Nomadelfia, un Popolo Nuovo

Un modello di vita ispirato al Vangelo

Silvia e Daniele hanno 14 figli, ma non possiedono una casa. Lavorano, ma non percepiscono uno stipendio. Sono laici, ma vivono in una comunità religiosa. Tutto questo è possibile a Nomadelfia, villaggio adagiato sulle colline della Maremma a 8 km da Grosseto. È il tentativo di costruire una società nuova fondata sul Vangelo.

Don Zeno e il sogno di cambiare il mondo

L’idea di creare una civiltà diversa è nata da un ragazzo emiliano che si chiamava Zeno Saltini. Il suo desiderio è sempre stato vivere la fraternità come propone Gesù nel Vangelo. Al padre che gli diceva “Ma per formare una civiltà ci vogliono millenni”, Zeno rispondeva: “Io inizio oggi: cambio civiltà, cominciando da me stesso”. Nel 1931 diventa sacerdote e decide di vivere la sua vocazione al servizio delle persone, a partire dagli ultimi. Durante la sua prima messa, don Zeno prende come figlio un giovane senza famiglia che era appena uscito dal carcere. L’esperienza di Nomadelfia nasce proprio con questa impronta: salvare l’umanità partendo dai più deboli, dai figli senza famiglia. Dieci anni dopo, Irene Bertoni, giovane liceale, si offre di fare da madre ai bambini che don Zeno accoglieva in canonica; è la prima “mamma di vocazione”, donna che dona se stessa ai ragazzi con disagio sociale. In seguito si sono aggiunte le coppie di sposi. E questo è il primo nucleo della comunità che nel 1948 prende il nome di Nomadelfia, luogo dove “la fraternità è legge”. «Noi stiamo continuando l’opera di don Zeno con le nostre famiglie – spiega Silvia –: costruire una società che sia un buon vento. Non mettiamo cerotti alle ferite, ma rifacciamo la società daccapo in tutte le sue forme. In questo modo vogliamo prevenire che i genitori abbandonino i figli, che gli anziani siano lasciati soli, che le famiglie si sfascino… Nel suo piccolo Nomadelfia ha risolto questi problemi attraverso la fraternità. Questa è la nostra legge, che scaturisce da una proposta evangelica».

Nomadelfia oggi: una grande famiglia

Oggi Nomadelfia è una realtà composta da circa 300 persone: famiglie, singoli, sacerdoti che cercano ogni giorno di vivere da fratelli. «Noi il vangelo lo incarniamo singolarmente, familiarmente, socialmente, politicamente, scolasticamente, economicamente… tutto è impregnato della Parola di Dio; è possibile vivere il Vangelo sotto tutti gli aspetti, e noi ne diamo dimostrazione», afferma Silvia, e ci spiega come. 

  • FAMIGLIE INSIEME

Si vive in gruppi familiari. Ogni gruppo è formato da tre, quattro o cinque famiglie e da alcune persone non sposate, con un numero di membri compreso fra le 20 e le 35 persone. Fisicamente, il gruppo familiare è composto da una casa centrale, dove si vive di giorno condividendo ogni aspetto della quotidianità, e da una serie di casette con le camere da letto per la notte e per i momenti di riposo in cui ogni singola famiglia conserva la propria individualità. Il gruppo familiare è la cellula fondante di Nomadelfia: non si potrebbe vivere appieno la fraternità se non condividendo tutti gli aspetti della vita. 

  • AFFIDO FAMILIARE

Ogni famiglia è aperta all’accoglienza, anche nella forma giuridica dell’affido familiare. «Io e mio marito abbiamo 14 figli – rende noto Silvia – metà di loro viene da questa esperienza di affido. I miei genitori hanno avuto 10 figli da matrimonio e 10 in affido. Ovviamente questo è frutto della scelta di vivere in comunità. Come si potrebbe altrimenti arrivare ad avere così tanti figli?! Qui a Nomadelfia noi mamme condividiamo le faccende domestiche, l’educazione dei figli, le fatiche e le gioie di ogni giorno, la vocazione. Un ragazzo senza famiglia o in situazione di disagio familiare trova qui, a Nomadelfia, un punto di riferimento valoriale forte, che gli permette di dare un orientamento positivo alla sua vita; anche se da adulto sceglie di uscire dalla comunità, l’esperienza di Nomadelfia rimane: sa che qui ha sempre dei genitori e dei fratelli pronti ad accoglierlo».

