L'eredità di Umberto Veronesi

Un pensiero pratico alimentato dall'amore per la vita.

Umberto Veronesi, oncologo e uomo politico, è morto ieri nella sua casa di Milano all’età di 90 anni.  

Una vita dedicata a dare speranza ai malati di tumore, attraverso un’intensa attività clinica e di ricerca incentrata sulla prevenzione e sulla cura di questa malattia. Fondatore e Presidente della Fondazione Umberto Veronesi, è stato anche ministro della sanità nella seconda legislatura del Governo Amato.

Si è tanto battuto per convincere la politica che la ricerca pubblica è una priorità, perché senza sono le aziende a fare il bello e il cattivo tempo. Si è tanto speso per sensibilizzare l’opinione pubblica - e i medici in primis - sui grandi temi della medicina. E ci ha lasciato una lezione profonda:

La medicina non è uno strumento senza colore. Non è una tecnologia. È invece uno strumento di crescita collettiva, di progresso; ed è un grande esperimento di solidarietà. È il terreno dove la scienza migliore si coniuga con l’obiettivo più nobile.

Riportiamo, di seguito, il testamento intellettuale che Umberto Veronesi ha lasciato a La Repubblica, contenente l’ultimo messaggio di un uomo che ha dedicato la vita a pensare - laicamente ma eticamente - con prese di posizione - discutibili o meno, ma - sempre orientate alla cura dell'uomo e della vita

Ci sono parole che ho portato con me lungo tutti i giorni della mia vita. Alcune di queste mi hanno guidato e sono state l'insegnamento al quale ho attinto. “Nella letteratura universale troviamo molti predicatori, molti dispensatori di lezioni, molti censori che dispensano morale agli altri con sufficienza, con ironia, con cinismo, con durezza, ma è estremamente raro vedere un uomo mentre si sta esercitando a vivere e pensare”. Questa frase del filosofo francese Pierre Hadot mi ha illuminato sul mio testamento intellettuale.

Non ho lezioni di vita o di morale né verità da tramandare, ma solo l'esperienza di un uomo che ha molto vissuto e molto pensato. Ho scritto in uno dei miei ultimi libri che sono giunto alla conclusione che il mestiere dell’uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo. Certo la nostra libertà di pensiero è limitata da scelte che non abbiamo potuto fare in prima persona: i genitori e il paese in cui nasciamo prima di tutto. Tuttavia dobbiamo ampliare la nostra autonomia adottando il dubbio come metodo.

Ai miei giovani medici ho sempre fatto una raccomandazione. Siate dubbiosi e siate trasgressivi, se trasgredire significa andare oltre il limite del dogma o la rigidità della regola. Guardate all’esperienza della mia lunga vita: senza dubbio e senza trasgressione non avrei visto (e contribuito a provocare) i progressi nella lotta al cancro, l’evoluzione del ruolo delle donne, l’affermazione della libertà di amare, avere figli e vivere la propria sessualità, il tramonto del razzismo, la nascita del senso di sostenibilità ambientale e il rispetto per l’armonia del pianeta e per tutti gli esseri viventi. È vero anche che non ho visto, come da giovane ho sperato, la sconfitta del cancro e neppure la fine della violenza delle guerre e della fame nel mondo. E questo mi rammarica profondamente.

In tanti vorranno sapere se in questo mio riflettere, e studiare, e impegnarmi incessantemente per tante cause ho trovato il senso della vita. Sì, ho una risposta: la vita forse non ha alcun senso. Ma proprio per questo passiamo la vita a cercarne uno. L’importante non è sapere, ma cercare. Sconfiggere l’ignoranza sia il vostro impegno primario, perché l’ignoranza non ci dà alcun diritto. Continuate a cercare fino alla fine, con la consapevolezza che non potete fare a meno del bene e della vita.

 






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