la frutta serve a pagare loro la retta scolastica o forse per poter acquistare un po’ di riso e un pugno di fagioli per il pranzo/cena (n Congo più del 75% della popolazione fa un pasto al giorno). Accetto la banana che mi porge, la ringrazio e le stringo la mano, non senza aver furtivamente accartocciato nella mia una banconota da 10 dollari. Al contatto, il suo palmo sente il fruscio del denaro ed il suo cuore comprende che non sono miseri franchi congolesi. I suoi occhi scuri si spalancano grandi e felici e, al contempo, umidi e riconoscenti. Non ritira subito la mano, ma la tiene ancora per qualche istante sulla mia, in segno di gratitudine. Alla fine, turbato ma felice, mi allontano in fretta senza voltarmi, certo di non rivederla più ma sicuro di ricordarla per sempre.

Pomeriggio di pioggia torrenziale e temporalesca con lampi e tuoni a volontà. Resto sotto il portico della casa salesiana a parlare con Diamant, il “boy” tuttofare. Mi racconta della sua famiglia e del figlioletto di tre mesi a cui ha dato il nome di Michel Angel, memore di aver chiesto lumi, in quel senso, a Gianfranco nel mese di aprile, la cui risposta era stata: “Se pensi che potrà diventare un grande uomo, allora dagli il nome di un grande personaggio come Michelangelo”. Jean Marie rientra nel tardo pomeriggio e mi propone di visitare un locale caratteristico di Goma chiamato “SALUT LE COPAIN” (un saluto agli amici). È un ambiente situato al centro della città e costruito per la maggior parte in legno e canne di bambù, di ampiezza discreta, provvisto di una decina di tavoli in plastica con sedie dello stesso materiale, ricoperte da uno strato di finissima polvere depositatasi chissà da quanto tempo. L’interno di presenta discretamente buio: rade lampadine, fioche ed annerite, alimentate da un fatiscente generatore, ti permettono a malapena di individuare nello sfondo un antiquato banco stracarico di birra delle più svariate marche. In un angolo, un televisore piatto di ultima generazione emette a tutto volume musica congolese. All’interno dello schermo si alternano gruppi che cantano e danzano sinuosamente, come il tizio che, appostato sulla zona di mescita, sta muovendo a ritmo di blues il suo ventre prominente. È il titolare del locale, a cui vengo subito presentato e che, nel salutarmi alla moda africana (ovvero appoggiando la sua testa alla mia per tre volte: destra, sinistra, destra), mi racconta che la mia visita è per lui un grande onore visto che sono il primo “muzungu” che mette piede là dentro. Il tizio mi allunga subito una birra e, sempre danzando con sinuosa voluttà, mi invita la sera appresso a mangiare coniglio, specialità della casa, indicandomi con un dito il centro del locale. Ed è proprio allora che, nella penombra, mi accorgo di un grande cesto di plastica posizionato sotto il pilone che sostiene tutta la baracca, contenente foglie di lattuga attaccate voracemente da tre o quattro conigli ben pasciuti. Altri ne scorgo sotto le sedie e lungo il perimetro che si muovono a scatti, aspettando il proprio turno per il pranzo. Jean Marie mi racconta che qui si organizzano sovente cene con coniglio alla brace. L’animale è catturato sul posto e, in meno di mezz’ora, viene anche cucinato con il suo contorno di patate fritte e cipolle crude. Così è stato per me, primo bianco a “partager” (condividere) con gli amici congolesi, la sera dopo, un bel coniglio bianco, uno dei più buoni che io abbia mai mangiato, rigorosamente con le mani, ed accompagnato da birre fresche. Se dovessi ritornare a Goma il prossimo anno, questa sarà una tappa ed una serata che non mi farò mancare.

Continua…

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)

 

[Foto: i lavori nella scuola grazie al prezioso contributo ricevuto dalla CEI e con la supervisione in loco di Sara e Jean Marie]






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