Giustizia: dal modello retributivo al modello riparativo

Convegno al Seminario Vescovile di Treviso, domani dalle ore 14.30

Diciamo anche che il crimine determina una frattura nelle relazioni sociali scriveva Gustavo Zagrebelsky in un articolo su La Repubblica – In una società che prenda le distanze dall’idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare quella frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia riparativa, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso, promossi anche da raccomandazioni internazionali. Si tratta di una prospettiva nuova e antichissima al tempo stesso che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale; da individuo rigettato dalla società a individuo che ne fa pur sempre parte, pur rappresentandone il lato d’un rapporto patologico. Qualcosa si muove (…) ma molto resta ancora da fare.

Il convegno che il Seminario Vescovile di Treviso ospiterà domani – venerdì 14 giugno – a cominciare dalle ore 14.30 si colloca proprio sulla scia di studi e azioni orientati a sanare l’offesa attraverso una giustizia riparativa, rispondendo da un lato alle reali esigenze delle vittime e della comunità, dall’altro lato orientandosi verso modalità più responsabilizzanti del reo attraverso la riparazione in primis verso la vittima o la comunità. Ciò non impedisce di riconoscere un valore profondo alle istituzioni, alle quali si affida il bisogno di giustizia di chi denuncia la lesione di un proprio diritto e delle conseguenze di tale lesione. Tuttavia le dimensioni non quantificabili dell’odio, della paura, della sofferenza della vittima, non avendo spazio di parola nel contesto processuale, se non si trasformano in seno al gruppo sociale di appartenenza, sono dei processi innescati, potenzialmente dannosi, con esiti imprevedibili.  Per questo è importante la riparazione, che fa leva su tre fondamentali dimensioni della vita umana: la dignità, la memoria, il tempo[1].

La dignità: riparare la vittima significa innanzitutto ritenerla degna di essere riconosciuta in quanto tale, disseppellirla dall’anonimato, e poiché spetta innanzitutto al responsabile dell’offesa ripristinare la dignità della vittima è chiaro che in quell’azione sarà lo stesso responsabile a ritrovare un riconoscimento, una dignità, una meritevolezza diversa da quella che connota la stigmatizzazione del criminale per la sua colpevolezza.

La memoria: il rinnovarsi del dolore attraverso il ricordo dell’offesa provoca quel meccanismo spesso pericoloso del ri-sentimento al quale la riparazione cerca di porre rimedio attraverso quello che Paul Ricoeur chiama l’oblio attivo, ovvero la capacità di lasciare alle spalle il proprio passato senza ri-sentirne le conseguenze dannose.

Il tempo: la riparazione, a differenza della pena classica, propone un percorso impegnativo che unisce la possibilità del perdono, per contrastare l’irrimediabilità dell’offesa di un tempo, con una promessa seria di un futuro diverso.

Al convegno di domani interverranno nomi illustri nel campo della giustizia, assistenti sociali, un criminologo e psicoterapeuta ed esperti nella mediazione dei conflitti.

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[1] http://questionegiustizia.it/rivista/2015/2/breve-storia_e-filosofia_della-giustizia-riparativa_237.php






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