MISSIONE: "ESSERCI", PRIMA CHE "FARE" (PARTE II)

Continua l'intervista a Giulia Spessotto sulla sua esperienza missionaria...

6) Spesso, nella storia, si è rincorsa e attuata l’idea di missione come opera di civilizzazione. Qual è, secondo te, il senso vero della missione?

Alla luce della mia recente esperienza in Congo, mi viene da dire che la base della missione più che il fare sia lo stare. La logica comune è quella secondo la quale, specialmente in luoghi come l'Africa - che sono incrostati da luoghi comuni di invivibilità o quantomeno non sono mete turistiche in senso classico - bisogna necessariamente andare a fare qualcosa, portare qualcosa di nostro per renderci utili e sentirci gratificati. Ebbene, non è esattamente questo lo spirito missionario. Sono andata in Africa, spogliandomi di aspettative e affidandomi, ed è così che ho potuto fare una straordinaria esperienza di incontro, di conoscenza, di testimonianza data e ricevuta, di spiritualità intensa.

7) Nell'accostarsi ad altri popoli, usi e costumi… quali pretese l’uomo occidentale deve abbandonare per non essere visto come l'"invasore"? Che approccio occorre adottare?

Secondo me, in qualsiasi posto in cui andiamo, è necessario metterci un pochino da parte ed aprirci pienamente a quello che troviamo e vediamo, e se posso dirlo, non tirarsi indietro su niente, provare quanto più ci è possibile. Questo, per poter entrare in relazione con chiunque e poter gustare a pieno un vivere diverso dal nostro.
In Africa, ad esempio, ho notato che accettare di buon grado tutto quello che mi veniva offerto era per le persone motivo di grande soddisfazione, anche se a volte questo generava in me dei conflitti interiori non da poco. In ogni villaggio venivamo accolti con un calore e una felicità che sinceramente non avevo mai sperimentato prima. In particolare, ricordo una piccola comunità della campagna. Al nostro arrivo stavano cucinando un istrice appena cacciato, ci hanno invitati a rimanere per il pranzo, facendoci comodamente sedere sotto l'unica baracca protetta dalla pioggia e servendoci tutte le pietanze e le bibite che avevano; e tutti, compresi i bambini, hanno aspettato che noi finissimo per poter pranzare a loro volta, senza infastidirsi né lamentarsi, anzi, erano immensamente felici che avessimo accettato di condividere con loro il pranzo… beh penso non servano altre parole!
I primi anni in Brasile dispensavo sempre caramelle e regalini ai bambini, ma ora mi rendo conto, che non c'è nulla di più sbagliato, perché questo è il classico atteggiamento che noi adottiamo quotidianamente e che pone disparità (verticale) tra "noi" e "loro". Sembrerà strano, ma mangiare negli stessi posti, le stesse cose, camminare nelle stesse strade (colme di immondizia), viaggiare sugli stessi pulmini sgangherati (di solito i bianchi girano in taxi)… sono tutte piccole cose che azzerano la distanza. Ed è così che possiamo vivere assieme nei paesi in cui siamo ospiti, senza cadere nelle classiche dinamiche di "superiorità".

8) Credi che si possa fare qualcosa anche da casa propria per aiutare le persone meno fortunate nei cosiddetti paesi del terzo mondo?

Assolutamente sì, le nostre missioni diocesane e le ONG sono essenziali per sviluppare e portare avanti progetti in loco. Sostenere con delle offerte queste realtà fa sì che tanti sforzi non vengano vanificati per mancanza di mezzi; ma soprattutto permette che vengano poste le basi e vengano forniti gli strumenti affinché siano i residenti a portare avanti i progetti con le proprie forze e con le proprie competenze.

9) In che misura i giovani, appartenenti alla comunità laicale, sono coinvolti nelle esperienze comunitarie? Un giovane, per scegliere di vivere la missione, che cosa deve essere disposto a rinunciare e a dare?

Ogni anno il centro missionario diocesano di Vittorio Veneto, organizza un percorso di riflessione sul senso del viaggiare in senso ampio e propone l’esperienza missionaria come tappa finale. Il corso è rivolto ai giovani, e quest’anno di giovani se ne sono visti ben pochi. Perciò mi viene da pensare che la tematica non sia di facile approccio e che i giovani siano sempre più restii a questo tipo di esperienze. Un giovane che sceglie di vivere la missione dovrebbe, secondo me, mettere da parte tutte le reticenze o le paure che posso esserci, affidarsi a chi organizza e promuove il viaggio e dovrebbe semplicemente mettersi a disposizione, tutto il resto viene da sé.

 

Le foto sopra riportate sono relative alla più recente missione in Congo.






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok