Goma: l'inaugurazione della scuola (IV)

Dal diario di viaggio (Gennaio 2020) di Renato Da Ros...

La mattinata non è delle migliori, nuvole bianche attraversano il pallido cielo, diritte, come tante autostrade parallele, sospese nel vuoto. Fa anche freddino, tanto che sono obbligato, causa l’acqua gelida, ad usare salviettine igieniche prudentemente portate da casa per la pulizia corporale. Justine, il cuoco, ci fa trovare del caffè bollente per colazione, troppo forte e troppo acido, visto che continua a schiacciare la polvere bruna nel filtro della caffettiera convinto che la bontà del liquido dipenda dalla quantità di caffè che riesce a spingerci dentro. Rajko ha ben riposato e non vede l’ora di incontrare i ragazzi che già sentiamo radunarsi nel cortile della scuola per le preghiere e per il canto dell’inno nazionale. Due banane, un po’ d’acqua, e via di corsa, attraverso l’orto dei salesiani, per non arrivare in ritardo. Il piccolo esercito è già sul campo, diviso in plotoni allineati (classi), controllati ciascuno da un comandante (maestro), occupato a far mantenere le distanze ai piccoli “soldatini” bianco-blu che, quando ci scorgono, ci accolgono con uno scrosciante battimano ed una miriade di grida di gioia. Le colonne, dapprima ben allineate, ora ondeggiano pericolosamente, quasi fosse un “rompete le righe”, ma la voce sicura di Jean Marie supportata da un gracchiante microfono, blocca tutto sul nascere. Le fila si ricompongono ordinate e silenziose, restano solo i volti tutti girati dalla nostra parte, volti riempiti da occhi grandi e bellissimi e da denti numerosi e bianchissimi che ti gridano, senza parlare, il più emozionante dei benvenuto. Alla domanda del direttore se ricordano il mio nome una moltitudine di mani si leva dalle fila e, all’unisono, senza attendere, la marea bianco-azzurra comincia a gridare “RENATO, RENATO!”, sotto gli occhi spalancati degli allievi delle tre prime classi a cui, per ovvi motivi, ero ancora sconosciuto. Poi, preghiere, inno nazionale ed entrata ordinata in classe.

Siamo passati in tutte le aule a salutare gli insegnanti e poi, con Jean Marie libero da impegni, ci siamo immersi in un “tour de la ville”, per far conoscere a Rajko, neofita, tutta la città. Ci immergiamo subito nel solito traffico caotico ed assordante poco adatto alla guida del nostro fratello salesiano fin troppo prudente ed accomodante con certi “muscenzi” (selvaggi, in swahili), disposti a rischiare l’incidente pur di infilarsi in qualsiasi buco libero, provocando brusche frenate del nostro “provetto autista” e molti improperi da parte mia, che gli stavo al fianco, mentre Rajko, sul sedile posteriore, se la rideva di gusto. Jean Marie aveva appuntamento, alle 10 a Boscolac per una lezione con i futuri aspiranti salesiani, una quindicina di ragazzi che, per un anno, studiano e meditano in un accogliente eremo costruito sotto un vulcano spento, appena fuori Goma, su uno scosceso pendio che conduce al lago. Il luogo è interessante, ve ne parlai a suo tempo essendo rimasto per due giorni di meditazione anch’io, sotto l’ala di padre Serge, l’allora direttore della comunità. Ora il suo sostituto è padre Pascal, giovane salesiano dallo sguardo intelligente e sincero, con tante idee innovative ma senza fondi per realizzarle. Mentre Jean Marie esamina i maturandi, padre Pascal ci porta a visitare le solite tre aule fatiscenti, in legno, costruite a metà collina, dove un piccolo gruppo di allievi sta facendo alfabetizzazione, agli ordini di un maestro dagli occhietti vispi e dal sorriso permanentemente stampato sul volto.

Mentre i piccoli declamano all’unisono le lettere dell’alfabeto, padre Pascal mi fa capire che vorrebbe rimettere a posto la piccola scuola. Ha già preso contatti con una nuova associazione ma vorrebbe coinvolgere anche noi nel progetto, se non altro per pagare gli insegnanti, non essendo questa entità, convenzionata con lo Stato. Gli rispondo che questa decisione spetta agli AMICI DEL MONDO ma, in cuor mio, so che non perorerò la causa al mio ritorno. Il motivo è che, a meno di un chilometro, mentre arrivavamo in auto, proprio al centro del rione, io e mio cognato avevamo notato un grande complesso scolastico alquanto fatiscente ma frequentato da circa 400 allievi che, in quel momento, erano in ricreazione. Il cartello, all’entrata, parlava di una “scuola cattolica convenzionata statale”. Gli edifici in legno avevano bisogno urgente di ristrutturazione ed i bagni erano a dir poco vergognosi, alcuni anche senza porta. Non capivo quindi, il bisogno di 6 aule a Boscolac, molto fuori dal centro abitato, servite da una strada che chiamare “mulattiera” era fargli un complimento, quando si poteva rimettere in sesto una scuola già esistente, regolare e funzionante. C'era inoltre, un secondo motivo per il quale avevo tergiversato alle richieste di Pascal. Nell’ultimo anno, sempre a Boscolac, per ricordare il figlio morto in non so quali circostanze, una coppia belga aveva donato ai salesiani una cospicua somma di denaro che questi ultimi avevano impegnato per la costruzione di una cappella. Un edificio circolare, con una grande cupola, una lunga scalinata di accesso e, all’interno, marmi e dipinti a non finire. Il ricordo che avevo della stanza trasformata in cappella nella quale anch’io avevo pregato e meditato assieme ad una quindicina di giovani aspiranti, seppure accogliente e confortevole, scompariva all’impatto con quest’opera che avrebbe meritato ben altra collocazione. La domanda assillante era: perché per ricordare quel povero ragazzo non era stata usata la somma per sistemare la scuola ed intitolarla a suo nome? Non era forse più importante un edificio per l’istruzione che, a sentir loro mancava, piuttosto che una chiesa che c’era già? Ero e sono ancora convinto che opere di questo spessore, in un luogo così fuori mano, non siano altro che “cattedrali nel deserto”, fini a se stesse, senza alcuna utilità per il miglioramento spirituale e culturale di questo popolo. Gli AMICI DEL MONDO sono nati con l’idea di creare qualche cosa a cui possano attingere e beneficiare il maggior numero possibile di giovani, nell’intento di poter dare loro una concreta speranza per un futuro migliore. È altresì nostra convinzione che la ricerca del miglioramento dell’esistente viene prima della costruzione del nuovo.

(continua...)

Renato Da Ros,
presidente Amici del Mondo -
Mareno di Piave (Treviso)





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