Il Presepe artistico: quando la Fede incontra l'Arte

Il tema del presepe (o presepio che dir si voglia) in quasi 800 anni di storia, dalla sua creazione ad opera di San Francesco d’Assisi a oggi, è stato trattato in tutti i modi possibili ed immaginabili da papi, cardinali, teologi, e filosofi: la rappresentazione della scena della nascita di Gesù però diventa anche un valido strumento artistico, che può esprimere le varie simbologie e le tradizioni dei vari popoli che hanno adottato questa semplice forma di celebrazione del Natale. La mia analisi pertanto non si basa sul mero significato religioso, quanto più sul valore artistico del presepe, oggigiorno una delle varianti più in voga nelle comunità locali di tutt’Europa.

È certo noto il fatto che, con l’introduzione di questa sacra rappresentazione, il Santo d’Assisi volesse far divenire Greccio, la città del primo presepe vivente, una sorta di seconda Betlemme che rievocasse con poco tutta la profondità spirituale di quel momento così importante. Di tradizioni simili ce n’erano già poiché la figurazione materiale è uno degli aspetti che da sempre contraddistingue l’uomo: una valida testimonianza possono essere le veneri paleolitiche, o le tante rappresentazioni antropomorfe e non di entità naturali, come i larii romani, utilizzati per ingraziarsi gli spiriti dei defunti. Concepire l’immateriale, il divino e poter dargli una forma aumenta la consapevolezza di possedere un lato spirituale, una coscienza che avvicina l’uomo a Dio, l’essere mortale all’eterno.

La gente perciò potrebbe aver percepito quella forma di rappresentazione come un’immagine che avrebbe reso possibile la vicinanza a Dio: è in quel momento che nacque il presepe artistico; proprio così: nell’istante in cui il desiderio di ricreare per se stessi e la propria famiglia la rappresentazione della nascita di Gesù ha portato le persone ad inventarsi una propria immagine della scena. E non intendo le figure, l’ambientazione o il contesto bensì i materiali e il modo di trattarli.

La diffusione del presepe fu enorme: dalla Provenza passò per Greccio e già nel Quattrocento quasi tutta l’Italia Centrale allestiva un presepe all’interno delle chiese; nel Cinquecento arrivò nel Regno di Napoli, per poi giungere nel Nord Italia (per influenza del Concilio di Trento) e infine creare le grandi tradizioni presepistiche come il presepe napoletano, genovese, bolognese, marchigiano, abruzzese, siciliano, romano, pugliese, trentino, tirolese e sardo. Un’evoluzione che ha visto anche una lenta ma inesorabile modificazione del concetto di presepe: inizialmente nato per essere allestito nelle sole chiese, abbazie, cattedrali e duomi cittadini, questa particolare rappresentazione artistica divenne ben presto di dominio pubblico e si allargò a tutte le famiglie e alle borgate che ne modificarono l’aspetto a seconda dei loro canoni. Già, perché un contadino di qualche decennio fa non poteva sperare in un presepe di terracotta, ceramica o pietra scolpita, ma in qualche pannocchia sgranata, lembi di tessuto, pezzi di legno dalle vaghe sembianze umane. È in quella povertà di dettagli che la fantasia prende il sopravvento e diventa una necessità.

Eppure, come mi capita spesso di pensare, il ritorno del presepe come vera e propria forma d’arte ha in sé un valore intrinseco ancora poco considerato. Premetto che questa parte del mio discorso riguarda essenzialmente il trascorso del presepe in Italia, poiché all’estero la considerazione del presepe è molto diversa. Come dicevo, con il Dopoguerra e il successivo “miracolo” si verificò una privatizzazione di massa della tradizione presepistica: le famiglie, normalmente abituate a condividere i beni per convenienza economica, cominciarono ad assicurarsi un formato standardizzato delle statuine, sminuendo così la bellezza della reinterpretazione personale della nascita di Gesù Bambino. È per questo che sostengo con convinzione i numerosissimi presepi artistici d’autore sparsi in tutto il nostro territorio: la volontà di riunire una serie di maestranze spontanee rimanda allo scopo originale che portò alla creazione del presepe, creare aggregazione e spirito di celebrazione (o semplicemente festa) di comunità, poiché il munus (dal latino) era il luogo di scambio di beni e valori. E la fede è divenuto sia un bene che un valore.

Le differenze fra l’uno e l’altro dei presepi sono interessanti: c’è chi sceglie il metallo, chi il legno, stoffa, perline, resine, tappi di sughero o di plastica, carta, conchiglie, mattoncini da costruzione, terracotta, cera, gesso e tutte le altre decine di materiali esistenti; e se sono interessanti è merito di quella mentalità semplice rimasta impressa nel nostro essere quotidiano: ci arrangiamo come possiamo pur di avere una figura materiale, perché ne abbiamo bisogno per sentirci vicini a Dio e all’atmosfera stessa del tempo natalizio.

Potrei discorrere ancora sulle caratteristiche che i presepi possono assumere, ma preferirei avvicinarmi alla conclusione avvertendo tutti coloro che leggeranno queste righe di sostenere sempre l’arte del presepio: oltre alla condivisione del magico momento del Natale, si ha la possibilità di ammirare la passione, l’impegno e la creatività di persone che, talvolta stanche dei soliti formati da supermercato, hanno cercato una propria rappresentazione della scena della Natività; inoltre trovo che sia una bellissima forma di promozione turistica: addentrarsi nei territori, battere strade poco trafficate per giungere in piccole chiese dove, nel buio e nel silenzio, risuonano gli echi delle grida di un bambino e il magico variare delle luci tramuta il giorno in notte, è certamente il miglior modo di riscoprire se stessi attraverso l’arte che consacra «la vocazione umana alla fantasia».






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