La Maratona di New York di Alberto Rosa con #RuntoNYC

Un'esperienza totale

Alberto, perché si corre la Maratona di New York?  

Dopo aver vissuto questa esperienza, ho capito che c’è la Maratona e poi c’è la Maratona a New York. Personalmente, corro da tre anni e racconto storie di sport da quando di anni ne avevo 20. Mi piace pensare questo: la Maratona è la disciplina regina dell’atletica leggera e, ogni volta che viene corsa, ricorda l’impresa compiuta da Filippide che, tra storia e leggenda, è stato il prima Maratoneta di sempre. Filippide, mentre correva via dal campo di battaglia, dove aveva rischiato la vita assieme ai suoi compagni, aveva nell’animo la voglia di annunciare un successo, una vittoria, qualcosa di positivo da condividere con la propria gente. Dopo la guerra, lui correva per annunciare la vita. Quei 42 chilometri e 195 metri rappresentano dunque un viaggio, una sfida, un rito di iniziazione, un gesto d’amore, un semplice passatempo. Credo che le motivazioni per cui qualcuno decide di correre la Maratona possano essere infinite, come infiniti sono i sogni degli esseri umani. Ma non è tanto correrla in sé che trovo affascinante, quanto piuttosto tutto il percorso che ci deve essere prima della linea di partenza, tutta la motivazione, la dedizione assoluta, la bellezza che c’è nei mesi di preparazione di questo gioco-battaglia chiamato Maratona. Tutti sognano di correre la Maratona di New York? Sinceramente, quando ho iniziato a correre, l’ho fatto per arrivare al traguardo della Maratona, almeno una volta, ma non pensavo a New York. Non so perché. Ora che ho corso per le strade di quella metropoli, e questa è stata la mia terza Maratona, dopo l’Unesco Cities Marathon e la 30a storica edizione della Venice Marathon, posso dire che quella a New York è una festa totale della corsa, per chi la corre e per chi la guarda. Il 5 novembre scorso eravamo più di 52mila al via e il pubblico lungo le strade è stato stimato in 2 milioni e 200mila persone.

Con chi hai condiviso l’esperienza della preparazione e della corsa?

La mia corsa verso New York è iniziata a fine marzo e si è incrociata con il viaggio della squadra di #RuntoNYC, il web contest che Diadora ha lanciato quasi un anno fa. L’azienda di Caerano San Marco ha formato una squadra di 20 donne con la passione della corsa, non professioniste, provenienti da tutta Italia, selezionate solo in base alle votazioni ricevute via Internet. Questa squadra di donne meravigliose è stata allenata da Gelindo Bordin, il primo italiano a vincere la Maratona Olimpica, a Seul nel 1988. Il mio ruolo durante #RuntoNYC è stato raccontare le storie delle ragazze, i fatti che hanno caratterizzato il progetto, dal primo raduno a Caerano, all’arrivo a Central Park, passando per il ritiro di agosto al villaggio olimpico del Sestriere e per la partecipazione alla Mezza di Treviso, in ottobre. Oltre a quanto già pubblicato sul sito Internet che Diadora ha dedicato a #RuntoNYC, sui social e sul mio blog “Per 4 Piedi”, l’esperienza sarà ripercorsa in un romanzo, ispirato al progetto, che ho ultimato proprio in questi giorni. L’ideatrice e l’anima di #RuntoNYC è Romina Zanchetta, direttrice marketing e comunicazione di Diadora, che per l’occasione si è messa in gioco, ha allacciato le scarpe e, dopo mesi e mesi di allenamenti, è diventata Maratoneta. Credo che ogni persona che abbia partecipato a #RuntoNYC abbia dimostrato che, se dai tutto te stesso, la Maratona è qualcosa che tutti possiamo correre, ognuno con il suo passo, ognuno con il suo stile. È questa la forza dirompente di questo progetto.

Com’è stata la tua Maratona di New York?

La correrei nuovamente domani, e l’avrei corsa di nuovo anche il lunedì dopo. È stata un’esperienza totale. A New York c’è un rispetto molto forte per chiunque corra. I newyorkesi riservano un affetto e una passione molto particolari a chi corre la Maratona della loro città. “Se tu hai dedicato mesi della tua vita per preparati per questa corsa, io ti posso dedicare un mio giorno per fare il tifo per te, anche se non ci conosceremo mai, mentre corri qui da me, io e te qualche cosa ci stiamo scambiando”. Me lo ha detto un ragazzo incontrato mentre passeggiavo per Manhattan, il giorno dopo la Maratona, con la mia medaglia al collo, come vuole la tradizione. Credo che nella freschezza di queste parole ci sia molto dello spirito di quella corsa. Il percorso è molto tecnico, i saliscendi sono continui: le colline attorno a Conegliano, dove spesso mi alleno, sono una palestra perfetta per la preparazione. Poi è un percorso muscolare e richiede tanta concentrazione, perché la folla oceanica che ti spinge può essere un boomerang. Credo che il boato del pubblico, che ti arriva in pancia e non chiede permesso, lo terrò sempre con me. Inoltre, mi sono rimasti tanti abbracci, e uno in particolare, dopo la linea di arrivo e nei giorni successivi. Questi sono momenti che non si vedranno mai, ma raccontano quasi un anno di vita, condivisione, scoperte vissute con la squadra e lo staff di Diadora. Anche se dovessi correre a New York una seconda volta, e spero potrò farlo, la Maratona del 2017 per me resterà un tatuaggio dell’anima.

Cosa c’è al di là dell’agonismo sportivo? Che storie s’incontrano tra i partecipanti in corsa?

Credo che l’agonismo sportivo, se parliamo di professionismo, a New York, come in qualunque gara al mondo, riguardi meno di dieci partecipanti, cioè i top runner, quelli che si giocano le prime tre posizioni. La corsa è una sfida costante a migliorarsi, mentre ci si diverte, è uno sport mentale prima di tutto, il corpo segue. E credo che New York sia così famosa, glamour e ambita perché del tempo che impieghi per chiudere la Maratona a nessuno importa nulla. Ho incrociato persone che l’hanno camminata tutta, persone in carrozzina, che sui ponti procedevano al contrario per vincere meglio l’attrito della strada. Ho conosciuto una ragazza italiana – e ho raccontato la sua storia – che ha festeggiato il suo 40° compleanno, dopo aver battuto la leucemia. Ho incontrato chi, dopo il traguardo, ha fatto una proposta di matrimonio e chi, semplicemente, ha corso la sua prima Maratona, arrivando con un sorriso grande come l’Oceano. La Maratona è una regina spietata, ma se la seduci con dedizione, passione e rispetto ti regala qualcosa di unico, che nessuno ti porterà più via.






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