L’Orto di Giorgia

“La mia piccola parte per un futuro migliore”

Quando pensiamo alla natura, ci vengono subito in mente escursioni o semplici passeggiate, quando ci gustiamo un bel paesaggio, prendiamo una boccata d’ossigeno, stiamo bene, per poi tornare alle occupazioni di sempre. Come se la natura fosse da una parte e noi dall’altra. Ogni tanto ce ne “serviamo”, il più delle volte non ce ne curiamo. Fare l’orto, invece, vuol dire rendersi conto che siamo parte della natura e instaurare con essa una relazione di reciproca cura. È l’esperienza di Giorgia Tonon (30 anni). Ci siamo lasciate al Liceo e la ritrovo… nell’orto! Ho il piacere di raccogliere qui la sua storia e i suoi sogni, che profumano di “verde” e si nutrono di genuinità.

Lavorare la terra è un’opzione sempre più distante dai giovani oggi. Come hai scoperto di voler fare la contadina?

Diciamo che già quando stavo finendo l’università mi immaginavo che, nel caso non avessi trovato altri lavori, avrei fatto la “contadina laureata”, visto che il mio corso di laurea faceva parte della facoltà di Agraria, e che durante il mio percorso di studi avevo capito che il legame tra gestione dell’ambiente e agricoltura è strettissimo. Mi sarebbe piaciuto lavorare in ambito agricolo per migliorare la gestione ambientale del territorio, ma quella di aprire una mia realtà imprenditoriale è stata una decisione successiva. Non riuscivo a trovare chi mi assumesse in questo ambito, per il corso di laurea di stampo ambientale e la poca esperienza, così ho deciso di fare esperienza da sola, aprendo una mia piccola impresa agricola. In realtà vedo che ci sono parecchi giovani, ultimamente, che hanno voglia di recuperare il contatto con la terra, coltivando un piccolo orto (anche sul balcone di casa), o cercando di realizzare progetti di autosufficienza alimentare, e questo mi fa sentire in buona compagnia.

Questa tua scelta può essere dettata anche da un certo desiderio di staccarsi, di prendere le distanza dalla società ipertecnologica di oggi?

Il mio desiderio non è tanto di staccarmi dalla società, quanto di riconnettermi con la natura che ci sta attorno. La tecnologia, dal mio punto di vista, è un utile strumento, che se usato con intelligenza e consapevolezza, può aiutarci in questo percorso offrendo possibilità di racconto e condivisione, anche, se a dir la verità, ho scelto di non avere la televisione. Non per niente, appena ho iniziato la mia avventura ho subito aperto una pagina Facebook, e più tardi un profilo Instagram collegato, dove cerco di stare in contatto con realtà simili alla mia in Italia e nel mondo, e raccontare ciò in cui credo e quello che faccio in campo.

Cos’è Easy Bisi?

Easy Bisi è il nome della mia azienda agricola [a Colle Umberto, Treviso - ndr], che mi piace definire micro-azienda, perché si sviluppa su meno di un ettaro (che in agricoltura è poco), dove coltivo ortaggi con il metodo biologico, cercando di riunire uomo e natura attraverso un’agricoltura attenta all’ecologia, al contesto naturalistico e ambientale che la circonda. Ho scelto gli ortaggi perché volevo coltivare cibo che non dovesse passare per altre fasi di filiera, come potrebbero essere cereali o uva, e che potessi vendere direttamente al consumatore finale, che così può vedere come sta il campo da cui viene quello che mangia, e sentirsi più connesso alla natura anche lui/lei attraverso i miei prodotti.

Hai sostenuto da poco l’esame abilitante per Agrotecnico Laureato. Cosa significa per te questo passo?

Per me significa un riconoscimento ufficiale delle mie conoscenze e competenze, in parte derivanti dalla laurea magistrale in scienze per l’ambiente ed il territorio, in parte acquisite poi con la Scuola Esperienziale Itinerante di Agricoltura Biologica e completate da quasi tre anni di lavoro in campo. Mi permette inoltre di svolgere la libera professione di agrotecnico e quindi di mettere queste competenze al servizio di altre aziende agricole che vogliono migliorare dal punto di vista ambientale ed ecologico.  

È vero che è un mestiere ancora prevalentemente maschile?

Stando ai dati sì, le donne sono una minoranza, anche perché, come mi è successo in passato quando cercavo lavoro, si pensa che le donne siano più deboli fisicamente e quindi non capaci di svolgere tutti i lavori di cui c’è bisogno. Io però conosco donne che guidano il trattore, che fanno le pastore, che mungono e che fanno vino, perché con la tecnologia che c’è al giorno d’oggi quel divario fisico è facilmente colmabile, senza contare che ormai la maggior parte delle aziende si avvale di contoterzisti esterni per le lavorazioni più pesanti. Come in tutti i settori, se per qualche motivo non si riesce a fare da sé una cosa, si paga qualcuno per farla, premiando professionalità e competenza.

Cos’è che ti dà più gioia nel tuo lavoro?             

La cosa che mi piace di più è veder crescere le piante: un mio sogno sarebbe stato quello di lavorare in un vivaio! Seminare e vedere spuntare le prime foglie, per poi vedere la pianta crescere e fare frutti, mi dà una soddisfazione immensa. Mi stupisce sempre vedere come da un piccolo seme, con acqua, luce, e un terreno trattato con gentilezza e rispetto, possono venire fuori pomodori, zucchine e anche zucche da 10kg, la maggior parte delle volte senza bisogno di altro che l’irrigazione e il compost!

Penso che il lavoro nei campi rifletta la precarietà della vita: pensiamo di avere tutto sotto controllo ma d’improvviso s’intromette qualcosa che scombina i nostri piani. Così nei campi: basta una tempesta a compromettere mesi di duro e appassionato lavoro. Non ti spaventa la precarietà? Come l’affronti?

La precarietà un po’ spaventa, ma avendo studiato la natura, so che fa parte del gioco: è così che funzionano le cose, perché viviamo in un grande ecosistema, quello del nostro pianeta, dove le interazioni tra gli organismi, dai più piccoli ai più grandi, sono talmente tante e complesse che non possiamo, nel nostro limite umano, pretendere né di capirle né men che meno controllarle, se non in piccolissima parte e per pochissimo tempo. Essendo consapevole di questo, cerco di elaborare delle strategie che mi permettano di essere pronta in caso di inconvenienti, o comunque se qualcosa va storto di prenderla abbastanza con filosofia, anche se sul momento dà molto fastidio e ci si sente impotenti e abbattuti. In questo lavoro bisogna essere sempre pronti a trovare nuove soluzioni man mano che si presentano i problemi, dalla grandinata pesante ai topolini che mangiano i semi, ed è anche questo il motivo per cui è così stimolante e fonte di continuo apprendimento. Da quando ho iniziato a farlo come lavoro, nel 2018, ho imparato veramente un sacco di cose e tante ancora ne voglio imparare!

Cos’hai imparato dalla Natura?

Ho imparato che siamo una piccola tessera di un grandissimo puzzle in continuo movimento, e che se vogliamo vivere bene come specie su questo pianeta dobbiamo fare attenzione all’equilibrio dell’insieme. La natura può continuare ad esistere senza di noi, in forme nuove e diverse, ma noi non possiamo vivere senza la biodiversità vegetale e animale, perché costituisce il patrimonio di risorse che, da quando esistiamo su questo pianeta, ci consente di sopravvivere. La natura è un libro enorme scritto in tantissime lingue di cui abbiamo letto solo un pezzo e di cui stiamo cancellando le pagine, privandoci di conoscenze e risposte utili per la nostra esistenza come umanità. Per questo è importante conoscerla e preservarla con tutte le nostre forze.

Hai ancora qualche sogno nel cassetto?

Certo, tantissimi! Mi piacerebbe sviluppare dei progetti di didattica in campo, per avvicinare grandi e piccoli al collegamento tra ciò che mangiamo e l’ambiente, vorrei rivedere coltivazioni di grano nelle nostre campagne con i fiordalisi in mezzo, come quando erano piccoli i miei genitori, vorrei lavorare i campi senza combustibili fossili con la trazione animale, vorrei aiutare a realizzare orti nelle scuole e magari un giorno andare a esplorare la natura in giro per il mondo! Ma soprattutto, vorrei poter dire un giorno ai miei figli di avere fatto la mia parte per mitigare la crisi climatica in corso, per dargli un futuro sereno e con meno difficoltà di quelle che si prospettano in questo momento per le prossime generazioni. Se ognuno di noi, nel suo contesto, fa un piccolo sforzo in più da questo punto di vista, potremo davvero cambiare in meglio il mondo.






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