Esperienze

18 Giu 2020


So-stare con un Dio che mi spinge ad uscire

Ultima parte della riflessione che Roberta Coppola ha maturato nei giorni di lockdown e ha voluto condividere con noi.

A me sembra abbastanza chiaro che tutto ciò che è stato fatto per affrontare questa emergenza, non l’ha fatto una Chiesa come istituzione, ma come uomini in un proprio contesto lavorativo o di volontariato, dove resti tu che spezzi il pane con la famiglia, i vicini di casa, persone con le quali condividi preghiere o pensieri parlando al telefono oppure on line. Vorrei una chiesa che resta in ascolto, che crea legami, relazioni. Una chiesa fuori dagli schemi, fuori dai programmi, fuori dalla sacrestia, fuori dai gruppi. Vorrei una chiesa non giudicante, non sospettosa, aperta al nuovo, ai profeti che leggono il presente e che ti invitano a bere un caffè in un luogo senza giudizio dove poter consegnare qualcosa di tuo senza dover usare maschere, tanto meno quelle del potere. C’è un desiderio di Dio che le persone non sempre riescono ad esprimere nelle attività parrocchiali, e in questi mesi lo abbiamo visto. Le parrocchie erano chiuse ma il cuore era aperto all’incontro, al passaggio da uno statico “essere cristiani” a un dinamico “divenire cristiani” (Tomas Halik).

”Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina…”: ci sei tu, scaraventato fuori dal tuo sepolcro in cammino verso l’altro, che, anche solo con lo sguardo, si incarna nella tua vita.

Roberta Coppola

 

Puntate precedenti:

1. So-stare in relazione

2. So-stare dentro la Parola

3. So-stare ai margini






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