Intervista a Daniela Modolo al suo ritorno dalla Siberia (PARTE II)

Il proseguo dell'intervista con video riassuntivo

 

Com’è stato l’arrivo in paese?

Quando sono arrivato erano le 6 di mattina ed era ancora buio. Sapevo che dovevo fermarmi per incontrare la signora che accoglie le persone che arrivano. Quindi, in attesa che il paese si svegliasse, mi sono messo a dormire, senza neanche mangiare. Più tardi, ho ripreso la mia bici e mi sono recato agli uffici, che prima erano chiusi. La gente mi guardava con degli occhi sbalorditi e veniva fuori a farmi foto. Di per sé non era strano vedermi arrivare in bici, bensì vedermi arrivare in bici da solo nel cuore dell’inverno a quelle temperature (in quel momento si registravano - 62°C). È stata una soddisfazione apprendere che sono stato il primothe firts one in the world»), e il sindaco del posto mi ha consegnato l’attestato! Il problema a quel punto era la lingua: da quelle parti si parla un mongolo-turco e anche in inglese era difficile capirsi. La cosa più strana che mi ha colpito arrivato in paese - me l’avevano detto, ma non ci credevo! - è che lì da fine novembre a inizio marzo le autovetture non vengono mai spente, giorno e notte.

Com’è andare lì a livello burocratico?

Mostruoso. Ho dovuto dare, a parte il visto che costa 200 euro, un giorno di entrata, un giorno di uscita (e ho pagato in proporzione). Mi sono venuti incontro all’aeroporto, chiedendomi “Lei è Modolo Daniele?”. Tramite un’agenzia ho dovuto trovarmi un referente del luogo, che mi ha prenotato un hotel anche se io non ne avevo fatto richiesta perché non mi serviva (arrivato a Oymyakon sarei ripartito subito), ma loro volevano avere un recapito. È stato laborioso, sicuramente.

Come ti sei preparato per affrontare questa impresa?

Da quando ho deciso la meta, per organizzare il tutto ci sono voluti 5 mesi. Man mano che si avvicinava la data della partenza avevo sempre più timori. Prepararmi psicologicamente mi è costato molto più che allenarmi fisicamente. Io ho un sistema di allenamento “verticale”: non mi alleno tutti i giorni tre ore, ma faccio anche tre giorni senza allenarmi e poi un giorno mi alleno 20 ore di fila. Un allenamento di tre ore a me costa pochissimo mentalmente, invece star fuori 10 ore in bici o fare il Visentin su e giù tre volte, mentalmente è un ottimo tipo di preparazione perché mi sprona a superare lo stress fisico e psichico.

Perché hai scelto proprio Oymyakon come meta?

Perché è il paese più freddo al mondo [ndr sorride]. Cercavo qualcosa di “estremo”, almeno quanto a temperatura, e ho trovato due località, a dir la verità: l’Antartide e Oymyakon in Siberia. Ho scelto quest’ultimo perché l’Antartide non è abitato, quindi l’avevo visto come una cosa “finta”: cambi tre voli, arrivi lì, sei in Antartide, rimani uno/due giorni e poi torni a casa, perché non c’è molto da fare lì (ci sono solo strutture di ricerca). Ho scelto Oymyakon che comunque ha la nomea di essere molto freddo: ci hanno misurato la temperatura più fredda al mondo come posto abitato (- 71°C).

Come è nata in te questa PASSIONE PER L’ESTREMO, se così possiamo definirla?

Non lo so neanche io. Mentre lo faccio non mi diverto; mi diverto a prepararlo, quello sì, molto. E poi la soddisfazione del rientro: quando torno a casa provo delle emozioni, che non riesco a descrivere e che secondo me sono impagabili. Lo stimolo nasce proprio anche da ciò che ti resta: la soddisfazione di dire “ce l’ho fatta” e il fatto di aver visto delle cose che in pochi abbiamo visto.

Il fatto di esserti anche laureato in psicologia c’entra un po’ con questa tua propensione? È forse frutto di una ricerca?

Può essere, sì. Mi interessa sviscerare i processi mentali, consci ed inconsci, legati alla pratica dello sport, in tutte le sue componenti, ma soprattutto sono curioso di capire in che modo la nostra "macchina" mente/corpo trovi risposte adattive ad ogni problema. Per esempio, negli ultimi tre anni ho fatto solo cose al freddo, e a me il freddo non piace. La ragione di questa scelta, apparentemente non logica, sta nel volere misurarsi con i propri limiti. Per me andare al caldo è un divertimento: io ho fatto tutti i deserti caldi che ci sono al mondo e percorso chilometri e chilometri senza nessun problema. Invece al freddo è più dura, e proprio da qui nasce quella sensazione che mi fa dire “dai che proviamo”.

Più che uno sforzo fisico, dev’essere, appunto, uno sforzo psichico?

Sì, è mentale. Io credo ce ne siano migliaia di persone che avrebbero le mie capacità fisiche (e anche molto superiori alle mie) per fare quello che faccio io. Forse, il mio valore aggiunto è proprio legato alla mente, cioè riuscire a far lavorare la mente in maniera da non dire “basta non ce la faccio più” ma riuscire a fare quel qualcosina in più pur risparmiando una parte delle energie cerebrali per riuscire a ragionare e capire quando è ora di fermarsi. È fondamentale. Perché secondo me non c’è nulla che valga la vita, se non la vita stessa, cioè se devo rischiare la vita è perché altrimenti muoio, non ho alternative, altrimenti io non rischio. Quindi, riuscire a risparmiare quel pelino per dire “No, basta, ci riprovo”; è quello che ti permette di tornare a casa. Alle volte accanirsi per ottenere un risultato che probabilmente non è nelle tue corde in quel momento, è da stupidi. Saper dire “Stop. Ci sono. Sono contento così”.

Prossimo obiettivo?

In marzo attraverserò la Sardegna da ovest a est (400 km) in tappa unica, sempre in bici e in autosufficienza. Questa, a differenza di quella appena trascorsa, è un’impresa non dico alla portata di tutti, ma sono cose che si fanno.






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