Il “sì” di Andrea Santorio e di Carlo Maschio

Lo stupore di essere sempre se stessi e di essere preti

Andrea e Carlo, rispettivamente 32 e 28 anni, sabato 2 giugno nella Cattedrale di Vittorio Veneto sono stati ordinati presbiteri dal vescovo Corrado Pizziolo.

A pochi giorni dall’ordinazione presbiterale, come vi sentite?

ANDREA: Mi sento frastornato, preso dentro qualcosa che è molto più grande per me, con lo stupore del fatto che io sono sempre lo stesso eppure sono prete, e queste due cose non vanno proprio insieme in maniera spontanea. È una gran cosa, che mi lascia con la sensazione, appunto, di essere preso dentro qualcosa di più grande, un dono, e c’è il senso di inadeguatezza: sono prete, ma devo imparare a farlo sul campo.

CARLO: I sentimenti più evidenti in questi giorni sono contentezza e stupore per un dono grande ricevuto.

Qual è stato il momento per voi più intenso della celebrazione?

ANDREA: Sicuramente l’ingresso in cattedrale, per la sensazione che dicevo prima: entrando in cattedrale, mi sono reso conto di quanto fosse più grande di me ciò che mi stava succedendo. C’era il vescovo, tutti quei preti, tutta quella gente, tutti vestiti a festa, il coro, la contentezza nei volti… mi sono sentito piccolo piccolo rispetto a tutto questo. E poi ci sono stati altri momenti belli, come l’abbraccio di pace, momento in cui ti senti proprio parte del presbiterio. Però se dovessi selezionarne uno è proprio l’ingresso in cattedrale, l’impatto con quello che stava per succedere.

CARLO: Direi che tutta la celebrazione è stata intensa! Un momento particolarmente significativo è stata l'imposizione delle mani da parte del vescovo, e, di seguito, da parte di tutti i sacerdoti presenti. Si percepiva la presenza di un corpo, per certi versi anche una squadra: quella del presbiterio diocesano del quale ora faccio parte anch'io. Questo momento è stato bello perché esprime il fatto che il dono del sacerdozio viene da Cristo, ma, in quanto suoi discepoli e ministri, siamo responsabili per trasmetterlo agli altri.

Sono sempre meno le vocazioni di speciale consacrazione, e colpisce sempre quando è un giovane a rispondere a questa chiamata… Voi come ci siete arrivati? Cos’ è che vi ha spinto e sostenuto nella vostra scelta per il Signore?

ANDREA: È stato un percorso lungo fatto di progressivo approfondimento di che cosa potesse significare quell’input iniziale, quella volta - a quella messa domenicale o feriale che fosse - in cui mi rimase così impresso che la messe è molta e gli operai sono pochi. Ci vollero anni prima che io prendessi sul serio quel pensiero e la sua conseguenza (se son pochi gli operai, tu sarai prete)! Intanto c’era in me anche il senso del costante limite che è la vita del mondo: ogni obiettivo che mi davo lo raggiungevo, e poi ne volevo subito un altro, perché non mi soddisfava, non mi saziava mai. Di limite in limite… ho scoperto che in Dio è tutta un’altra cosa: non sei più tu che vai in cerca, ma è Lui che cerca te. E non ho desiderato più altro che questo, essere cercato dall’amore di Dio. Però questo passaggio ha richiesto che mi mettessi in ricerca vocazionale: ho preso sul serio la chiamata, mi sono confrontato con più preti, sono entrato nel gruppo di ricerca vocazionale diocesano, e poi è stato il gruppo, la Chiesa, il Seminario a sostenere il mio cammino vocazionale, che non si può fare in solitaria: hai bisogno che sia la Chiesa a prendersene cura, perché è Cristo che si prende cura di te tramite la Chiesa.

CARLO: La vocazione è un dono di Dio. Quello che sta a noi è lasciare spazio a Dio, fare silenzio per ascoltare la sua voce. Negli ultimi anni delle superiori ho avuto la grazia di incontrare persone che mi hanno indirizzato e poi accompagnato per condividere un cammino di ascolto, amicizia e condivisione con altri coetanei proprio nell'ottica di una ricerca vocazionale. In questo cammino ho scoperto pian piano che non potevo che rispondere all'amore di Dio che mi chiamava. E questa relazione così importante l'avevo scoperta, o perlomeno intuita, per la prima volta, già il giorno della mia prima Comunione.

Immagino che la Chiesa nutra molte aspettative nei confronti dei nuovi giovani sacerdoti, anche come possibile traino di rinnovamento per avvicinare sempre più giovani. Secondo voi, di che cosa ha maggiormente bisogno la Chiesa oggi?

ANDREA: Io penso che la Chiesa abbia bisogno di riscoprire, rinsaldare, coltivare la vita spirituale dei suoi membri - tutti quanti, dai laici ai preti. Senza un rinnovamento spirituale, senza una scaletta di priorità che metta il Signore e il suo modo di vedere le cose al primo posto, non si può andare da nessuna parte. E questa è una cosa che si può ottenere soltanto mediante la preghiera, costante, assidua, quotidiana; una preghiera che non sia semplicemente un “dir su preghiere” ma un lasciarsi interpellare dalla parola di Dio e cercare di metterla in pratica.

CARLO: Secondo me un aspetto della Chiesa che affascina sempre è la comunione...  Gesù stesso in Gv 13,35 dice così: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". E c'è tanto bene già sparso. Famiglie o singole persone che vivono anche in maniera molto discreta e silenziosa la fede, la carità e la speranza. E questi e tanti altri doni nella Chiesa è bello condividerli, è bello che si conoscano. Anche perché vivendo nella comunione ci si accompagna nel cammino gli uni gli altri e ci si arricchisce vicendevolmente. E poi, come Chiesa e come singoli, abbiamo bisogno anche di coltivare il discernimento, come ricorda spesso papa Francesco, quindi riconoscere in se stessi l'opera di Dio e dello Spirito Santo, quelle che sono le proprie abitudini e il proprio temperamento e quella che è, invece, la voce del nemico; è un dono prezioso, perché consente di camminare come cristiani senza annacquarci con la mentalità del mondo.

Se doveste scegliere una parola per definire la vostra missione di sacerdoti, quale scegliereste?

ANDREA: Direi “traboccamento”, “tracimazione”, cioè l’essere preso da un dono che ti riempie la vita. È un dono innanzitutto per te, perché la vocazione è innanzitutto un dono per chi la riceve, e poi a servizio degli altri, ma il servizio può avvenire solo se ti lasci riempire dall’amore del Signore fino all’orlo in modo che questo poi possa traboccare, perché così ce n’è per te e per gli altri e tu diventi canale.

CARLO: Direi “relazione”…

Domenica 10 giugno p.v. don Andrea celebrerà la S. Messa delle ore 10.30 a San Vendemiano e don Carlo la S. Messa delle ore 11.00 a Motta di Livenza.








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