  • EDUCAZIONE CONDIVISA

«Noi crediamo che l’educazione sia responsabilità di tutti. Per questo a Nomadelfia parliamo di “educazione in solido”: i bambini hanno come primi punti di riferimento i genitori, ma sanno anche di poter fare affidamento sugli altri adulti, come figure affettive ed educative». L’ambiente e il contesto di vita sono fattori determinanti per la formazione di una personalità: i bambini imparano ciò che vivono. A Nomadelfia sono passati più di 5000 figli presi da situazioni di disagio familiare, e ogni volta si è lavorato sulla ricostruzione della personalità. La scuola interna a Nomadelfia nasce proprio con questo obiettivo: «Il nostro modello pedagogico è chiamato “scuola vivente” perché mira ad una formazione che prepari alla vita, rifiutando ogni forma di nozionismo». Si tratta di una scuola familiare, cioè i genitori insegnano ai figli: «Lo stato italiano – chiarisce Silvia – riconosce ai genitori questa possibilità con l’obbligo di presentare i ragazzi agli esami di stato per dimostrare di averli rispettati nel loro diritto a conoscere le cose della vita, e noi questo lo facciamo in modo organizzato, sempre valorizzando la persona», e aggiunge: «Ci sono anche altre occasioni formative: l’ora di cultura quotidiana in cui si approfondiscono diversi argomenti con riferimento all’attualità e alle esigenze del momento, gli esercizi spirituali… don Zeno diceva “Tutta la vita è scuola”».

  • LAVORO GRATUITO

A Nomadelfia il lavoro è al servizio dell’uomo: «Noi nomadelfi – spiega Silvia – lavoriamo tutti all’interno della comunità e non siamo pagati. Si tratta di lavoro gratuito, fatto per amore. Tutti siamo disponibili a svolgere qualunque lavoro sia necessario: ogni lavoro è utile alla vita e per questo ha una sua dignità. Ovviamente ciascuno lavora in base alle proprie capacità: se uno sa fare bene qualcosa, la fa, e deve farla bene». Il lavoro come mezzo di sostentamento dunque, ma innanzitutto come collaborazione con Dio e con i fratelli per la custodia del creato.

  • ECONOMIA ALTERNATIVA

Non esiste la proprietà privata, tutto è in comune. A Nomadelfia non circola denaro. In questo modo non ci sono disparità. C’è una cassa comune, gestita dal Consiglio di Amministrazione e alimentata da donazioni, pensioni e ricavi derivanti dalla vendita di alcuni prodotti all’esterno, dalla quale ciascuno riceve ciò di cui ha bisogno secondo uno stile di grande sobrietà. «Nel nucleo familiare prepariamo una “lista della spesa” – spiega Silvia – e compatibilmente con ciò che è disponibile, il magazzino centrale, che fa acquisti all’ingrosso, ci rifornisce. Tutti i beni, come i veicoli, sono in comune».

  • DEMOCRAZIA DIRETTA

Don Zeno ha redatto quello che ha vissuto, perciò sia come Associazione Civile sia come Associazione privata di fedeli Nomadelfia ha una sua Costituzione interna più una serie di regolamenti che, nell’insieme, garantiscono la democraticità e la trasparenza delle decisioni che vengono prese nella comunità. Nomadelfia è infatti una democrazia diretta, che si esprime attraverso elezioni e votazioni confermate sempre con voto all’unanimità per garantire l’unità della popolazione. A organizzare e a regolare la vita della popolazione in tutte le sue forme è la Presidenza, eletta dall’Assemblea, ovvero da tutti coloro che hanno firmato la Costituzione di Nomadelfia. Le “infrazioni alle leggi” nell’ambito del territorio comunitario vengono esaminate dal Collegio dei Giudici. Questi, quando chi ha sbagliato lo riconosce sinceramente, applicano il provvedimento del perdono».

