Esperienze

08 Mag 2017


La testimonianza di padre Beppe Pierantoni, in mano ai guerriglieri islamici per 172 giorni

Padre Beppe Pierantoni, attualmente nella comunità dehoniana di Costa di Conegliano, nel 2001, mentre si trovava in missione nelle Filippine, è stato rapito da un gruppo di fondamentalisti islamici e rilasciato sei mesi dopo a seguito di un negoziato condotto dal governo filippino. Quest’anno ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente; di lui mi hanno colpito subito due cose: la luce negli occhi e le poche, ponderate parole. Venuta a conoscenza di questa sua esperienza, ma soprattutto del modo straordinario in cui l’ha vissuta, non posso non raccontarla.

Padre Beppe, ci racconti come è avvenuto il sequestro.

Sono stato rapito una sera mentre stavo cucinando, qualcuno mi ha preso da dietro e mi ha costretto a guardare il soffitto. Credevo fosse uno scherzo, poi mi hanno messo le manette e mi hanno ordinato di seguirli. All’inizio non capivo, poi mi sono ritrovato nel loro mondo.

E com’era quel mondo? Come si svolgeva una giornata “ordinaria”?

La giornata ordinaria era fatta di quasi niente. All’alba loro si alzavano molto presto per la preghiera, e io mi alzavo con loro per pregare anch’io. Le prime ore del mattino erano le ore più pericolose. I militari incominciavano a muoversi poco dopo la mezzanotte fino a metà mattina. Quindi bisognava stare in silenzio e pronti; si aspettava chiacchierando un pochino sottovoce. Dopo metà mattina mi davano la possibilità di fare un bagno: mi portavano un gallone con tre, quattro litri d’acqua, e questo era un momento molto bello per me, perché, lavandomi, mi rilassavo, mi sentivo pulito; però non sempre, di solito era un giorno sì, un giorno no. Dopo si mangiava, ed era anche questo un momento molto bello, anche se si mangiava poco. Si mangiava insieme, tutti lo stesso (e, generalmente, se c’era qualcosa in più, veniva dato a me). Il pomeriggio era più libero, più rilassato. C’era più dialogo, più serenità. I miei rapitori hanno condiviso con me i loro problemi personali, oltre che religiosi e politici: addirittura mi hanno fatto scrivere sei lettere d’amore per loro. Allora ho capito che essi cercano quello che cerchiamo noi, ma sono popolazioni che vivono nel dolore…

Qual era, secondo lei, il loro scopo?

Il loro scopo dichiarato erano i soldi, i soldi del riscatto. Per comprare armi per la loro difesa personale, e, in prospettiva, per la realizzazione del loro obiettivo politico cioè l’indipendenza di Mindanao dal governo di Manila. Le armi che venivano vendute dai soldati filippini ai miei rapitori erano tutte di fabbricazione americana o filippina su licenza americana. Fino a che consentiremo ad alcune nazioni potenti di distribuire armi che permettono a piccoli gruppi di fare grande caos non ci sarà mai pace.

Come torna alla sua mente il tempo del sequestro?

Torna come un’esperienza sempre più positiva, sempre più serena. La dimensione drammatica è lasciata alle spalle, ormai dimenticata. Ora prego con senso di gratitudine per quello che è successo.

Gratitudine per che cosa?

Gratitudine per questa esperienza che mi è stata donata. Io non l’ho cercata, non avrei mai avuto il coraggio di cercare cose del genere. Mi è stata data, mi è stata imposta. E allora capisco che viene da una sapienza superiore che è anzitutto quella di Dio che ha guidato tutta l’esperienza anche attraverso la collaborazione di uomini. Mi ha fatto fare soprattutto l’esperienza della precarietà che è quella della maggior parte della gente di questa zona, e non solo: la maggior parte della gente nel mondo vive così, senza sapere cosa succederà domani, senza sapere se arriverà la sera per loro. In questi sei mesi ho fatto l’esperienza dell’impossibilità di gestire la propria vita, di non poter gestire il proprio futuro, nemmeno il domani. È questa la cosa spiritualmente più grande che ho fatto. Finalmente ho capito cosa vuol dire abbandono, che è la parola e il valore chiave della nostra spiritualità dehoniana. Finalmente ho capito cosa significa la povertà, di cui Dio dice che è una beatitudine. Quindi sono entrato in una dimensione nuova, che credo abbia segnato la morte dell’uomo vecchio e la nascita (speriamo!) dell’uomo spirituale. Quella che sentivo già da anni, quella del «morire fuori dalle mura di Gerusalemme», perché forse, rimanendo all’interno di una esperienza protetta, mai sarebbe stato possibile per me capire ciò che ho capito ora.

È stato così fin da subito? Come ha vissuto i primi momenti di sequestro?

