Un telescopio e la magia del cosmo accendono la speranza nei Paesi in via di sviluppo

Di solito si pensa all’astronomia come a una scienza lontana dall’uomo e dai suoi bisogni concreti. In linea di principio è così, perché gli astronomi puntano gli occhi al cielo, ma c’è anche chi si propone di guardare in alto con i piedi ben piantati a terra. È questo lo spirito che anima l’Unione Astronomica Internazionale (UAI), la quale promuove delle iniziative che fanno dell’astronomia un motore di sviluppo sociale ed economico. Ce ne parla il Segretario Generale della UAI, nonché docente di Fisica e di Astronomia all’Università di Padova, Piero Benvenuti.

Quando e come nasce l’idea di un’economia che ispiri universalmente lo sviluppo?

L’idea nacque alla conclusione dell’Anno internazionale dell’Astronomia, il 2009, durante il quale tutto il mondo celebrò il quarto centenario delle prime osservazioni del cielo con un cannocchiale compiute a Padova da Galileo Galilei. L’iniziativa, proposta dall’allora presidente dell’Unione astronomica internazionale, il compianto Franco Pacini, ebbe un enorme successo, coinvolgendo circa 150 Paesi in tutto il mondo e raggiungendo con varie attività ben 815 milioni di persone. Lo straordinario esito superò le più ottimistiche previsioni dei proponenti – l’Unione astronomica internazionale e l’Unesco – e confermò, qualora ve ne fosse bisogno, che l’astronomia continua a esercitare oggi lo stesso fascino irresistibile e primordiale che spinse i primi uomini ad ammirare il cielo stellato e a confrontarsi con le misteriose profondità del cosmo.

Certo, la scienza astronomica si è evoluta enormemente dai tempi dei primi filosofi-astronomi ionici. Un’evoluzione che negli ultimi decenni ha subito una straordinaria accelerazione: il cannocchiale di Galileo si è trasformato in strumenti che utilizzano le più avanzate tecnologie per captare i minimi segnali che l’universo ci invia sotto forma di radiazione elettromagnetica (luce e onde radio) e, come recentemente è stato confermato, anche attraverso le onde gravitazionali, impercettibili tremolii dello spazio-tempo. Ciononostante, il fascino del cielo stellato è rimasto inalterato.

Ecco allora che, alla fine del 2009, coniugando questi due aspetti caratteristici dell’astronomia, fascino e alta tecnologia, e mettendo a frutto l’esperienza acquisita durante l’Anno dell’Astronomia, l’UAI approvò un piano strategico dal titolo significativo: “Astronomia per il progresso”.

In che cosa consiste?

L’obiettivo è molto semplice quanto geniale: sfruttare il naturale interesse che l’astronomia genera in tutti per attrarre le giovani generazioni verso lo studio della scienza e della tecnologia e per migliorare la consapevolezza scientifica e tecnologica della popolazione in generale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La realizzazione del piano strategico venne affidata a un Centro, ospitato presso l’Osservatorio astronomico del Sud Africa a Città del Capo, che coordina centinaia di volontari sparsi in tutto il mondo.

Portare un progetto, per quanto nobile esso sia, in tutto il mondo non è facile: può non essere compreso e dunque fallire i suoi scopi. Ci sono delle precauzioni che avete ritenuto opportuno adottare?

Sin dall’inizio ci si rese conto che per raggiungere gli obiettivi del piano era fondamentale adattare ogni iniziativa alla cultura locale: esportare metodi e contenuti divulgativi validi in ambiente occidentale in aree rurali dell’Africa o dell’Asia, senza tener conto delle tradizioni, non solo non avrebbe ottenuto i risultati sperati, ma avrebbe potuto causare traumi e reazioni negative anche violente. Il direttore del Centro, un giovane astronomo sudafricano, racconta che nel villaggio dove era nato veniva proibito ai ragazzini di guardare le stelle perché quell’atto avrebbe portato disgrazie alla propria famiglia: in tali situazioni culturali non è certo possibile arrivare in zona con un telescopio amatoriale e invitare tutti a osservare il cielo senza aver prima svolto una adeguata preparazione. Non dobbiamo meravigliarci, ricordando quel che successe in occidente 400 anni fa, quando un uomo osò per primo puntare al cielo un minuscolo cannocchiale... Per questo motivo, si sono costituiti dei Centri regionali, collocati in zone strategiche, con il compito di perseguire gli obiettivi del piano adattandoli alla cultura e tradizione locale. Ad oggi si sono costituiti nove centri in Zambia, Nigeria, Etiopia, Giordania, Armenia, Tailandia, Colombia, Cina e Portogallo, gli ultimi due con il compito particolare di tradurre il materiale divulgativo, in gran parte redatto in lingua inglese, in cinese e portoghese per raggiungere con più facilità vaste aree di popolazione mondiale.

Come sono stati i risulti finora ottenuti?

I risultati dei primi anni di attività del piano sono stati entusiasmanti, tanto da ottenere nel 2016 un ambìto riconoscimento internazionale, la medaglia del Festival della Scienza di Edimburgo, da tempo punto di riferimento per una divulgazione seria e incisiva del sapere. Il risultato più interessante e in un certo senso inatteso si è avuto però in ambiti diversi da quelli puramente scientifici e tecnologici, nei quali l’Astronomia ha riscoperto il suo antico potenziale di promozione globale dell’uomo. In una recente riunione del Centro regionale armeno, a Yerevan, attorno al tavolo sedevano astronomi armeni, iraniani, georgiani, turchi, israeliani e giordani, tutti impegnati a discutere le attività da proporre in un clima di serena collaborazione, ben diverso da quello che i loro Paesi di appartenenza mostrano quotidianamente... e al termine della riunione, tutti sono andati a rendere omaggio al monumento che ricorda il genocidio degli Armeni, dimostrando come la scienza del cielo universale riesca ad evidenziare la follia della guerra e della violenza e a cancellare d’incanto ogni rancore.

Ci racconti l’ultima iniziativa promossa…

L’anno scorso, con il supporto di astronomi palestinesi, l’osservazione del cielo con piccoli telescopi è stata proposta ai bambini che vivono nella striscia di Gaza per offrire loro una tregua alla paura quotidiana e uno spiraglio di speranza per il futuro. È commovente vedere, in un bellissimo documentario realizzato da “Arte”, come i ragazzini osservano estasiati stelle e pianeti e interrogano gli astronomi mentre nel sottofondo si sente il crepitio lontano delle mitraglie: «Quando osservo il cielo – dice una ragazza – mi dimentico di quello che accade attorno a me e mi sento unita a tutti i miei fratelli nel mondo». Suleiman Baraka, l’astronomo palestinese che li guida e che ha perso un figlio in un bombardamento, aggiunge: «È molto facile prendere una pistola e sparando morire per la libertà. È molto più difficile vivere: noi, con questi nostri figli e con l’aiuto del cielo stellato, abbiamo deciso di vivere!».

Per noi astronomi professionisti, occupati tutto il tempo a studiare Big Bang e buchi neri, è consolante abbandonare per un attimo le carte e alzare gli occhi al cielo e riscoprire, senza l’aiuto di sofisticati strumenti, il valore universale della nostra scienza.








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