Sette ragazze, una missione: uscire un po’ da sé per incontrare l’altro

Sette ragazze della diocesi di Vittorio Veneto dal 27 luglio al 17 agosto hanno vissuto un’esperienza missionaria in Zambia accompagnate da Andrea Boscariol, Gaetano De Biase e Alessia Tonon. L’esperienza era proposta dal Centro Missionario Diocesano. Al loro rientro, le abbiamo contattate per sapere com’è andata.

Perché hai scelto di vivere un’esperienza di missione?

CLAUDIA CITRON - Ho sempre voluto vivere un’esperienza di questo tipo perché sentivo in me la necessità sempre più crescente di vedere con occhi miei alcune realtà del mondo così lontane dalla nostra. Non mi bastavano più le testimonianze degli altri, i racconti. Non mi accontentavo più delle opinioni e delle storie di terre lontane raccontate attraverso i filtri di altre persone, soprattutto se tali opinioni provenivano dai media o da qualcuno che nemmeno ci è mai stato e forse mai ci andrà: come si fa a crearsi un’opinione propria, basata sul nulla di fatto? Io dovevo vedere con i miei occhi, avevo la necessità di toccare con mano. L’Africa poi ha sempre suscitato in me un fascino particolare, quasi un richiamo oserei dire, non so spiegarne il motivo, ma quando ho scoperto che sarei andata in Zambia ho fatto letteralmente i salti di gioia.

Cos’è per te “missione”?

BEATRICE ANTONIAZZI - La parola “missione” ci porta sempre a pensare a luoghi lontani, esperienze impegnative e a persone considerate un po’ fuori dall’ordinario. Ciò che invece questa esperienza in Zambia mi ha aiutato a capire ancora meglio, è che “missione” sono tutte le volte in cui decidiamo di uscire un po’ da noi stessi per aprirci all’altro. In questo modo capiamo che la missione è alla portata di tutti, basta volerlo e rinnovare questa scelta ogni giorno.

Come si è svolta l’esperienza?

FRANCESCA SPINA - L’esperienza si è svolta principalmente a Chipata (una città nella zona est dello Zambia, vicino al confine con Malawi e Mozambico) dove siamo stati ospitati in un alloggio offertoci dall’organizzazione Acra Zambia, con la quale la diocesi e il centro missionario di Vittorio Veneto avevano mantenuto un contatto. Durante tutta l’esperienza siamo stati “guidati” da un collaboratore di questa associazione: Enrico Carretta, originario di Vicenza con un passato missionario alle spalle, che vive da più di vent’anni con la moglie Simonetta e i tre figli (Giuseppe, Filippo e Damiano) in Zambia. Conoscere la realtà di questa famiglia e la loro scelta di fare del volontariato la loro stessa vita ci ha sicuramente motivato e incuriosito ad intraprendere e vivere questa esperienza. A Chipata abbiamo principalmente visitato le diverse realtà con cui l’associazione Acra Zambia collabora, vale a dire: asili nido, scuole materne, inaugurazione di pozzi, villaggi, cliniche, etc. Tutto il viaggio è stato costellato da esperienze eterogenee e differenti che ci hanno permesso di avere una visione ampia del contesto in cui ci trovavamo. Inoltre, durante quelle tre settimane ci siamo spostati per alcuni giorni da Chipata per andare a conoscere le diverse realtà missionarie presenti nella zona, come ad esempio la missione di Mpangue e quella di Padre Luigi Casagrande a Chikowa.

Se ti chiedessi di esprimere l’emozione che hai provato in una parola, quale sceglieresti?

ANNA BATTISTELLA - Ogni attimo era caratterizzato da una nuova sensazione, perlopiù mai provata prima. Mi sento tuttavia di poter dare un'idea di questo meraviglioso viaggio con la parola ALLEGRIA. Ogni giorno, ovunque noi fossimo, entravamo in contatto con nuove persone per le quali noi eravamo stranieri e sconosciuti; ciononostante ci accoglievano sempre con il sorriso. Bambini, adulti, anziani, uomini, donne o ragazzi che fossero, tutto ciò che loro avevano a cuore era trascorrere un po’ di tempo con noi allegramente. E proprio questa gioia, trasmessa con i sorrisi e le strette di mano, è entrata nei nostri cuori ed ora è nostro compito diffonderla anche qui.

L’immagine che più ti è rimasta impressa?

CHIARA BIT - È difficile individuare una sola immagine che riesca a rappresentare questo viaggio. Come si fa a scegliere tra il sole rosso fuoco del tramonto, le stelle luminose come fari nella notte, gli "infiniti spazi e sovrumani silenzi" di una natura che vive ancora in comunione con l'uomo? O ancora, tra le risate calorose dei bambini, le strette di mano felici e orgogliose delle nostre visite, le corse tra le strade sabbiose, i canti e le danze improvvisate tutti assieme? L'immagine a cui penso ancora, che spero non svanirà mai tra i miei ricordi e che forse riesce a raccogliere in sé tutte le esperienze fatte, le persone conosciute e i luoghi visitati risale al nostro secondo giorno di viaggio. Ci siamo risvegliate la mattina, dopo un lungo giorno di viaggio nel compound di Bauleni, a Lusaka. Con gli zaini in spalla ci siamo avviate tra le case del posto per raggiungere la macchina che ci avrebbe accompagnato a Chipata. Qui, mentre camminavamo, ci è corso incontro un bambino di 2-3 anni che ridendo ci ha preso per mano e ci ha accompagnato fino alla fine della via. Mi piace pensare che è stato un po' il suo modo per augurarci buon viaggio e rassicurarci sull'esperienza indimenticabile che stavamo per compiere.

Che cosa ti sei portata a casa da questo viaggio?

ANTONELLA STURA - Questo viaggio mi ha permesso di riscoprire me stessa attraverso la semplicità e la bellezza della condivisione. Ciò che più desidero portare con me sono la gioia, i sorrisi sinceri e soprattutto quel senso di ospitalità che disarma e fa sentire come a casa. Dopo questo viaggio l’accoglienza sarà una mia priorità: soprattutto far sentire accolte e benvenute le persone così come ci siamo sentiti accolti noi, nonostante le diversità che passano in secondo piano perché, seduti tutti insieme su quella terra rossa, abbiamo riscoperto ciò che veramente conta, ovvero il contatto diretto con le persone. Abbattere le barriere, rispettarsi e guardare il mondo con occhi privi di sospetto, ma pieni di curiosità, perché ogni giorno accade qualcosa di inaspettato e come affrontarlo dipende solo da noi.

È un’esperienza che consiglieresti ai tuoi coetanei?

SARA SACCON - La consiglierei a tutti, ai giovani sicuramente, ma non solo. Non è un viaggio facile, ma nemmeno difficile, semplicemente importante: fa capire tanto e sicuramente è stata l’esperienza più arricchente della mia vita. In Africa i giovani sono tanti, l’età media della popolazione zambiana è di 16 anni e l’aspettativa di vita è di 40. La maggior parte dei ragazzi della mia età che ho conosciuto lavorano già da diversi anni, molti erano genitori di più bambini. Quello che ho capito al mio ritorno è quanto sia importante voler conoscere, essere curiosi, ma soprattutto aprirci al mondo, non rinchiuderci mai e pensare che i confini delle nostre case debbano rimanere i confini della nostra vita. Abbracciare il mondo, avere un’ottica universale, pronta, entusiasta, non accontentarci di quello che ci viene detto. Ognuno può davvero fare qualcosa di utile e noi giovani abbiamo la responsabilità e le capacità di metterci a disposizione!






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