Luce d'Africa

“L’Africa mi toccò l’animo già durante il volo: di lassù pareva un antico letto d’umanità. E a 4000 metri di altezza, seduto sulle nubi, mi pareva d’essere un seme portato dal vento”. Saul Bellow

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso. Per noi è un motto come un altro, in Africa è un motto incarnato. Mai prima d’ora questa frase mi è risuonata più vera. In Kenya l'ho vista nei volti, nelle vite delle persone che hanno tutto e niente: hanno la gioia di vivere in capanne di fango e foglie di palma (lamiera per chi è più fortunato). Se piove entra acqua, il fango a poco a poco si scioglie e la casa è da rifare. Così è la vita in Kenya, accettata nella sua precarietà; un dono di cui prendersi cura giorno per giorno.

Nei villaggi fatiscenti, che, quando piove, si trasformano in pozze d'acqua e fango, c'è di tutto: “negozietti” addossati uno sull'altro, distributori di benzina, centri di riparazione per moto-taxi, chiese, moschee, mercati della frutta, “fabbriche” del legno dove manualità e creatività si fondono dando vita a pezzi unici, orfanotrofi, scuole pubbliche con centinaia di bambini e una sola maestra, anche scuole private per chi ha la fortuna di poterci andare… c’è veramente di tutto, ma in condizioni di massimo degrado, estrema povertà. Piedi scalzi per la strada, bestiame intorno alle case, facce sudate di zappatori nei campi, cascine di legna su teste di donna, panni stesi su piccoli arbusti, bambini con taniche per attingere acqua dalle pozzanghere, gambette che si lavano dentro pozze d'acqua rossa, manine sventolanti lungo la strada che ti salutano gridando CIAOOOOOO, e tanti tanti sorrisi. Sono immagini che restano impresse, fotografie indelebili di un Kenya dove la vita è problematica, e tuttavia HAKUNA MATATA (“nessun problema”). Del resto, l’Africa, si sa, è terra di contraddizioni e – aggiungo – cuore pulsante di umanità.

In condizioni per noi disumane c'è davvero il massimo dell'umanità. Ho scoperto in Kenya la bellezza dell’incontro tra persone: non un “ciao” frettoloso o stentato, ma una sosta interessata che ti fa dire “Jambo Bwuana! Habari Gani?” (Ciao amico! Come stai?). Una domanda che non è mera formalità, ma una vera e propria richiesta, un ponte gettato tra sé e l’altro. La risposta non può che essere “Mzuri Sana” (Tutto bene). Ogni incontro sprigiona energia, calore, genuinità.

“Mai mettere la felicità nelle tasche di qualcuno” mi ha detto un giorno un ragazzo. Felicità è esistere; l’avere un di più, un dono. È strano come a noi servano tante cose per essere felici e a loro basti così poco: sanno apprezzare quello che hanno e sognano, sognano ancora tanto. Le nostre menti sono assuefatte dall'avere tutto a portata di mano; le loro menti, invece, sono creative. In spiaggia ho conosciuto un uomo sulla quarantina – occhi provati da duro lavoro, sguardo fraterno e sincero – che mi ha rivelato questa bella verità: “La mente non è fatta per dormire, è fatta per creare”. Costui ha lavorato tanti anni prima come saldatore subacqueo poi come palombaro; è riuscito a mettere da parte un bel gruzzoletto che ora gli consente di dare lavoro ai suoi compaesani kenioti. Orgoglioso mi dice: “Sono fortunato: faccio l’istruttore subacqueo nei villaggi per turisti, ma ho anche un pollaio, un vivaio e un piccolo centro di ricambio pezzi moto dove lavorano tante persone e io ogni giorno vado a controllare”.  Non si ferma davvero mai: adesso che ha una moglie, due figli e uno in arrivo sogna di poter garantire un futuro ai bambini attraverso l'istruzione. Da noi andare a scuola è così scontato da diventare noioso: alto è il tasso di abbandono. Lì andare a scuola è un privilegio e una speranza: l’intero futuro del Paese dipende dalla possibilità che hanno i bambini di frequentare la scuola fino all’Università, dove s’impara un mestiere.

Tornata a casa, mi ha investita una sensazione di superfluo; gli occhi e il cuore ancora pieni di Africa. Calarsi in quella terra, significa guardarla in silenzio e ascoltare il suo canto. È un canto che ci libera da ogni sovrastruttura e ci riporta all’essenza, alla vita vera. Si ha come l’impressione di scoprire il ventre del mondo, il luogo di nascita dell’umanità, fatto di ritmi diversi e di quella pace ormai dimenticata nel resto del mondo a causa di uno stile di vita sempre più ansiogeno e frenetico. Il respiro del panorama lì è immenso. Ogni cosa dà un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema… Si assaggia coraggio di vita, leggerezza di cuore. Le cose mostrano il loro vero nome, il loro vero volto, da noi celati sotto strati e strati di superficialità. L’Africa è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera, con quel suo cielo che sembra molto più vicino del nostro: così limpido, nitido e sereno si vede di più, le sue stelle, la sua luna brillano di più, il suo sole scalda di più. In quella terra sconosciuta, lontana, non certo facile… mi sono sentita al sicuro, mi sono sentita a casa. Lo chiamano “Continente Nero”, ma io non ho mai visto sfolgorare così tanta LUCE.






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