Il midollo di Manuel salva la vita a un ragazzo gravemente malato

Il 26 anni pievigino ha donato le sue cellule staminali: "Farlo, mi ha reso felice".

PIEVE DI SOLIGO - Sono emozionata quando incontro Manuel (in foto), un artigiano di Pieve di Soligo di 26 anni che qualche mese fa è stato chiamato, dall’ Ospedale di Verona, per donare le sue cellule staminali emopoietiche o midollo osseo e dare una speranza di vita ad un ragazzo tedesco gravemente malato. È un grandissimo atto d’amore quello della donazione perché con un piccolo gesto si salva una vita.

Manuel hai consapevolezza di quanto grande sia il gesto che hai fatto? gli chiedo. Lui ha un’umiltà e una bontà quasi spiazzanti; lo si percepisce dallo sguardo e dalla delicatezza della sua voce quando mi dice: «Io ho fatto quello che mi sentivo secondo gli impegni che mi ero preso iscrivendomi al Registro Nazionale; sono felice di aver donato e lo sono anche i miei genitori e i miei nonni ma non è nel mio carattere darmi arie o mettermi in mostra. Sono felice io, mi basta quello».

Manuel si era iscritto al Registro IBMDR (Italian Bone Marrow Donor Registry o Registro italiano donatori midollo osseo) quattro anni fa spinto da un appello fatto dai genitori di una bimba malata e da un problema di salute di un familiare. Non sapeva bene come fare per iscriversi ma aveva deciso che era giusto farlo e si rivolse al centro trasfusionale di Conegliano, che tipizzò il suo sangue e lo iscrisse al Registro. Manuel aveva tutti i requisiti per potersi iscrivere: un’età tra i 18- 35 anni e buona salute. Lui è socio dall’Associazione Admor-Adoces di Treviso che si occupa di promuovere e diffondere l’importanza della donazione delle cellule staminali emopoietiche e della ricerca ma anche del sangue cordonale.

Poi passano gli anni e Manuel quadi si dimentica di quella bellissima possibilità che ha dato alla vita di qualcuno. Finché qualche mese fa, un giorno di primavera, riceve una telefonata dall’ospedale di Verona: “Manuel sei compatibile al 100 % con un ragazzo tedesco gravemente malato - lo informano -  Abbiamo bisogno di te subito per la donazione; sei disponibile?”  Gli ritorna in mente il suo impegno preso quattro anni fa verso il prossimo, e non esita a dire sì.

Cosa accade dal momento in cui ricevi la telefonata che sei un potenziale donatore?

«Il giorno dopo sono andato a Verona, accompagnato da mia mamma, per fare degli ulteriori accertamenti per verificare se la compatibilità era confermata oppure no. Quando sono arrivato a Verona, Reparto di Trapianto del midollo ed ematologia, e ho detto chi ero, mi sono reso conto che l’azione che stavo facendo era davvero importante perché una decina tra infermieri e medici mi sono venuti incontro con un sorriso e una felicità inimmaginabile. Hanno poi iniziato a spiegarmi cosa dovevo fare. Ero molto sereno e onorato di poter donare a qualcuno le mie cellule staminali per salvargli la vita. Fatti gli accertamenti è stata confermata la mia compatibilità al 100 % con il ricevente. Ora bisognava correre perché chi è ammalato non ha tempo da perdere. Ogni individuo presenta normalmente nel sangue periferico una quantità di cellule staminali molto bassa: intorno allo 0,01% di tutte le cellule presenti nel sangue circolante; pertanto la raccolta di queste cellule è possibile solo dopo la somministrazione di sostanze mobilizzanti (fattori di crescita) che inducono le cellule staminali a riprodursi e ad uscire dall’ambiente midollare nel sangue periferico permettendo così di raccogliere una quantità sufficiente ad eseguire in sicurezza un trapianto (3-5 milioni di cellule staminali per Kg di peso corporeo del ricevente). Ho fatto la stimolazione delle cellule staminali del mio sangue attraverso 10 piccole iniezioni che ho fatto sulla pancia. Fortunatamente dopo qualche giorno il mio sangue ha risposto alla stimolazione e la donazione era quindi possibile. Finalmente era giunto il giorno della donazione; ho avuto solo un po' di emozione che non mi ha fatto dormire la sera prima ma non avevo nessun tipo di timore o paura. Ero sereno anche perché l’equipe medica di Verona mi aveva preparato e rassicurato su ciò che dovevo fare con molta professionalità».

Come è avvenuta la donazione?

«La mattina mi sono presentato al Policlinico di Verona sapendo tutto ciò a cui andavo incontro ed ero felice. Ad accompagnarmi c'era sempre mia mamma. La donazione è durata 6 ore. Ero disteso su un letto con la macchina per la raccolta di sangue periferico (staminoaferesi) che è possibile grazie a dei separatori simili a quelli che si usano nella donazione del plasma. La donazione delle cellule staminali è una sorta di donazione del sangue un po’ più lunga, non fa male. Durante la donazione ho parlato, guardato la televisione, qualche volta mi sono assopito ma finite le mie 6 ore di donazione sono tornato a casa mia a Pieve di Soligo. Ero solamente un pochino stanco niente più».

Cosa è avvenuto nei giorni seguenti?

«Sono stato controllato varie volte sia attraverso le analisi che attraverso un’ecografia all’addome ed è sempre stato tutto ok. Avrò un controllo ai 6 mesi e poi ogni anno per 10 anni. Si può donare una sola volta nella vita ma qualora la persona a cui si è donato avesse bisogno di un’ulteriore donazione mi hanno chiesto se sarò disponibile ancora e io ho già dato il mio assenso».

Mi sento di dire grazie a nome di tutta la collettività a Manuel e a tutti quelli che come lui, con semplicità e altruismo estremo, regalano un po’ di sé a uno sconosciuto, motivati dall’unico enorme valore dell’amore verso il prossimo. Questo è un atto d’amore fine a se stesso che permette di regalare una nuova vita a qualcuno che per una grave malattia la sta perdendo ma che non conoscerai mai, sai solo che lo hai salvato perché esiste il rispetto dell’anonimato tra chi dona e chi riceve.

Parlando con Manuel si capisce come donare sia davvero un gesto semplice ma che ha in sé l’enorme potenzialità di salvare una vita. In un momento in cui le malattie ematiche sono in grande aumento sarebbe importante che molti giovani dai 18-35 anni si recassero presso i centri trasfusionali degli ospedali di riferimento e si iscrivessero al Registro Nazionali. Più iscritti ci sono più facile è trovare la compatibilità per poter salvare molte vite.

Alberta Bellussi





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