Vivere di Corsa

E se correre non fosse solamente una questione di velocità e fretta, ma anche il suo stesso contrario? La Regina di York, di Alberto Rosa, ci regala uno sguardo diverso…

Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre. Correre.

[cór-re-re]

[lat. cŭrrĕre

Corri! Muoviti, dai! Veloce! Devi correre.

CoRReRe.

Dal dizionario Treccani, i principali significati di correre sono: 1. a. Avanzare rapidamente in modo che in nessun momento i piedi tocchino terra contemporaneamente; con significato più generico, andare, spostarsi velocemente sul suolo, sia di persona sia di animali. b. Partecipare a una gara di corsa. c. Andare in fretta, venire prontamente, accorrere. d. Essere veloce, frettoloso nel fare una cosa. 2. a. Compiere un movimento molto rapido. b. Presentarsi con prontezza e intensità, di parole, pensieri, sentimenti.

Sono certa che la maggiora parte delle persone, alla parola correre, associa velocità, fretta, ritardo e forse anche ansia. In fin dei conti, la narrazione che ne viene fatta, le pubblicità che si vedono o ascoltano, le conversazioni da sala d’attesa in uno studio medico o le frasi fatte vanno in quella direzione. La parola stessa, con quelle R ripetute, sembra metterti fretta. E anche i numerosi significati che si trovano nel dizionario confermano questa associazione.

E se invece non fosse esattamente e sempre così?

Una sera di metà giugno la Libreria Chiodo Fisso (San Vendemiano, TV) ha ospitato Alberto Rosa, Lisa Colladet e Fuel to run. Alberto Rosa è l’autore del romanzo La Regina di New York, pubblicato da Becco Giallo, nonché podista della squadra Fuel to run, Lisa Colladet è una nutrizionista e Fuel to run è una squadra di podisti e podiste della zona. Il protagonista della serata era il libro che è stato il punto di partenza per parlare della corsa in termini generali e di molto altro. La Regina di New York è un romanzo basato su una storia realmente accaduta: nel 2016 Diadora ha lanciato un contest attraverso i social rivolto a tutte quelle donne che avessero avuto voglia di mettersi in gioco e di correre. L’obiettivo era quello di arrivare al traguardo della Maratona di New York, il 5 novembre 2017. Tra coloro che si sono candidate, Diadora ha selezionato 20 donne da tutta e Italia e molto diverse l’una dall’altra. Per loro è iniziato, così, un viaggio di sette mesi, caratterizzato da allenamenti, incontri e gare ufficiali, sotto la guida dall’Oro Olimpico a Seoul, Gelindo Bordin, in veste di allenatore.

Per arrivare preparata a questa serata di presentazione, ho fatto due cose: ho letto il libro e ho ripreso a correre. Era da un bel po’ che non correvo più; perciò avevo bisogno di ricordami quali sono le sensazioni che la corsa lascia nei muscoli, sulla pelle, nella testa, nei pensieri. Ero certa che solamente così avrei potuto capire ogni sfumatura del libro ed essere totalmente presente durante la chiacchierata. Ho fatto bene, perché nel romanzo La Regina di New York non ci sono solamente gli allenamenti e la Maratona di New York. Ma c’è anche la storia di una donna, Gaia, la protagonista, che cerca di ritrovare se stessa, che cerca del tempo per sé, che cerca di stare bene, che cerca di svuotarsi. E lo fa attraverso la corsa.

Proprio come Gaia, anche Alberto Rosa ha iniziato a correre senza un vero perché, senza una motivazione precisa: «Ho iniziato a correre nel momento in cui ho sentito che quel movimento di mettere un piede davanti all’altro, con un certo ritmo, mi stava chiamando. La prima volta che mi sono allacciato un paio di scarpe da corsa, della corsa non sapevo nulla, a parte il fatto che sarei arrivato al traguardo della Maratona. Prima o poi ce l’avrei fatta. Anche se non sapevo da dove iniziare». Risposte simili a questa mi sono state date da molte persone che corrono. Il denominatore comune è spesso il medesimo: si inizia a correre così, senza una vera motivazione.

Quindi si inizia, si fa fatica, si continua, si fa fatica, non si riesce più a smettere, si fa fatica. Sì, la corsa, come ogni sport, è fatica. Allora mi sono chiesta perché una persona continui nonostante la fatica. La risposta sta nella fine. Quando finisci di correre, che sia un allenamento, che sia un corsetta tranquilla, che sia una gara, ti senti bene. Senti che ogni parte del tuo copro e ogni particella di te sono vive. La Vita, che scorre e pulsa, ti invade completamente. Ed è bellissimo! Anche Alberto Rosa condivide questo pensiero: «C’è qualcosa che, dopo tantissimi chilometri, ancora mi stupisce: dopo una corsa mi sento sempre più vivo di quando sono partito. Posso essere stanchissimo e senza forza, accade, ma esplodo di vitalità».

Nonostante questa sensazione post-corsa sia intensa e anch’io la senta forte e chiara, percepivo che c’era comunque dell’altro. Ci doveva essere qualcos’altro nella corsa da convincere così tante persone, con caratteristiche e trascorsi sportivi diversissimi, a correre e a correre con costanza: sotto il sole cuocente, con il gelo, prima dell’alba, al buio, quando non si ha voglia, nonostante gli impegni quotidiani, dopo il lavoro, prima di colazione. Ci doveva essere dell’altro, ma non riuscivo a vederlo. Allora ho chiesto ad Alberto Rosa: «Cosa ti piace della corsa?» Tre cose: «Mi piace il ritmo, come fondamentale tecnico e come concetto. E mi accorgo di cercarlo ovunque. Poi mi piace vivere la corsa come una scusa per viaggiare e scoprire luoghi nuovi. E mi piace il terzo tempo, sacro, bellissimo, spensierato momento di bevute, risate, condivisione dopo una corsa».

Tutto vero, soprattutto il terzo tempo: il momento della condivisione e del rilassamento con compagni e compagne di squadra, ma anche con eventuali avversari e avversarie, ti riempie di serenità. Mi mancava ancora un tassello però. Quale?

Sono riuscita a trovarlo, durante la serata di presentazione e grazie alla nutrizionista Lisa Colladet. Nel libro lei ha visto molti riferimenti alla mindfulness: Gaia corre e si ascolta, corre e si prende del tempo per sé, corre e segue il proprio istinto, corre ed è costante e paziente. Ecco il tassello mancante! La corsa non è fretta, non è frenesia, non è rapidità. O meglio, è questo, ma anche il contrario di questo. La corsa è lentezza! Mentre corri, per tutto il tempo in cui metti un piede davanti all’altro per raggiungere il traguardo prefissato, il tempo si ferma. Tutto si ferma e scompare, non esiste altro che il tuo Io e il tuo corpo. Non puoi scappare, non puoi allontanarti. Stai. E rimanendo lì, con te, quel tempo diventa lento, quasi astratto e viene fuori tutto: senti i polmoni bruciare, il cuore martellare davvero, i pensieri schiantarsi nella testa, il dolore, come la felicità, essere forti, ma transitori. A volte non percepisci nulla, altre volte troppo. Rallenti e senti te stesso, te stessa.

E così correre assume immediatamente un altro significato: rallentare. R a l l e n t a r e.






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