Esperienze

11 Giu 2020


So-stare ai margini

Continuiamo a condividere il vissuto e la riflessione di Roberta Coppola...

(Se ti sei perso la seconda parte, So-stare dentro la Parola, clicca qui). 

Durante il lockdown sono rimasta chiusa ma, forse per grazia, con il cuore aperto. Così mi basta stare al balcone con la mia vicina, mi racconta del marito che sta facendo radioterapia e che stanno vivendo un momento di difficoltà perché lui fa fatica ad accettare la situazione è convinto che non ce la farà. Ascolto. Poi scopro che un’altra vicina ha da poco subito un intervento chirurgico importante, ci sentiamo al telefono… ed altre situazioni. Insomma c’è un mondo che improvvisamente ti balza davanti agli occhi, che non puoi fare a meno di accogliere. E abbracci la loro umanità con la tua, perché non sono cristiani o della chiesa non gliene può fregare di meno, ma hanno una sofferenza e tu sei l’orecchio di Dio, sei i suoi occhi, il suo silenzio. Mai come oggi abbiamo visto dei volti nuovi di chiesa, non scritti nei libri di liturgia, nel foglietto parrocchiale, non racchiusi dentro a programmi pastorali ma liberi di esprimere una prossimità ad un’umanità ferita. Mi torna in mente la lettera di san Paolo ai Galati quando dice: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. (Lettera ai Galati 3,26-28). Come Chiesa, secondo me, non si può più assolutizzare e puntare tutto sui programmi pastorali, sui sacramenti, sulle parrocchie. Le parrocchie in questo periodo sono rimaste chiuse, i sacramenti non li ha ricevuti nessuno eppure spinti dallo Spirito le persone, cristiani e non, nei loro vari ruoli o compiti sono state chiamate a uscire fuori i loro schemi mentali, le loro abitudini, fuori dalla propria vita. Sono i comuni mortali oggi, quelli che non fanno la comunione, ad essere il popolo radunato in prima linea, loro sono corpo di Cristo spezzato.  Come un medico che all’invito del suo Vescovo: “potete voi medici benedire i morti” ha benedetto una salma anche su richiesta dei parenti che non potevano avvicinarsi. O come quel sacerdote di Bergamo che rifiuta il respiratore per darlo ad una persona più giovane. Come una sarta che confeziona mascherine per chi ne ha bisogno. Come i volontari della Protezione Civile che portano a casa la spesa agli anziani. Come quelle infermiere che inizialmente pur senza mascherine hanno continuato il loro lavoro nei vari reparti ospedalieri. Come una comunità bengalese che offre del denaro al Comune italiano dove risiedono. Come una preghiera fatta insieme per condividere paure e speranze. Come chi soffre in silenzio una solitudine causata da altre malattie. Gesti e vita fuori dalla Pastorale delle parrocchie, pastorale di strada senza per i cristiani, poter ricevere il corpo di Cristo, ma forse spezzarsi per gli altri è il frutto di quello stesso corpo ricevuto prima della pandemia.

La Chiesa, secondo me, dovrebbe stare ai margini dalle pretese e in prima linea nel servizio. Devo dire la verità, all’inizio della pandemia, anche se era comprensibile essere tutti nel caos più totale, mi è parso che la Chiesa in un primo momento, sia stata a guardare. Mentre stare ai margini avrebbe significato sporcarsi un po’ più le mani. In fin dei conti in ogni guerra c’è il cappellano militare che segue i soldati. In nome di tutti quei sacerdoti morti a Bergamo e in altre città, non si poteva pensare ad una task force di preti volontari negli ospedali o di supporto alle altre persone malate non di covid, ai loro famigliari abbandonati a sé stessi? Qualcuno che potesse dare la comunione a medici o infermieri finito il turno? Un numero di telefono con un sacerdote che potesse ascoltare chi aveva bisogno di sentirsi accolto? Nel mio paese, come credo in altre realtà ci sono famiglie con persone anziane in casa o portatori di handicap, per queste famiglie stare a casa è stato deleterio, insopportabile, sarebbe stato utile la presenza discreta di un sacerdote. Qui la CEI avrebbe potuto spendersi e trattare con il governo per lasciare più libertà ai sacerdoti. Capisco e concordo l’importanza nel fare messe o catechesi on line, mandare messaggi, email…ma la prossimità, con tutte le cautele necessarie, in un momento così drammatico non avrebbe dovuto essere la priorità?

Roberta Coppola

(Segue giovedì prossimo…)






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