Scommettiamo in una Chiesa di fratelli e sorelle che si custodiscono nel camminare e decidere insieme?

Pubblichiamo il contributo di una nostra lettrice che di recente è stata a Padova per un importante convegno: sette istituzioni accademiche del panorama teologico italiano si sono incontrate a conclusione di un progetto di ricerca triennale sulla sinodalità, di fronte a un uditorio di 450 persone e in diretta streaming.

Tanti spunti e stimoli per una chiesa concreta

È possibile una chiesa di uomini e donne che camminano e decidono insieme? Nella storia del cattolicesimo l’aver dato più importanza alla gerarchia, alla sudditanza, con un’imposizione giuridica ereditata dall’impero romano, ha messo in ombra la priorità di relazioni di comunione, mentre nella logica evangelica sono il servizio e la gratuità i due elementi “gerarchici”. Per questo da qualche tempo, anche grazie all’impulso di Papa Francesco, nella Chiesa cattolica si sta prestando attenzione all’esperienza del “camminare assieme” (che è il significato letterale di Syn-odos), di persone diverse unite dalla stessa fede per una stessa missione. Lo testimonia anche il recente documento della Commissione Teologica Internazionale dal titolo La sinodalità nella vita e nella missione della chiesa. Secondo il principio sinodale, tutti i battezzati hanno un contributo da offrire al discernimento e alle decisioni, poiché ognuno è portatore di una grazia dello Spirito unica e irripetibile. Le Facoltà italiane hanno voluto dare un contributo allo studio del tema attivando nel triennio 2015-18, un progetto di ricerca sulla dimensione sinodale della chiesa che ha visto impegnati una ventina di docenti delle Facoltà del Triveneto. Il ruolo del vescovo e del presbiterio, il sinodo diocesano, il ruolo dei laici, il consiglio pastorale e diocesano, il ruolo della donna all’interno della Chiesa sono stati gli argomenti trattati durante gli incontri seminariali che si sono svolti a Roma, Padova, Firenze, Bologna, Palermo e Bari con il sostegno del Servizio Nazionale per gli studi Superiori di Teologia e di Scienze religiose della CEI. Così con il convegno accademico inter-facoltà, svoltosi a Padova il 12 aprile presso la Facoltà Teologica del Triveneto a conclusione del progetto, si è voluto raccogliere e rilanciare come un boomerang i risultati di un’approfondita indagine teologica pastorale, mettendoli a disposizione delle comunità cristiane e di quanti sono interessati a comprendere le ragioni e lo stile della loro presenza nel mondo, con l’obiettivo di scelte concrete di comunione.

Ogni cammino inizia custodendo la fraternità

“Il cammino che Dio si aspetta nel terzo millennio” è uno slogan coniato da Papa Francesco e potrebbe seguire questo filo conduttore: una chiesa che si dispone alla fraternità, basata sulla cura e sulla custodia reciproca che tenga lo sguardo fisso su Dio, che è Padre. A questo Padre l’uomo interessa. Un uomo che non sia appollaiato in cima ad una piramide gerarchica, ma l’uomo venuto dal fango, portatore sano di un carisma che inizialmente si identifica con un IO ma che se è carisma vero si espande in un NOI. Certo, l’inizio tra Caino e Abele non è dei più promettenti: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen. 4). Se non gettiamo la spugna, restiamo uomini e donne che non rinunciano ad una possibile dimensione fraterna. Non solo nella pratica, ma piuttosto nel concepire la fraternità come struttura base che giustifica l’amore fraterno. Fraternità non va confuso con uguaglianza. Anche nella triade della rivoluzione francese c’è il tema della fraternità, ma all’inizio c’era solo libertà ed uguaglianza, la fraternità viene aggiunta dall’area religiosa. Che ce ne facciamo di persone uguali e libere se non hanno cura degli altri? Esiste però un rischio: fraternità e comunità possono risentire di derive settarie. Si può predicare con accezione esclusiviste, ma quando è ben articolato il rapporto sacramentale, tra fraternità ecclesiale e universale questo diventa correttivo per ogni deriva settaria. A fronte di ogni impossibilità di fraternità tra pari, perché ogni fratello porta avanti le sue ragioni anche in contrapposizione all’altro e proverà invidia verso l’altro, unica possibilità per uscirne è entrare nella dimensione della cura. Relazionarsi tra fratelli come una madre che ha cura del proprio figlio.

E in parrocchia? Dai ruoli alla gratuità

Oggi siamo troppo invischiati nei ruoli ecclesiali: il mondo non coincide con il Vescovo, il sacrestano o la catechista, è troppo poco e si creano relazioni solo per risolvere problemi pastorali. Bisogna spezzare il cerchio, costituire comunità allargate, cercare alleanze nella logica dell’ascolto e non nel “ti devo convertire” ma relazioni che partono dall’altro prendendo sul serio il suo carisma. Pensare ad allargarsi sempre sulla base di mantenere una fraternità ecclesiale che rinvia ad una fraternità universale. L’evento Pentecostale è chiesa universale che cammina, ma dove persistono relazioni istituzionali, lì manca la carezza, la gratuità, perché sentita come presenza ingombrante. Il gesto gratuito rende visibile un movimento diverso da quello dei ruoli, delle mansioni, dei titoli che uno ha per fare quella o quell’altra cosa. Non cerca di essere funzionale alle strutture pastorali. Gode dell’annuncio della Parola senza il contenitore liturgico, catechetico, caritativo... Questo destabilizza chi ha trovato o cerca un posto nella chiesa. Con il rischio poi di reclamare ciò che reclama il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici…”.

Le persone devono sentirsi “pensate” e custodite, solo così saranno in grado di prendere decisioni che sfocino in un cambiamento. E cambiare è vitale. Si può educare alla sinodalità prendendo decisioni; quello che non si può fare è “imparare a decidere parlando dell’importanza della decisione”. Ma è quello che solitamente si fa. Tutti desiderano partecipare al cambiamento e alle decisioni ma si verifica puntualmente una resistenza nel passaggio fondamentale: quando dal cambiamento immaginato (potremmo dire dalla sinodalità come valore) si deve passare al cambiamento di fatto (alla sinodalità in azione).

La sinodalità è un dono e va accolta

Un altro aspetto fondamentale richiamato durante il convegno ricorda che nella tradizione evangelica la prima relazione è quella con Dio Padre: siamo figli di Dio a pieno titolo, siamo un dono nati per amore. È vero, la sinodalità rimanda all’importanza della fraternità e sororità come legame indissolubile, ma come faccio a sentirmi in relazione con mio fratello o mia sorella se non mi riconosco prima di tutto figlio? Se non sentiamo viva questa paternità, rischiamo di avere come “padri”, i ruoli che ci costruiamo o che ci costruiscono addosso, le funzioni, i rapporti di potere…saranno loro a determinare l’identità e a rovinare le relazioni. Riscoprirsi figli apre invece alle dinamiche di comunione, dove la sinodalità non sia organizzata ma accolta. La sinodalità resta un dono non è un fatto ecclesiale ma riguarda uno-alcuni-tutti, dove resta importante la promozione degli “alcuni” che coinvolgono i tutti. Quando immaginiamo il processo, per aiutarci prendiamo esempio dalle nostre nonne: che custodivano il lievito madre donando un pugno di pasta lievitata al vicino, che lo impastava con nuova farina e poi lo ridonava loro l’indomani e tutti potevano far lievitare nuova pasta. Può essere il circuito meraviglioso della sinodalità!

                                                                                                                                                 Roberta Coppola






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok