L'esperienza di papà Luca Trapanese: immensamente felice, felicemente distrutto

Quando si parla di genitorialità, è facile incorrere in eufemismi e retorica.

Abbiamo incontrato però Luca Trapanese, che con un'esperienza di vita - da sempre - potente, ci porta a una cristallina parola chiave: consapevolezza.

Luca, la storia sua e di Alba, bambina affetta da sindrome di Down e da lei adottata a 17 giorni di vita, è estremamente profonda. Qual è stato per lei il principale moto ispiratore nel compiere questa scelta?

Questa domanda mi aiuta ad abbattere una serie di cliché. Tutti siamo il risultato di un'esperienza di vita. C'è chi la mette a frutto e chi la disperde. La mia nasce dalla richiesta di avere in affido un bambino disabile, sapevo da un lato che i single possono solo prendere in affido e dall'altro che tanti bimbi disabili vengono abbandonati negli ospedali e i tribunali non li riescono a collocare. Quindi, ho fatto questa richiesta al tribunale per i minori di Napoli, lasciandolo nella massima libertà di affidarmi qualunque tipo di caso. Dopo otto mesi mi ha chiamato per Alba. Non ho fatto domanda per Alba, ma per un bambino e poi mi è stata proposta Alba, che in quel caso non era da affido ma da adozione perché la madre l'aveva lasciata in ospedale e quindi aveva perso i diritti, rientrava in condizione di adottabilità, ma non riusciva a essere collocata tra le coppie tradizionali. Quindi, quando l'ho avuta in affido sapevo che avrei potuto fare una richiesta di adozione speciale con l'art. 44. Questa scelta di un figlio disabile non nasce da un atto di generosità o eroismo come molti vogliono per forza attribuirmi, ma nasce da un'esperienza. Innanzitutto mia personale, legata al mio migliore amico quando avevo 14 anni: Diego si ammala di melanoma, capisco che è qualcosa di grave, decido di stagli vicino per tutto il corso della malattia, fino alla morte. Lì cambio completamente la vita, arrivo a Lourdes e scopro che non esiste solo la malattia, ma anche la disabilità. Molti tendono a fare un calderone. Alba non è malata, è disabile. Mi appassiono lì alla disabilità e ne faccio uno stile di vita, inizio a lavorare per progetti rivolti alla disabilità a 360°. Quindi, avevo un forte desiderio di paternità e la consapevolezza di essere pronto per un figlio disabile, non c'è nulla di eroico. Sono convinto che bisogna educare le persone alla disabilità. Chi non ha voluto Alba era spaventato, consapevole di non sapere che fare. A ciò aggiungiamo che un figlio disabile oggi dalla società è visto come una disgrazia, si dice "perché proprio a me?", c'è un senso di abbandono dallo Stato, una fatica nella scuola, nell'avviamento al lavoro, nella sessualità, nel dopo di noi. Un genitore, fino a quando muore, deve riprogrammare tutto. Quindi, credo ci sia bisogno proprio di una ri-educazione.

Mi permetto una domanda: oggi si incontrano molte persone che si ostinano a volere figli propri a fronte di urgenze di affidamento e adozione non considerate. Che idea si è fatto in merito?

Ho studiato e riflettuto in merito. Penso che abbiamo un problema di educazione che si centra sulla proprietà del figlio, il figlio è "nostro". Io mi auguro che Alba sia vista come parte di una comunità, invece, non come "la figlia di". Anche qui vedo necessario rieducare l'intera comunità, crescere i figli come "comunità del domani", invece che coltivare il nostro orto. Poi, abbiamo anche bombardamenti esterni, sociali, a livelli altissimi e irraggiungibili, dove l'adozione è vissuta come l'ultima spiaggia. Ci arrivano le persone dopo aver provato inseminazioni, aborti, per accontentare uno dei coniugi... C'è questa idea che la famiglia debba generare figli, poi troviamo genitori scoppiati, fragili, con una idea idilliaca dell'adozione e poi in realtà si scontrano contro realtà faticose. Un bimbo di 3 anni è piccolo, ma se ha avuto un vissuto di quelli tosti, altro che piccolo, ha passato 3 anni forti, non è che ti abbraccia e ti chiama "mamma", ma ha bisogno del suo tempo e a volte non gli viene dato. Sai quanti bimbi vengono restituiti dopo il percorso pre-adottivo?

Ora, a distanza di quasi 4 anni, cosa ha capito di quello che viene considerato tra i “mestieri più difficili del mondo”?

Io sono immensamente felice di essere il papà di Alba. Alba mi ha riempito la vita e lo dico con la schiena a pezzi, vivo dei week-end che sono battaglie. Sono felicemente distrutto! Ho capito che non c'è apprendistato, lo impari strada facendo. L'unica arma è essere consapevoli che plasmiamo creature che diventano gli adulti di domani. Dobbiamo renderli felici, non aspirare che siano i primi. Io mi auguro che Alba sia felice, magari l'ultima della lista, ma felice. Poi, certo, da genitore single ho indecisioni, ansie che, per quanto condivise con altri, rimangono in capo a me. Essere genitori è vocazione e istinto. Accantono impegni per andare a prenderla a scuola, accumulo presenza per quando magari non posso essere presente. Per me va valorizzata la scelta della mamma biologica di Alba, fatta in questo modo così civile: l'ha lasciata in ospedale e non nella spazzatura, preferisco che sia andata così, forse consapevole di non essere all'altezza, piuttosto che lasciasse Alba infelice o abbandonata alla sua disabilità.

Certamente, Alba si vede che cresce bella e indipendente: che meriti ci sono e come gestite la vostra quotidianità?

Alba ha il merito di essere tosta, è determinata, è proprio femmina, indipendente e cerca la sua indipendenza. Si tratta proprio di carattere e io cerco in ogni modo di lasciarla e renderla libera. Nel mio caso parlerei molto di esperienza: per contro mia madre ha sempre cercato di rendermi dipendente e ho sempre lottato contro ciò. I nostri figli non sono nostri, ma sono del mondo. Lasciarli liberi è il nostro scopo da genitori. Certo, poi gestisco la vita con tanta organizzazione! Devo ringraziare Luisa che si occupa della quotidianità della casa e di Alba, poi io incasello gli appuntamenti per avere la libertà di stare con lei. Se siamo bravi, lo troviamo un ritmo sostenibile, io per fortuna riesco a gestirmi il lavoro, quindi metto una buona dose di progettualità. A tal proposito, la stessa pandemia mi ha aiutato a discernere tra gli impegni.

In chiusura, Luca, che messaggio desidera lasciare a chi intercetta la sua storia?

Lancio un messaggio che mi è caro: la vita perfetta non esiste, ma esistono i difetti. Siamo tutti difettati, chi più chi meno, nella nostra vita e nel nostro modo di essere e siamo unici proprio grazie ai nostri difetti. Chi può stabilire cosa è normale? Non esiste la normalità, esistono le imperfezioni.






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