Zygmunt Bauman 1925-2017

Con Zygmunt Bauman se ne va uno dei massimi intellettuali contemporanei, tra i più prolifici e attivi fino agli ultimi momenti della sua vita. Di lui, ci resta il monito a decodificare il mondo in cui viviamo.

Il grande filosofo e sociologo polacco è morto ieri a Leeds, in Inghilterra, dove insegnò a partire dagli anni Settanta. Egli, che conobbe molto da vicino la persecuzione nazista antisemita, svolse studi approfonditi su Olocausto e totalitarismo, ma è noto soprattutto per le riflessioni intorno alla società post-moderna, che egli definisce “liquida”, analizzandola in tutte le sue complesse dinamiche, con occhio sempre attento a coglierne le conseguenze sulle persone, specialmente quelle più povere ed emarginate.

Bauman esplica il costrutto di “società liquida” in uno specifico ciclo della sua produzione saggistica, da “Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi” a "Vita liquida".

L’epoca attuale è caratterizzata da una sola convinzione: «che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

Tale situazione è determinata dalla globalizzazione, dal consumismo, dal crollo delle ideologie, dalla crisi del concetto di comunità e dalla conseguente emersione di un individualismo sfrenato, «dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, cui guardarsi». Mancando ogni punto di riferimento tutto si dissolve nella liquidità; non solo i singoli, ma la società stessa vive un continuo processo di precarizzazione.

C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi conto di vivere appunto in una società liquida, che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti, e soprattutto coraggio. Bauman nota come tipici di questa fase siano i movimenti di indignazione, i quali sanno che cosa non vogliono ma non che cosa vogliono: essi agiscono, ma nessuno sa più quando né in quale direzione; neppure loro. E alla fine, finiscono per essere tutti uguali e creano omologazione. Sfuggire alla paura, all’incertezza, al conformismo, quindi avere un ideale, inseguire un obiettivo, definire di volta in volta le regole del gioco cui si gioca «è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita di felicità».

«La nostra vita è un'opera d'arte - che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo porci delle sfide difficili; dobbiamo scegliere obiettivi che siano ben oltre la nostra portata, e ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l'impossibile. E possiamo solo sperare ‐ senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe ‐ di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all'altezza della sfida».

Un altro tema fondamentale del pensiero di Bauman - uno degli intellettuali più aperti al confronto umano e all'interazione con la viva realtà - è il rapporto con l'altro e dunque anche con lo straniero; egli si schierò sempre in prima linea a favore dell’accoglienza dei migranti. I migranti, «non per scelta, ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici continuano a speculare su queste ansie collettive… Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi».

Ricordiamo, infine, Zygmunt Bauman per il suo impegno volto a favorire il dialogo tra culture e religioni diverse. Egli, lo scorso settembre partecipò - assieme a papa Francesco - all’incontro interreligioso e interculturale per la Pace, che si tenne ad Assisi. Bauman, in quell’occasione, affermò la necessità di una cultura del dialogo per ricostruire la tessitura della società, manifestando piena sintonia con il magistero di papa Francesco. L’acquisizione della cultura del dialogo fra mondi e idee differenti non è una strada facile da percorrere. Si tratta un’inversione di tendenza, laddove rete e social network tendono a metterci in relazione con persone che la pensano come noi, “eliminando” chi ha opinioni diverse. L’attuale società online è il contrario del dialogo. C’è bisogno, allora, di un’educazione paziente e coerente.

«La guerra si sconfigge solo se diamo ai nostri figli una cultura capace di creare strategie per la vita, per l’inclusione».

Attraverso il dialogo si supera l’individualismo, che è causa della liquefazione della vita e della società, e si va nella direzione di un “noi” condiviso, esito di uno scambio che è arricchimento reciproco. Bauman avvertì la necessità ineludibile dell’espansione del “noi” come prossima tappa dell’umanità. Nostro è ora l’impegno a seguire il suo monito, per vivere una vita più umana e felice.








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