Esperienze

11 Apr 2016


Un «lavoro sul pensiero e sull'emozione». Giorgio Vazza tra memoria e arte

Con un'installazione e un libro l'artista bellunese racconta per la prima volta il "suo" Vajont, attraverso «segni che affiorano e raccontano»

«Una cosa così, quando l'hai vista, non hai voglia di parlarne». Si riferisce al Vajont, questa frase pronunciata da Giorgio Vazza (artista bellunese, classe 1952), per il quale ricordare quella notte del 1963 è stato come «sbobinare una scatola nera» che era rimasta chiusa per molti – forse troppi – anni. Tra segni grafici e scritture minime, un bacino di «pensieri frammentati» e «poi sempre più liberi» ha assunto la forma più organica e pur sempre puntiforme di un nucleo artistico ben riconoscibile, in parte testuale e in parte performativo. Quando è avvenuta la tragedia dolosa della diga, Vazza aveva 11 anni: non abbastanza per capirla, ma già abbastanza per patirla appieno, perché diventasse affilate e dolenti schegge memoriali.

Solo a partire dal 2013 però, dopo averla tenuta viva nel suo intimo di uomo, escludendola invece dalla sua importante vicenda artistica, Vazza ha sentito la necessità – ma sempre intimamente – di lavorarci su, come a un diario già pensato come postumo, ma necessario: «disegnavo come respiravo», testimonia l'artista. Ha così intrapreso un «lavoro sul pensiero e sull'emozione», un lavoro che si è inizialmente concretizzato in «rotoli di memoria», materialmente, i quali si sono "svolti" nella sua prima commossa testimonianza pubblica sul "suo" Vajont: perché «il Vajont è dei morti, ma è anche dei vivi». Nel suo dire frammentato, singhiozzato dalle lacrime, Vazza – il 9 aprile scorso a Rua di Feletto (Tv) – ha affrontato per la prima volta, davanti a un pubblico che gremiva l'aula magna del municipio, il racconto di questa esperienza. Poche parole che, come i pochi tratti di un'installazione posta in fondo alla sala, esaltavano l'importanza di un dire silenzioso, ma non per questo sopito, attraverso cui tenere viva la memoria di qualcosa che non si deve – anche perché non si può – dimenticare.

Si trattava di un lungo pannello velato sul quale erano montati una lunga serie, qua e là un po' sovrapposta, di disegni a matita su fogli bianchi. Un velo che apriva a riflessioni sui meccanismi della memoria e delle storie. Un velo che mi ha fatto subito pensare a come "velare" e "rivelare" possano essere due verbi non opposti, ma a come possano invece completarsi l'un l'altro: perché la memoria si fa anche di veli, in un alternanza di velamenti (che dunque coprono) e rivelamenti (che scoprono, ma anche che ricoprono, proprio in quanto ri-velamenti). E così le immagini sui fogli: figure appena abbozzate dai volti vacui o paesaggi sottili e pure conoscibili come gli irriconoscibili orizzonti ritrovati dai superstiti quella mattina del 10 ottobre 1963, nella valle di Longarone. Uno stile che, con un brivido, mi ha riportato a certi preziosi disegni lasciatici dagli internati nei lager nazifascisti: d'altronde in Vazza vi è un'importante consapevolezza: che «con l'arte non sei mai solo», neanche di fronte agli olocausti più neri.

Ecco allora che, nel buio di quel bianco che disvela senza mai poter restituire del tutto, l'artista sente il bisogno d'un tratto di affidarsi al volo. Figure ornitologiche, forse colombe di una pace anelata, per restituire dignità e libertà al corpo straziato delle vittime, all'anima straziata di chi è sopravvissuto: «dopo tanta pensantezza senti il bisogno di elevarti», ha spiegato Vazza a margine di questo lungo lavoro, raccontando il perché di quegli uccelli in volo. «Sette uccelli che si elevano: la leggerezza, il volo per staccarti dalla pesantezza di quei morti».

* * *

Con questo scritto ho cercato di ricostruire i punti salienti dell'incontro su citato, tenutosi a Rua di Feletto, il 9 aprile 2016, in cui Giorgio Vazza presentava anche il volumetto Passaggi obbligati (Agordo, Tipografia "Castaldi", aprile 2016).






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