Dunque, quando sono entrati nel convento quei cinque rapitori per immobilizzarmi, in quel momento ho sentito rabbia, solo rabbia. Avrei voluto reagire istintivamente sul momento, ma ho ricordato quello che era successo a un prete missionario irlandese due mesi prima: era stato ucciso nel tentativo di essere rapito, perché lui aveva reagito. Quindi ho pensato: “Lasciamo fare questa gente”. Usciti dal convento, abbiamo corso nel buio, ho perso i sandali, trascinato com’ero, e ho sentito il desiderio di pregare che nessuno morisse, che non ci fosse spargimento di sangue. Finalmente siamo arrivati a una barca, ci siamo allontanati e lì ho trovato una grande calma, ho potuto parlare con uno dei rapitori che si è rivolto a me abbastanza gentilmente. Allora ho sentito dentro di me una voce che diceva: "Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi". Ho intuito subito che si trattava di un’esperienza spirituale voluta e guidata da Dio. Poi ho sentito ancora una voce che diceva: "Se uno ti chiede di fare un miglio con lui tu fanne due". Quindi disponibilità e gratuità, andare oltre il previsto. E la terza cosa che ho sentito dentro durante le prime dieci ore di rapimento è stata questa frase, la più importante: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". Questa frase mi ha suggerito che il progetto di Dio in questa situazione era di manifestare la sua gloria; tutto quello che dovevo fare io era abbandonarmi alla fede, accettare la mia impotenza, sapendo che Lui avrebbe manifestato la Sua potenza. E questo mi ha guidato in tutta l’esperienza e mi ha aiutato a superare anche i miei sentimenti di rabbia, di dolore, di preoccupazione per la mia famiglia. Nella fede che Egli avrebbe guidato e aiutato tutti.

Come si può distinguere qualcuno che non teme per la sua vita, perché non l’apprezza e non la stima fino in fondo, e qualcuno che non teme per la sua vita, perché, pieno di amore per la vita ricevuta, l’affida alle mani di Dio?

Questa domanda può aiutare a chiarire il conflitto che ho avuto dentro di me durante le prime ore. Oltre alle voci che ho già riportato, io sentivo dentro di me anche un’altra voce che suonava come una tentazione: "Tu hai il dovere di proteggere la tua vita, hai il dovere di tentare di dare dei problemi ai tuoi carcerieri, un dovere di combattere contro il male". Non era la voce dello Spirito, era la voce del mio egoismo. Con il discorso della legittima difesa si sono, di fatto, dimenticate le istanze più profonde dello spirito di Dio nella storia della Chiesa. Tu hai il diritto di difenderti, per cui ti difendi dalle esperienze che Dio ti vorrebbe far fare. Non sei più l’agnello mandato in mezzo ai lupi ma sei un altro lupo che combatte per la sua sopravvivenza. Quindi ho pensato che qui dovevo rinunciare a questo diritto di una legittima difesa: sto subendo un abuso, mi dovrei difendere, però accetto più o meno liberamente di abbandonarmi e di non difendermi. E questo è stato secondo me la chiave per una esperienza profonda. Credo che sia stato questo che ha garantito la mia serenità, la mia salute psico-fisica. Forse sarei adesso cattivo, arrabbiato, pieno di amarezza, dopo sei mesi di abuso. Invece sono sereno, contento di essere sopravvissuto, con un bel ricordo di tutto quello che ho vissuto, proprio perché ho superato, ho lasciato alle mie spalle questo diritto. Dentro di me ho superato la logica del diritto, per cercare anche di diventare attivamente utile nel rapporto con i rapitori. E ho visto che pian piano si è creato un clima di fiducia… Ho capito che non bisogna mai tradire il bene che è nell’altro, anche se è un bene limitato, anche se non è sufficiente a legittimare il suo comportamento, però è importante per lui che diamo fiducia al bene che c’è in lui. Ho pregato sempre anche per i miei rapitori, perché potessero maturare una visione di vita diversa.

Fortunatamente per lei questa vicenda è andata bene. Ma che pensare di Dio in altre situazioni in cui tante persone ci rimettono la vita?

Che io oggi viva o che io oggi sia già morto, penso che in fondo questo non sia così importante. Ho la certezza che tutto quello che mi accade devo cercare di viverlo in comunione con il Signore. Forse avrei vissuto in comunione con il Signore anche la mia morte. Comunque so che se non sono morto allora, un giorno morirò. Quindi devo cercare di vivere il tempo che mi rimane continuando in questa profonda comunione con Dio. L’espressione più grande della libertà umana è consegnare se stesso, la propria vita, a Dio. Mi sento un po’ come una persona a cui è stata data una seconda possibilità. E per l’esperienza vissuta, soprattutto in riferimento ai tanti sforzi compiuti intorno a me per la mia liberazione, ho il privilegio, forse anche una missione, di far capire che siamo interdipendenti, legati gli uni agli altri e a Dio. La nostra vita è un dono che si vede rinnovato ogni giorno nell’amore degli uni per gli altri. Sono un debitore, un debitore della mia vita a tutti.

Racconto liberamente tratto dall’intervista condotta da p. Stefan Tertünte contenuta nel diario di rapimento di Beppe Pierantoni: “Con Dio e con i guerriglieri islamici”.






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