Fare un salto nel passato per scoprire... ancora noi!

Arte e territorio, il valore della testimonianza. Parte III
Studiare la storia dei luoghi, le passate tradizioni e poi scoprire con l'autore del Gattopardo, Tomasi di Lampedusa che tutto deve cambiare perché nulla cambi. Abbiamo infatti parlato nel corso dei nostri precedenti incontri delle testimonianze lasciate dalle epoche passate nel nostro territorio, di come usi, costumi, Storia, Arte e Fede riferiscano di noi e delle nostre tradizioni. Nonostante le minuziose descrizioni e gli accenti posti a collocare nel tempo e nello spazio ogni opera analizzata, nel fondo rimane una domanda, anzi la domanda delle domande: perché tutto ciò?
Quale è stato e qual è il motivo per cui l'uomo trova necessario affidare alle pietre ed alle immagini il suo messaggio ai posteri?
E la risposta che più probabilmente si avvicina alla verità è che ciò corrisponde all'affermazione della propria identità.
Ci si può convincere di questo inoltrandoci a guardare nel remoto passato, contemplando le testimonianze visibili nelle caccie e nelle effigi degli animali preistorici delle grotte di Lascaux, ove accanto a essi troviamo “spolverate” le mani degli autori, così come rinvenendo accanto ai Santi nei quadri del '500 i volti dei potenti dell'epoca, la loro identità lasciata a imperitura memoria. È infine anche in epoca moderna reiterata questa umana necessità, nell'ossessiva ricerca sia nel mondo dell'arte, che nelle manifestazioni legate alla notorietà e alla visibilità delle attività umane. Troviamo infatti anche oggi ossessivamente necessario esporre la firma, il logo, il marchio.
È rassicurante per sé e per gli altri ricercare l’identità e dare su di essa a chi la osserva o la osserverà continuità di messaggi veritieri, di origini certe, che esprimano le proprie responsabilità ed indichino con chiarezza il futuro che questa identità si vuol dare.
Se osserviamo attentamente la diffusione nel mondo delle forme di potere e di controllo sociale, vedremo che nei territori antropizzati questi “stampi di continuità di ideali” di democrazia o di monarchia o, nelle forme religiose, di monoteismo o di politeismo, si affermino con la stessa continuità ed affinità dei territori e delle comunità che li rappresentano.
Lasciando però ad altra sede le riflessioni filosofiche ed addentrandoci invece di più nel nostro vissuto, anche quello quotidiano, non di meno vediamo agire gli stessi principi. 
È passato qualche anno da allora e siamo nell'alveo del culto delle nostre contrade. Mai avrei pensato che lo spirito della memoria e della tradizione fossero rimasti ancora tanto vivi qui, nelle nostre zone! In fondo proprio nel secolo breve, così è infatti chiamato il ‘900, di rivoluzioni ne sono state una via l’altra. Il XX secolo iniziava infatti in piena rivoluzione industriale. Ricordiamoci a mo’ di esempio la macchina a vapore, l’elettrificazione delle città, l’identità fotografica, l’automobile. Non solo, esso fu funestamente attraversato anche da due conflitti mondiali a cui seguì una tumultuosa ricostruzione che cambiò completamente i costumi. Persino la poesia e la musica ne risentirono profondamente. Ma in tutto questo pare proprio che i discorsi più sopra fatti, abbiano brillantemente superato l’impatto e se non di altro proprio di quello spirito identitario siano rimasti testimoni.
Le Chiesette ed i Capitelli che nella nostra zona avevo guardato sin da bambino avevano per me avuto sempre la costante delle vecchie pietre poste lì ad esprimere i loro simboli. Ma ciò che mi colpiva maggiormente è sempre stata la novità della continuità. Pareva essere costantemente necessario infatti ribadire, riaffermare, ricordare per esistere.
E c’è una porzione del territorio di San Vendemiano che dai secoli ha riportato il suo toponimo. È la zona di San Giuseppe. La via che la attraversa porta ancor oggi quel nome. L'idea di edificare un nuovo Capitello a San Giuseppe, che nacque dagli abitanti del posto, si è basata proprio su quegli stessi principi. Ricordare la Fede dei trapassati come anello di congiunzione e di continuazione, con il presente è servito ad unire persone ed esprimere solidarietà oltre che a generare risorse.
Mi ha lasciato stupefatto la generosità di coloro che ho conosciuto all’epoca (era la seconda metà degli anni ottanta) quando, con assoluta determinazione, si sono fatti carico di tutto: dal reperire il terreno per la costruzione alla edificazione del manufatto, al conferirmi l’incarico di ricordare con le pitture murali del Capitello un Santo tanto importante per loro.
E allora mi sono ritirato nella ricerca di trasferire ai volti dei personaggi che avrei effigiato in quel luogo la stessa intensità dei sentimenti delle persone che avevo incontrato. Più di tutto a questi sentimenti ho voluto dare il calore dell’aria familiare, quella che li io stesso ho trovato fra quelle persone. L’importanza del saper fare un mestiere l’ho proprio messa invece nelle mani di un San Giuseppe falegname, che pare nel dipinto dell’abside coinvolgere con l’esempio un Gesù ancora bambino che con quest’indole egli intendeva far crescere. A vigilare e provvedere ai panni di famiglia è una Madonna che fila la lana.
Sono queste solo riflessioni a ruota libera evocate dal filo dei ricordi, ma in qualche maniera rispondono alle domande che più volte sono emerse nello svolgere di queste righe.
È una necessità per ognuno di noi il cercare di rimanere dopo il tumulto della vita, lasciando un segno, un ricordo per chi resta. Fin che viviamo nei ricordi di qualcuno, infatti, non siamo morti.
Ed è così allora che ancora nel nostro tempo si costruiscono Capitelli, si dipingono pareti e si cerca di lasciare al futuro la propria impronta.

 

A supportare il testo alcune immagini del capitello di San Giuseppe in Via San Giuseppe a San Vendemiano.






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