Intervista a Daniele Modolo al suo ritorno dalla Siberia (PARTE I)

Primo uomo ad aver raggiunto il paese più freddo al mondo in bici, nel cuore dell'inverno; l'atleta coneglianese si racconta...

Dopo essersi laureato in scienze e tecnologie alimentari con indirizzo clinico, hai svolto attività in ambito ospedaliero per poi dedicarti alla libera professione come dietista presso un ambulatorio privato a San Vendemiano. Nella tua vita una costante: LO SPORT. Come è nata e come si è sviluppata, negli anni, la tua passione sportiva?

La passione c’è sempre stata fin da giovane, praticando vari sport: sono partito con sport di combattimento, per poi passare, dopo i 20 anni, al body building. Più tardi ho ripreso le mie passioni giovanili, il kayak, la bici e la corsa a piedi, facendo dei multisport. Poco per volta ho cominciato a fare cose per conto mio, quindi anche attualmente faccio gare su lunghe percorrenze, sia in bici che a piedi, e competizioni estreme multidisciplinari (le cosiddette "gare avventura"). Lo faccio perché mi piace; la soddisfazione che mi porto a casa - non legata ad aspetti economici ma soltanto personale - è quella che mi fa continuare.

Visitando il tuo sito, colpisce la lunga serie di esperienze sportive intraprese. Sarebbe troppo lungo elencarle tutte… veniamo direttamente all’ultima: Siberia, fat bike, 520 km percorsi in 66 ore da solo a - 62 °C; un GUINNESS WORLD RECORD confermato e un PRIMATO in attesa di riconoscimento ufficiale.

Sì, in verità, si può fare anche meglio come tempistica, io stesso potrei fare meglio adesso che so com’è. Quello che mi ha dato più soddisfazione e che mi è stato accreditato anche dalle autorità di Oymyakon non è tanto il fatto di esserci riuscito (perché ci sta che qualcun altro prossimamente faccia la stessa cosa in meno tempo) quanto IL PRIMATO: in inverno sono stato il primo al mondo ad esserci arrivato in bici in autosufficienza, e il primato non me lo porta via nessuno! Il bello è che ci ho pensato dopo! [ndr ride]

Raccontaci come è andata… Come ti alimentavi?

Una delle prove che io ho voluto fare (sulla quale tra poco uscirà uno studio, tra l’altro) è il fatto di alimentarmi in maniera molto particolare, cioè utilizzando esclusivamente un integratore di amminoacidi (600 g) e del lardo (1 Kg), ed è andata alla grande!

A quelle temperature vai in autoconsumo facilmente e poi cosa porti da mangiare? Allora gli amminoacidi non avevano alcun problema di congelamento, il lardo me l’ero confezionato prima a striscioline sottili per cui è stato più facile utilizzarlo. Sono state condizioni alle quali ho dovuto pensare e quindi organizzarmi. Bevevo con la neve. Avevo un fornello per scioglierla, poi in realtà non sono stato capace di accenderlo perché faceva troppo freddo: a mani nude non era possibile perché mi si attaccava il metallo alle dita quindi dal freddo mi sarei ustionato e con i guanti non ero capace; allora ho dovuto sopperire a questo problema utilizzando gli scaldini per le mani: ne avevo portati via una ventina perché temevo per i piedi, in realtà poi lì ho utilizzati appunto per sciogliere la neve all’interno della borraccia.

Non era la mia prima esperienza al freddo: sono stato al Polo Nord (due volte), in Alaska, nello Yukoo, nel Kilimangiaro... ma a - 60°C le cose cambiano: da - 40°C a - 60°C la temperatura percepita si abbassa esponenzialmente; davvero, non pensavo si potesse sentire così tanto il freddo! Pensa che mi si sono allentate le viti della bici a causa della restrizione del metallo! Eh sì perché anche la bici subisce lo stress termico. Ci avevo pensato, infatti non l’avevo lubrificata perché sapevo che il lubrificante si sarebbe congelato, avevo fatto mettere una piccola parte in carbonio e tutto il resto in metallo perché altrimenti si sarebbe rotta… però questa cosa che materiali diversi (avevo la bici in allumino e la viteria in titanio) reagissero in modo così diverso allo stress termico non me l’aspettavo: a quelle temperatura il titanio si è ristretto tantissimo, l’alluminio meno, quindi le viti si sono allentate e mi sono trovato con tutto lasco; fortunatamente sono riuscito ad avvitarle (pur avendo le moffole alle mani!).

Com’eri attrezzato (indumenti, tecnologia…)?

Quanto al vestiario, io sono un gran utilizzatore di lana merinos, ma lì non andava bene perché quel velo di sudore sottilissimo che produce la lana mi sarebbe rimasto attaccato, motivo per il quale ho preferito usare del sintetico e un polipropilene sotto e il tutone sopra; così, tutto sommato il freddo era sopportabile. Ai piedi avevo degli scarponi da ghiacciaio garantiti a - 50°C, il problema è che pedalando il piede rimane fermo quindi freddo; l’ideale - ma l’ho scoperto dopo - sarebbero stati dei calzari, che utilizzano lì in Siberia, fatti in feltro dello spessore di un centimetro: con quelli puoi camminare sulla neve a - 50°C per 5 ore senza nessun problema.

Quanto alla tecnologia, ero preparato, nel senso che sapevo cosa mi aspettava. Le batterie della torcia che portavo in fronte erano attaccate al corpo con un cavo di prolunga e questo mi consentiva di tenerle sempre calde. La action camera che ho usato per fare delle riprese dopo un minuto e mezzo si scaricava, ma avevo portato sei batterie di scorta. Il telefono era inutilizzabile, perché i cristalli liquidi a quelle temperature se ne vanno. Non c’era copertura, solo il satellitare.

Come dormivi?

Ho dormito 4 ore (2+2) per terra con il sacco a pelo (non riuscivo a montare la tenda!). Avevo impostato la sveglia a un’ora, per non rischiare di andare in ipotermia.

Eri completamente solo o hai fatto qualche incontro?

Durante il percorso ho incontrato solo due camion, che portano giornalmente il carbone al paese.

Dato che ti sei mosso in autosufficienza, nell’ipotesi sfortunata (ma in quelle condizioni non remota) che ti succedesse qualcosa, che cosa avresti potuto fare?

Lì c’era copertura satellitare, tranne in un piccolo tratto di 120 km dove non c’era segnale, quindi ero completamente scoperto. Avevo lo spot satellitare, un dispositivo tramite il quale chiami e arrivano i soccorsi con l’elicottero, però si prendono 12 ore! Sì, adesso, in effetti, se ci penso, anzi ci ho pensato anche in viaggio durante ritorno, se fosse successo qualcosa di importante (per esempio fossi caduto e avessi avuto un trauma per il quale non mi sarei potuto muovere), lì sicuramente sarei morto. Devo dire, però, che sono stato molto attento.

Ci sono stati degli intoppi?

Mi prendo un po’ di merito nell’aver cercato di essere il più puntiglioso possibile nell’organizzare la cosa. Gli intoppi sono stati pochissimi, e comunque affrontabili: ho forato a 10 km dalla fine, e, non essendo riuscito a cambiare la gomma, sono andato a spinta; ho terminato il cibo 10 ore prima, perché c’è stato un dislivello finale che non avevo calcolato (un dislivello di 5000 metri su e giù per 70 Km!!!). Ma, tutto sommato, è andata bene.

Continua...






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