MISSIONE: "ESSERCI", PRIMA CHE "FARE" (PARTE I)

Intervista a Giulia Spessotto, trentenne di San Vendemiano. A 18 anni ha compiuto il suo primo viaggio in missione, un’esperienza nata quasi per caso ma che ha lasciato in lei un segno indelebile. Da allora ha ripetuto l’esperienza più volte, sia Brasile che in Africa.

1) L'idea di un viaggio in missione affascina sempre... Ci sono, secondo te, dei "falsi miti" che occorre sfatare sull’esperienza di missione?

Per fare missione, l'importante è esserci, mettersi a disposizione, ed è questo atteggiamento che permette di fare missione ovunque e con chiunque. Non serve andare dall’altra parte del mondo per fare missione e sentirsi missionari. Certo, il fatto di andare, ti apre inevitabilmente visioni inedite, ti offre nuovi stimoli e ti fa toccare con mano la bellezza e la ricchezza della diversità; ma è anche vero che, oltre all'esserci, è essenziale osservare e cogliere motivi e situazioni che portano alle grandi contraddizioni dei paesi del cosidetto "terzo mondo". Perciò, la vera missione è poter dare la possibilità e gli strumenti affinché i cambiamenti partano dalle persone in loco.

2) Da cosa può nascere la "sana" voglia di missione? Quale può essere - anche in base alla tua personale esperienza - la vera, salda motivazione che ti fa scegliere consapevolmente e vivere a pieno l’esperienza missionaria?

Per quanto mi riguarda, tutto ciò che concerne "la missione" fa parte delle mie passioni da sempre, anzi, è ciò che mi motiva quotidianamente; perciò, è qualcosa che mi viene naturale e spontaneo fare e pensare.
Credo, comunque, che l’elemento essenziale per avvicinarsi a questo tipo di esperienze, sia la curiosità, la voglia di conoscere. Da questo, poi, scaturisce tutto il resto, che si lega inevitabilmente al desiderio di mettersi a disposizione degli altri, di accettare modi e stili di vita diversi dai nostri.

3) Come ci si prepara ad affrontare bene la missione?

È essenziale, secondo me, fare un lavoro a monte su se stessi, al di là di quale possa essere il progetto che appoggiamo o il paese in cui andiamo. Partire con la disponibilità a mettere da parte tutti i nostri preconcetti e le nostre abitudini, è già una grande conquista. Soprattutto se parliamo di brevi esperienze, come quelle che ho vissuto, non possiamo pretendere di andare, vedere, fare e voler cambiare tutto. Già arrivare a capire, come funzionano le cose tra e con le persone che ci ospitano, è un gran traguardo.
Mi ci è voluto un po’ di tempo, per capire che, fare esperienza missionaria, non è necessariamente fare, ma spesso è solo esserci, vedere e poi testimoniare per trasmettere e far conoscere.

4) Hai vissuto un'esperienza come missionaria in Congo e in Brasile. Ci puoi raccontare qualcosa di ciascuna di queste esperienze?

Sia in Brasile che in Africa, sono stata ospite di preti e frati, perciò la mia vita quotidiana è stata relativamente confortevole, nelle strutture a loro dedicate. Grazie ai missionari, in loco da molti anni, ho sempre potuto muovermi nel territorio in piena sicurezza e ho potuto entrare e vedere la vera realtà di vita quotidiana, quella che non vedi nei viaggi turistici.
In Brasile abbiamo sviluppato un progetto sportivo di calcio e pallavolo in una scuola per bambini delle Favelas.
In Africa, invece, abbiamo vissuto e condiviso oneri e doveri in una comunità che ospitava ragazzi adolescenti provenienti da situazioni familiari critiche e/o del tutto assenti.
Continenti diversi, culture differenti, ma le stesse identiche dinamiche di accoglienza. Sono sempre stata accolta con un amore e una riconoscenza che faccio fatica a raccontare. Solo il fatto di essere lì per loro e con loro, è stato motivo di grande gioia. Persino nei numerosi ospedali africani visitati, dove le situazioni erano a dir poco degradanti, sia per mancanza di strutture, strumenti e igiene, le persone visivamente sofferenti, erano pronte ad accoglierci con una parola o un semplice sorriso colmo di - oserei dire - serenità. Quello che puoi fare in un mese o due di missione è davvero poco, ma inevitabilmente si lascia un segno, dentro e fuori. È molto importante raccontare quando si torna, così da poter far conoscere la realtà vista e vissuta e sensibilizzare quanto più possibile.

5) Che cosa si riceve da un’esperienza umanitaria di questo tipo?

L'esperienza umanitaria in sè, secondo me, appaga per prima cosa il nostro Ego. Sì, perché sentirsi utili e fare qualcosa di concreto per gli altri, fa sentire meglio chiunque. Ma poi… ti trovi ad essere accolto da perfetti sconosciuti che ti trattano come uno di famiglia, ricevi sorrisi e abbracci profondi e sinceri, vedi bambini che non hanno niente e che sorridono e sono felici, anziani che non si muovono e sono malati ma sono grati della loro vita e non si lamentano… Sembrano luoghi comuni, ma entrare in contatto con questo tipo di realtà ti porta inevitabilmente a relativizzare tante cose e guardare il tuo mondo con occhi un po' diversi.

Continua... (il proseguo dell'intervista sarà pubblicato la prossima settimana)

 

Le foto sopra riportate sono relative alla più recente missione in Congo.

 

 






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