“Capriccio” di Mauro Lampo: il magico legame tra Venezia e le Dolomiti

Si è chiuso il sipario su “Fantastiche Dolomiti – Eccellenze del territorio” (13-14-15 gennaio 2017) a Longarone Fiere, ma le cose belle restano belle. Come la straordinaria opera d’arte scolpita in legno di Cirmolo da Mauro Lampo, metafora di unione tra le Dolomiti e Venezia.

Chi ha mai pensato a un accostamento tra il Ponte di Rialto e il dolomitico Pelmo? L’accostamento esce dalla maestria, dal cuore e dalla creatività di Mauro Lampo.

Quella esposta a Longarone Fiere, nell’ambito della rassegna Fantastiche Dolomiti – Eccellenze del territorio, è l’ultima di una serie di quadri che l’artista sta producendo assieme a un’associazione di amici (Io amo Castellavazzo); una produzione che è diventata una sorta di laboratorio-scuola, orientata dall’idea di celebrare il legame storico-culturale tra le Dolomiti e Venezia.

«L’idea da cui sono partito è celebrare l’unione storico-culturale tra la Laguna di Venezia e le Dolomiti. Di fatto, il luogo dove sono adesso con la bottega a Castellavazzo è la porta storica alle Dolomiti, e dove ora sorge la chiesa, c’era un antico castrum: durante l’impero romano (e anche prima) si entrava nelle Dolomiti dalla Gardona; inauguriamo, a breve, la torre della Gardona come restauro del 1900, ma non va dimenticato che era la frontiera dell’impero romano. L’asse del fiume Piave - e questo è straordinario - è sempre stato area di scambi, mai di guerra. Anche le testimonianze sul territorio (abbiamo 2700 anni di reperti documentati) testimoniano, appunto, che questa era area di scambio, di cultura, di economia. Nerone è stato a Castellavazzo. Quando i Romani hanno scoperto che i tetti delle case quando bruciavano non collassavano perché di larice, hanno cominciato l’esportazione dei larici del Cadore a Roma, ancora prima dell’Arsenale di Venezia. Ma la vera storia nostra, dolomitica, nasce con Venezia. All’inizio, nel Paleolitico, queste zone erano praticate solo da cacciatori e raccoglitori. Con Venezia nasce veramente un’economia che lega le Dolomiti bellunesi alla Laguna veneta attraverso l’Arsenale. Pensa che Venezia aveva i cadorini che non andavano in guerra per la Repubblica, perché erano maestranze troppo importanti per l’Arsenale: dai chiodi all’estrazione dell’abete, del larice e dei faggi del Cansiglio per i remi. Così si è venuto a creare un rapporto di scambi molto intensi».

Il quadro, che è stato esposto a Longarone Fiere e che ora è rientrato nel laboratorio di Castellavazzo, si ispira a una composizione del Canaletto (“Ponte di Rialto”) e sovrappone alla moderna visione dell’artista veneziano il monte Pelmo.

«Canaletto lavorava già con la camera oscura, quindi quando realizzava la sue composizioni ometteva tutti i palazzi dietro il ponte per dare un certo taglio che conferisce importanza al monumento. Io ho intitolato il quadro “Capriccio” (perché sono dei capricci del Canaletto, questi) e inserisco dietro una parete dolomitica. Se tu vai al lido e guardi con un telescopio, ti sconvolgi a vedere quando vicine siano le montagne».

Perché il Pelmo? «Il Pelmo per me è l’icona massima delle Dolomiti, a livello di storia alpinistica, geologica, morfologica. È un castello di roccia che esce dai boschi, unico per struttura nell’area dolomitica. Ed è la mia montagna sacra come alpinista».

Quali altre opere prevede la mostra? «Oltre a “Capriccio”, la mostra prevede una grande reinterpretazione della Battaglia di Lepanto di Marostica (che, a detta degli storici, è una cronaca fedele dell’epoca ed elemento fondante della Repubblica), la Battaglia di Vienna datata 11 settembre 1683 (che è stata il blocco all’invasione dell’impero ottomano, altrimenti chissà che in che cultura vivremmo noi oggi!), e un omaggio a due grandi della mia terra che io amo: Tiziano Vecellio, mio compaesano del Cadore, e Andrea Brustolon, nato a Belluno (per me, Brustolon è la massima espressione di un tardo rinascimento, anche se di epoca barocca, della scultura lignea). Saranno queste le opere che verranno concatenate, e questa che vedete qui (“Capriccio”) è, in realtà, l’ultima di tutta la produzione, ma serve da manifesto».

Davanti al quadro, non passa di certo inosservato il tavolo e le sue sedie in legno con moduli in vetro. «Qui ci sono 2700 ore di ricerca e lavoro per produrre questo oggetto. Non è un posto e non è un’invenzione, è una ricerca per fare un qualcosa che probabilmente viene da un pezzo di DNA che si è risvegliato, chissà perché; io l’ho visto prima di farlo, nel sogno. Quando ho esposto questo tavolo a Biennale Arte Dolomiti, sono arrivati gli scienziati di Tesla, che misurano le energie dei corpi. Incuriositi hanno chiesto di misurare l’energia del tavolo. Misurano l’energia del tavolo, e dicono “Però, potente!”. Spostandosi, scoprono che nel perimetro del tavolo i picchi di energia aumentano esponenzialmente. Il progetto, che ho messo in atto, è stato quello di creare un tavolo che avesse delle postazioni fisse, che ubicassero in modo inequivocabile ogni persona che si sarebbe seduta. E poi la visione che ho avuto io di queste sedie è davvero particolare: non sono un oggetto per sedersi e basta, ma sono un vestito. È un rito di inversione, come il carnevale: se io sono in maschera e ho un costume, ti vedo come sono io, pur avendo la consapevolezza di essere altro da me perché vesto un personaggio diverso; ma è la percezione che tu hai di me che cambia di molto. La stessa cosa succede qui: quando tu ti siedi, vieni percepito dalla persona che ti sta di fronte o che ti sta accanto in modo alterato, perché questa sedia ti veste, è altro da te. E questa cosa stando seduti su questo tavolo – abbiamo fatto un sacco di cene – si percepisce. C’è gente molto sensibile che qui non riesce a sedersi!»

Insomma, è proprio il caso di dirlo: con Mauro Lampo si fanno sempre scoperte straordinarie!






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