Ecco, «noi chiediamo a Dio di vivere eroicamente, santificando tute le forme della vita umana – chiosa Silvia – È impegnativo certo, ma possibile. In tutte le nostre case c’è una cappella con l’Eucarestia. È questa la nostra forza, il cuore pulsante della comunità. Il perno di tutto è la fede».

Vivere a Nomadelfia è rispondere a una vocazione

Silvia e Daniele sono nati entrambi a Nomadelfia, ed ora abitano a Nomadelfia per scelta. «Ci siamo conosciuti da ragazzi, ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: “Ma io e te perché siamo nati qui?”. Mentre ci facevamo questa domanda, abbiamo riascoltato un discorso in cui don Zeno diceva: “I figli che sono nati Nomadelfia o che sono venuti a Nomadelfia non sono a Nomadelfia per caso. Il Signore ha fatto loro una proposta”. Noi abbiamo accolto la proposta: abbiamo deciso di fermarci e di formare qui la nostra famiglia. Si sceglie a 18 anni se uscire o rimanere. C’è anche chi esce e poi rientra. Una mia figlia, per esempio, è uscita, ha studiato Ostetricia all’Università e adesso è rientrata e fa l’ostetrica a Nomadelfia. Si diventa nomadelfi a pieno titolo firmando la Costituzione all’altare dopo un periodo di prova che dura almeno tre anni».

Nomadelfia non è tanto un luogo, quando un modo di vivere

Nomadelfia non nasce per cercare di creare un’isola felice, ma per provare a pensare ad un futuro migliore per tutta l’umanità. È il sogno di un mondo diverso cominciato con don Zeno. «Non possiamo certo cambiare il mondo dall’oggi al domani – ammette Silvia – ma possiamo cominciare cambiando i rapporti lavorativi, familiari e sociali con i nostri vicini». Una rivoluzione che i nomadelfi propongono a tutti. «Accogliamo quanti vengono da noi in visita, rendendoli partecipi della nostra vita. A Nomadelfia c’è anche una foresteria per chi vuole fermarsi qualche giorno. Ogni ospite è accolto nello spirito del Vangelo: “Ero forestiero e mi avete ospitato”». Ma Nomadelfia è anche una comunità in uscita: «Nelle piazze d’Italia ogni anno facciamo degli spettacoli di danza popolare alternata a momenti di recitazione nei quali proponiamo questo stile di vita all’insegna della fraternità e della solidarietà». Le cosiddette “Serate di Nomadelfia” sono un messaggio di gioia e speranza. Ideate nel 1966, da allora sono state replicate tutte le estati, ogni volta in una diversa regione d’Italia, con qualche puntata all’estero.

La visita di Francesco, un grande dono per Nomadelfia

«Il 10 maggio 2018 è venuto in visita papa Francesco – racconta Silvia con entusiasmo – Per prima cosa si è recato sulla tomba di don Zeno. Per noi è stato un riconoscimento molto forte da parte della Chiesa. Poi è entrato nelle nostre case e ha visitato gli ambienti; infine abbiamo fatto festa. Il papa ci ha esortato a continuare questo stile di vita, incarnando il modello dell’amore fraterno mediante opere e segni visibili nei molteplice contesti dove la carità ci chiama, per ricordare agli uomini la bellezza di essere tutti fratelli».

La vita semplice e gioiosa della prima comunità di Gerusalemme descritta negli Atti degli Apostoli a Nomadelfia non solo è possibile, è reale. Sta lì e sta ovunque come proposta di vita migliore.






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok