Esperienze

07 Mag 2020


La famiglia ospitante racconta...

Quando uno scambio scolastico non è solo frequentare una scuola straniera, ma molto di più…

(Segue dalla terza puntata) Ecco l’intervista a Silvia e Luciano, genitori naturali di Giovanni e genitori ospitanti di Yumi.

  • Quando avete deciso di ospitare uno studente straniero?

Quando Giovanni ha cominciato il percorso di selezione con Intercultura abbiamo capito che senza la disponibilità di famiglie, che decidono di ospitare, tutti questi ragazzi non potrebbero vivere la loro esperienza. Ci siamo quindi proposti come famiglia ospitante, anche per vivere in parallelo l’avventura di Giovanni, per capire più da vicino cosa avrebbe vissuto attraverso un’esperienza simile. Inoltre abbiamo pensato che sarebbe stato un modo per colmare il vuoto che avrebbe lasciato e per distogliere l’attenzione continua verso di lui.

  • Quali sono state le diverse emozioni che hanno caratterizzato i vostri mesi da genitori ospitanti?

Prima dell’arrivo di Yumi, eravamo entusiasti e avevamo voglia di farle conoscere la nostra cultura, il nostro modo di vivere, il nostro territorio. Quando si è inserita nella nostra famiglia, assumendone i ritmi e le abitudini, abbiamo provato una sensazione di intimità, di confidenza e abbiamo cominciato ad essere curiosi e interessati alla sua cultura. Ci siamo sentiti poi demotivati e demoralizzati quando abbiamo capito che la grande diversità culturale e caratteriale di Yumi non le permetteva di comunicare e interagire con noi come ci aspettavamo. Alla fine abbiamo apprezzato i suoi sforzi e provato sentimenti di tenerezza e felicità per lei che finalmente ha saputo dimostrare le sue emozioni.

  • Qual è stata la difficoltà o la sfida maggiore che avete dovuto affrontare?

Accettare il suo modo silenzioso di stare in famiglia, che spesso non ci faceva comprendere i suoi sentimenti e le sue emozioni. Crediamo che la grande differenza culturale non ci abbia permesso di capire il suo modo di comunicare. Abbiamo, però, superato questo scoglio con l’affetto e la fiducia nei suoi confronti.

  • In queste sette mesi, non solo avete vissuto la vostra prima esperienza da genitori ospitanti, ma anche la prima esperienza di quotidianità senza vostro figlio Giovanni. Come avete vissuto la lontananza da lui?

Grazie alla presenza di Yumi, abbiamo sentito meno la mancanza di Giovanni perché eravamo concentrati su di lei. Inoltre l’averlo sempre sentito felice e appagato ci ha dato grande serenità.

  • Elencate tre aggettivi per descrivere Yumi.

Formale ed educata per cultura. Coraggiosa e caparbia per carattere. Raffinata e delicata nei modi e nell’aspetto.

  • Avete imparato qualche parola in giapponese? Qual è la vostra preferita?

Komè” che significa riso e che è legata a un aneddoto divertente. Un giorno le avevamo chiesto: “Yumi, come si dice riso in giapponese?” E lei: “Komè!” Allora noi, di nuovo: “Come si dice riso?” E lei: “Komè!” Praticamente non avevamo capito che Komè era la risposta e così continuavamo a ripeterle la stessa domanda credendo che non l’avesse capita!

  • Immagino che Yumi vi abbia preparato qualche piatto giapponese. Qual è il vostro preferito?

Il Chirashi sushi, una torta di riso compatto con funghi e carote, guarnito con una frittatina tagliata a striscioline sottilissime, tonno fresco, gamberetti, salmone, cetriolo e uova di lompo.

  • Elencate tre parole per descrivere quello che ha significato per voi l’esperienza da genitori ospitanti.

Novità. Apertura mentale e affettiva. Impegno intellettuale (dedizione quotidiana nel cercare mezzi per comunicare, per capire Yumi e per trovare una sintonia famigliare).

  • C’è un’abitudine o un’attività nuova che avete appreso o nuovi punti di vista che avete conosciuto grazie a Yumi?

Abbiamo riconosciuto il gran rispetto dei ruoli. A differenza dei nostri ragazzi italiani, Yumi è molto rispettosa di noi genitori e degli adulti in generale; sia in quello che dice, ma soprattutto in come si comporta: sempre due passi indietro, molto educata, attenta a non sfiorarci. Poi abbiamo imparato che si può stare bene con gli altri anche se si sta in silenzio. Infine la musica jazz: lei la metteva sempre, soprattutto cucinando.

  • Com’erano Luciano e Silvia ad agosto, prima di diventare genitori ospitanti, e come sono ora?

Ci sentiamo arricchiti perché abbiamo ampliato i nostri orizzonti guardando le cose da una nuova prospettiva e abbiamo costruito dei legami emotivamente forti con persone di altre nazionalità. Inoltre ci sentiamo più disponibili ad accettare e ad accogliere il diverso e più flessibili nel gestire i cambiamenti.

  • Quale consiglio vi sentireste di dare a una coppia di genitori che intendono ospitare uno studente straniero?

Quello di non avere alcuna aspettativa. Il nostro punto di vista nel valutare i comportamenti può essere sbagliato perché non conosciamo a fondo la cultura del Paese di origine del nuovo figlio. Non dare niente per scontato ed essere sempre pronti a mettere in discussione il proprio modo di affrontare le cose. Alla base di tutto accogliere con affetto; è il modo per affrontare le difficoltà e trovare insieme delle soluzioni.

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E per finire qualche domanda ad Arianna, sorella naturale di Giovanni e sorella ospitante di Yumi

  • Qual è stata, per te, la difficoltà maggiore nel ritrovarti, nel giro di pochi giorni, senza tuo fratello e con una nuova sorella?

Quella di non poter più parlare di quello che mi pare con mio fratello.

  • Hai notato differenza tra i tuoi genitori nelle vesti di genitori tuoi e di Giovanni e i tuoi genitori nelle vesti di genitori di Yumi?

Sì, si sono abbassati i toni: le reazioni della mamma nei miei confronti erano più moderate ed è diventata più paziente anche con me.

  • Quali sono state le diverse emozioni che hanno caratterizzato quest’esperienza di sette mesi?

Felicità per la novità, tristezza perché mi mancava Giovanni, soddisfazione per aver conosciuto diversi aspetti di un’altra cultura.

  • Qual è il ricordo o l’episodio più piacevole o divertente che conservi di quest’esperienza?

Cucinare insieme a Yumi, sia giapponese che italiano, soprattutto quella volta in cui abbiamo fatto la pizza insieme.






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